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Scrollando su Instagram mi è comparso il profilo di un bambino con una malattia rara, gestito dai suoi genitori. Le prime parole che mi sono venute in mente non sono belle. Sono stata giudicante, presuntuosa, forse. Ma in questa puntata ti racconto perché le ho pensate e perché poi mi sono data fastidio da sola.
Rifletto, quindi, dell' esposizione dei minori sui social (che non sopporto) quando dietro c'è una ragione che non è vanità. Ma anche di chi sceglie di raccontare senza mostrare mai mostrare chi, quella disabilità, se la porta addosso.
Nelle ultime settimane ho aperto l'app di Instagram un sacco di volte, iniziavo a registrare dei contenuti, qualche mia riflessione su qualcosa che avevo visto o sentito, e alla fine chiudevo tutto senza concludere niente. Non perché non avessi niente da dire, ma perché ne avevo troppo.
Questa è una puntata disordinata, senza senso, dove passo da una riflessione all'altra senza chiudere un discorso, e l'ho fatto volutamente. Ci trovi solo i pensieri come vengono. Il telegiornale che chiudo a metà notizia sentendomi in colpa, gli annunci di lavoro che nel 2026 offrono ancora stage e mettono il microonde tra i benefit, i centocinquanta euro di benzina per andare a lavorare, e le domande più grosse che si infilano in testa mentre fai altro. Voglio continuare a vivere qui? Voglio fare dei figli in questo momento? Esiste ancora un posto sicuro?
Le stesse che mi facevo a 20, poi 25, 30 anni. E a quanto pare anche a 36.
Non ho risposte ma ho la sensazione che non sia solo mia, questa stanchezza.
Infatti, tu... come stai?
Sto ascoltando un podcast in cui un uomo fa agli uomini le domande che di solito si fanno solo alle donne. E scopro che quando si tratta di prendersi sul serio, tra loro, c'è una certa rigidità, un rigetto. Se ne parla ma fino a un certo punto e poi scatta l'ironia, la battuta, la risata nervosa.
Mi piacciono i maschi, perché sono sempre affascinata da tutto ciò che io non sono, non conosco e soprattutto non capisco. Mi piace parlare con loro, scoprire come pensano, come vedono il mondo. Li osservo e scopro come tra di loro, cambiano, come se dovessero recitare un altro tipo di ruolo.
E così nasce questa nuova puntata. Rifletto sui loro copioni, i diversi vocabolari che utilizzano in base al contesto in cui si trovano e ti svelo un libro che ho scritto e poi ho anche perso, che parla proprio come un uomo. O per lo meno, ci avevo provato.
Il podcast da cui prende spunto questo episodio si chiama MASCHI, di Francesco Pacifico.
La frase del libro che cito porta il titolo di: L'animale che mi porto dentro, di Francesco Piccolo.
Una settimana fa ho compiuto 36 anni, e no, non ho problemi a dirlo. Anzi, un po' mi piace vedere la faccia di chi non se lo aspetta.
Ma sotto quell'orgoglio c'è la stessa ansia di chi, invece, qualche anno se lo toglie sempre, ogni compleanno. Solo che giochiamo la stessa partita con dei mezzi diversi.
In questa puntata parlo di orologi sociali (diversi da quelli biologici) che non ci siamo scelti, di genitori che chiedono "ma non sarà ora di pensare a dei figli", di quella vocina che ti dice che sei un prodotto con la data di scadenza stampata sopra (come se fossi un uovo).
E soprattutto: quanto possiamo ancora rimandare le decisioni prima che diventi solo paura di assumersi certe responsabilità? Anche quando tutti si aspettano tu sia pronto per farlo...
A un certo punto smetti di accorgertene e sei già dall'altra parte. Quella in cui un aspirapolvere potente ti da gioia vera, in cui il Capodanno perfetto è a letto prima dell'una, in cui uscire in tuta e struccati o un paio di lenzuola nuove sono vera libidine, in cui non ricordi più quando hai smesso di litigare con i tuoi per stare fuori un'ora in più.
