Cos’è, dove nasce e perché oggi è così richiesto.
In questa puntata partiamo dai fondamenti del mentoring. Ripercorriamo le origini della parola mentor e distinguiamo il mentoring “naturale”, quello che nasce dall’ispirazione verso una persona, dal mentoring “formale”, quello progettato e organizzato da professionisti e dentro aziende, università, associazioni e contesti sportivi.Chiarendo i confini, diventa più semplice capire anche le affinità e le differenze con il coaching. Nel mentoring c’è una componente specifica: il modello di ruolo. Un mentor può accompagnare davvero quando ha attraversato, in prima persona e in tempi recenti, l’esperienza verso cui la persona sta andando. È la metafora della montagna. Se vuoi scalare quella vetta, ha senso farti accompagnare da chi l’ha già scalata e ne conosce passaggi, rischi e apprendimenti.Parliamo poi di mentoring interno ed esterno. Nel primo caso entra in gioco la progettazione del programma, con obiettivi, criteri di matching e una cornice chiara per evitare equivoci e conflitti di ruolo. Nel secondo caso, la chiarezza nasce dal patto tra noi e la persona, attraverso domande, aspettative e risultati attesi.Affrontiamo anche il tema delicato delle etichette e degli abusi. Quando il mentoring viene usato come scorciatoia per dare soluzioni, dirigere o “riempire” lo spazio della persona, si perde la parte più preziosa del lavoro. L’obiettivo resta proteggere autodirezione e responsabilità della persona, mantenendo confini, trasparenza e qualità.Chiudiamo con alcuni spunti pratici per riconoscere un mentoring fatto bene. Serve chiarezza sugli obiettivi. Serve coerenza tra esperienza del mentor e bisogno della persona. Serve attenzione all’etica e alla reputazione della professione. Serve, quando necessario, supervisione.