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Tra masterclass e pizzaioli “ambassador” in casacca brandizzata, una cosa è chiarissima: oggi la comunicazione nel mondo pizza conta tantissimo. E va bene così...finché non divora l’identità. Il problema nasce quando il focus si sposta dalla qualità all’interesse e lo storytelling diventa una sequenza di “questo è il migliore” che cambia ogni tre mesi: ieri un pomodoro, oggi un altro; ieri una mozzarella “eccezionale”, domani un’altra “eccezionale”. Cambiare prodotti è lecito, ci mancherebbe: disponibilità, prezzi, scelte tecniche, partnership. Ma se ogni cambio viene venduto come verità assoluta, la credibilità si sbriciola. E alla lunga il pubblico se ne accorge. In città piene di pizzerie buone, a farti tornare non è solo la pizza “buona”: è la personalità, la coerenza, un menù che ha una voce, un impasto riconoscibile, un’atmosfera che ti fa stare bene.
Più identità, meno banderuole.
By Antonio Fucito (Tanzen)Tra masterclass e pizzaioli “ambassador” in casacca brandizzata, una cosa è chiarissima: oggi la comunicazione nel mondo pizza conta tantissimo. E va bene così...finché non divora l’identità. Il problema nasce quando il focus si sposta dalla qualità all’interesse e lo storytelling diventa una sequenza di “questo è il migliore” che cambia ogni tre mesi: ieri un pomodoro, oggi un altro; ieri una mozzarella “eccezionale”, domani un’altra “eccezionale”. Cambiare prodotti è lecito, ci mancherebbe: disponibilità, prezzi, scelte tecniche, partnership. Ma se ogni cambio viene venduto come verità assoluta, la credibilità si sbriciola. E alla lunga il pubblico se ne accorge. In città piene di pizzerie buone, a farti tornare non è solo la pizza “buona”: è la personalità, la coerenza, un menù che ha una voce, un impasto riconoscibile, un’atmosfera che ti fa stare bene.
Più identità, meno banderuole.