Come cambia il concetto di "normalità", nel tempo? Come lo rincorriamo, e come forse non è mai esistito davvero.
Ti canto anche una canzone degli Zero Assoluto, che sappiamo TUTTI!
Ti avviso però, questa è l'ultima puntata della stagione.
Ci si ritrova presto.
C'è un'età in cui il corpo inizia a fare rumori che non faceva prima. E invece di ascoltarli, apriamo Google alle undici di sera.
In questo episodio parto da pochi sintomi e qualche ansia di troppo mascherata in prevenzione e arrivo a una domanda che mi gira in testa da mesi: se sto bene, se non ho sintomi, se faccio già tutto quello che posso, perché non riesco a fidarmi di come mi sento?
Qui troverai: un medico che mi fa la paternale sugli esami di routine (che tecnicamente non esistono, lo sapevi?), il colesterolo alto a 35 anni, un secondo medico che mi dice di stare tranquilla, e io che ovviamente non ci riesco. E poi mia zia, che ha settant'anni, ne dimostra dieci di meno, e non sa nemmeno da quanto tempo non entra in un ospedale.
Come sempre, non ho soluzioni. Ho solo la sensazione che da qualche parte, tra l'iper-prevenzione e il menefreghismo totale, ci sia un posto più onesto in cui stare e che (quasi) nessuno sui social abbia interesse a mostrarcelo.
Questa puntata è diversa dalle altre. Non c'è un ragionamento da seguire passo dopo passo. C'è una storia.
La storia di Giulia, che una mattina qualunque si sveglia e pensa: non voglio invecchiare qui.
È una favola. L'ho inventata io.
O forse no.
Perché questa storia è già stata scritta. È già successa. Più volte, in più direzioni. Anche a persone che conosco. Anche alla mia famiglia.
Questa puntata parla di chi parte, di chi arriva, e di quanto sia sottile il confine tra le due cose. E di come le cose brutte non capitino sempre solo agli altri.
Siamo tutti ospiti su questa Terra. Siamo tutti stranieri, prima o poi.
C'è una versione di me che a 16 anni sapeva esattamente cosa avrebbe fatto da grande. Insegnante di lettere, appartamento suo, libreria enorme, piena di gatti. Poi la vita ha fatto il suo sessanta percento.
In questo episodio parto da una domanda, di quelle che ti fai nelle sere d'estate, tra amici che hanno alzato un po' il gomito e diventano malinconici: se avessi avuto davanti un foglio bianco, tipo il Genio di Aladino, tre desideri esauditi senza troppo sbatti, cosa ci avresti scritto? Non la risposta comoda che diamo sempre. Quella vera, personale, che non diciamo mai.
Parliamo di chi pensavamo di diventare, di cosa abbiamo lasciato andare senza sceglierlo davvero, e di un consiglio che mi ha dato qualcuno che ha vent'anni e le porte in faccia deve ancora prenderle tutte. Ma per questo, con gli occhi ancora pieni di sogni.
Siamo passati dagli aggettivi alle diagnosi.
Lui non è egoista, è un narcisista. Lei non è apprensiva, ha un attaccamento ansioso. Sono una persona tendenzialmente introversa è autismo o solo bisogno di essere lasciata in pace?
In questo episodio parlo di come il linguaggio della psicologia pop ha cambiato il modo in cui descriviamo gli altri e noi stesse, cosa ci ha dato, cosa ci ha tolto, e perché capire qualcuno non significa doverlo trovare sopportabile.
Ho trovato due pantaloncini in fondo all'armadio. Una 38 e una 40. Li ho provati quasi per gioco, sapendo già come sarebbe andata. E invece quando ho visto che non mi salivano oltre metà coscia, mi ha colpita lo stesso. Non è un episodio su come imparare ad amarsi... quella roba lì l'avete già sentita. È un episodio su quella cosa strana che succede quando il corpo cambia ma l'immagine che hai di te non tiene il passo. Su come puoi odiare i dettagli e amare il tutto. E su come, paradossalmente, ci vuole tempo per stare bene dentro un corpo, non meno tempo.
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