Mauro Cereghini, sociologo, analizza lo spettacolo Trieste 1954 di Simone Cristicchi, mettendo in discussione la sua interpretazione storica in relazione ai temi di Arti e culture e Identità.
Cereghini riconosce a Cristicchi il merito di aver riportato l'esodo istriano-dalmato nel dibattito pubblico con l'opera precedente Magazzino 18. Tuttavia, l'analisi del nuovo lavoro, incentrato sul ritorno di Trieste all'Italia, ne rileva una qualità inferiore, sia per la breve durata del racconto storico (tre quarti d'ora), sia per il suo limite tematico.
La critica centrale riguarda la lettura storica offerta, che si traduce in una tesi unica e semplificata: Trieste era ed è una città "tutta italiana".
Il racconto, un "inno all'italianità", dimentica l'anima plurale di Trieste, facendo sparire le stratificazioni culturali mitteleuropee, asburgiche e slave, inclusa la consistente minoranza slovena. Cereghini conclude sollevando la preoccupazione che la debolezza del testo possa essere sintomo di come la fama televisiva influenzi il teatro o, peggio, di quanto l'onda sovranista sia diventata un discorso comune e accettato.
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