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L’intelligenza artificiale, un tempo fantasia futuristica, è ora una forza tangibile che rimodella industrie e ridefinisce ruoli lavorativi. Ma questa trasformazione non colpisce tutti allo stesso modo. I numeri parlano chiaro: secondo un recente studio pubblicato da Code First Girls e Tech Talent Charter, le lavoratrici hanno il 40% in più di probabilità rispetto ai colleghi maschi di vedere il proprio posto sostituito da algoritmi e macchine. La vulnerabilità femminile deriva dalla distribuzione occupazionale: molte donne lavorano in ambiti amministrativi, di segreteria e supporto, proprio quelli dove l’automazione trova terreno più fertile. Tuttavia, questa stessa rivoluzione tecnologica sta generando nuovi spazi professionali – dalla scienza dei dati alla consulenza digitale – spazi che potrebbero rappresentare una via d’uscita, a patto di costruire i ponti formativi necessari. È quindi fondamentale garantire alle donne l’accesso alla formazione necessaria per inserirsi in questi nuovi settori.
Servono progetti mirati per rafforzare le competenze nelle aree scientifiche e tecnologiche insieme a programmi strutturati di riqualificazione lavorativa. Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dai pregiudizi di genere insiti negli algoritmi. Se i dati su cui si basano i sistemi automatizzati incorporano bias esistenti, il rischio è che queste tecnologie amplifichino tali discriminazioni. Da assunzioni distorte a pratiche inique, la gamma degli effetti collaterali è vasta. Affrontare questi problemi richiede impegno verso la diversità dei dati, trasparenza e un coinvolgimento attivo delle donne nello sviluppo tecnologico. In tutta Europa iniziative innovative si stanno muovendo per mitigare i rischi associati all’automazione trasformandola in un’opportunità per le donne. Programmi sostenuti sia dal governo sia dal settore privato offrono alle più giovani la possibilità di sviluppare competenze in ambiti come l’analisi dei dati e l’intelligenza artificiale.
Anche l’Italia si sta impegnando in questa direzione stanziando fondi per la formazione e promuovendo l’interesse delle giovani verso le carriere STEM (ossia scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Vigilare sull’effettiva implementazione e diffusione di tali iniziative è fondamentale per assicurarne il successo. Sebbene le donne siano ancora sottorappresentate nel settore tech, il cambiamento è possibile e necessario. Una maggiore inclusione femminile non è solo equa, ma strategicamente importante per evitare la creazione di tecnologie che non rispondono alle esigenze di tutti. Il futuro del lavoro è in evoluzione e il ruolo delle donne in questo scenario dipende dalla nostra capacità di educare, formare e promuovere l’uguaglianza di genere. L’importante è non dimenticare che il progresso tecnologico deve andare di pari passo con un progresso sociale che non lasci indietro nessuno.
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C’è una crisi che non fa rumore, ma che uccide. È una crisi di parole, di storie. Una crisi narrativa, come la chiama il filosofo Byung-Chul Han.
Chi uccide, spesso, è qualcuno che non accetta la fine di una storia. Che non sa elaborare un abbandono. Che non ha parole per dire il dolore, la perdita. E allora agisce.
Il femminicidio, in questa lettura, è anche una conseguenza della crisi narrativa. Di una cultura che non insegna ad amare, né a lasciar andare. E mentre le parole mancano, le leggi cercano di colmare il vuoto. Ma non sempre nel modo giusto.
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“Con le pinne, fucile ed occhiali, quando il mare è una tavola blu…” cantava Edoardo Vianello, e noi continuiamo a sognare estati spensierate, tra bagni infiniti e orizzonti senza nuvole. Ma la realtà, oggi, ha tutta un’altra colonna sonora. Il mare del nostro immaginario – quello trasparente, pulito, amico – è sempre più spesso minacciato da un nemico silenzioso e invisibile: l’inquinamento.
Secondo il report “Non c’è salute in un ambiente malato – Parte 1: Acqua e inquinanti”, l’87% delle aree monitorate del Mar Mediterraneo è inquinato. Sì, hai capito bene: quasi nove zone su dieci. Dentro questa cifra ci stanno metalli pesanti, residui industriali, sostanze chimiche e microplastiche che entrano nel ciclo della vita marina – e, di riflesso, nelle nostre vite.
Il Mediterraneo è un mare chiuso, molto più piccolo di quanto sembri sulle cartoline, e tutto quello che ci finisce dentro (dalle bottigliette di plastica alle sostanze tossiche che arrivano dai fiumi o dalle coste) non se ne va più. Resta, si accumula, si trasforma in un cocktail pericoloso per l’ambiente e la salute umana.
Eppure, in mezzo a questo scenario preoccupante, l’Italia si conferma anche quest’anno regina delle Bandiere Blu: 246 Comuni premiati e 487 spiagge riconosciute nel 2025. È un dato che racconta la forza di tante località costiere nel garantire balneazione sicura e servizi eccellenti. Ma – piccolo dettaglio che fa la differenza – la Bandiera Blu valuta la qualità delle acque di superficie e i servizi, non sempre l’inquinamento “nascosto” che si deposita nei fondali o entra nei nostri piatti.
E allora, cosa ci dice questo contrasto? Che non basta più guardare il Mediterraneo con gli occhi delle vacanze. Serve consapevolezza, monitoraggio costante, attenzione vera a ciò che non si vede. Le Bandiere Blu sono un orgoglio, ma la vera vittoria sarà restituire al Mediterraneo la salute che merita. Perché, diciamolo, anche la canzone più allegra cambia tono se il mare smette di essere una tavola blu.
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Ci sono luoghi che non ti aspetti nemmeno di visitare, ma che finiscono per lasciarti addosso qualcosa di profondo e difficile da dimenticare. Uno di questi, per me, è stato il carcere di Padova, la storica Casa di Reclusione “Due Palazzi”. Lo scorso venerdì 23 maggio sono stata lì in occasione della Giornata Nazionale di Studi promossa da Ristretti Orizzonti, e senza retorica, dico che ne sono uscita diversa. Non immaginavo quante storie, voci e riflessioni avrebbero colpito e affondato dritto nello stomaco. Provo a restituirle qui perché credo nel loro potere.
Il cuore di Ristretti Orizzonti
A organizzare il tutto è l’Associazione Granello di Senape, editrice della rivista “Ristretti Orizzonti”, l’organizzazione che lavora ogni giorno per supportare le persone detenute e per promuovere una nuova consapevolezza sul senso della pena. La redazione di “Ristretti Orizzonti” è, a tutti gli effetti, il cuore pulsante dell’associazione: un gruppo di circa trenta persone detenute (che fino a poco tempo fa comprendeva anche detenuti dell’Alta Sicurezza), affiancate da volontari e dalla direttrice, Ornella Favero che guida la redazione nel racconto dell’attualità, programmando attività di sensibilizzazione con grande attenzione al dialogo con le scuole e con le vittime di reato.
Il gruppo di Ristretti Orizzonti è il fulcro dell’unico cambiamento possibile nel dialogo dentro-fuori che realizza in una varietà di attività: oltre alla redazione, gestiscono un notiziario quotidiano, progetti educativi nelle scuole, uno sportello di orientamento giuridico, attività legate alla Messa alla Prova, la gestione delle biblioteche carcerarie, progetti formativi e lavorativi, laboratori di scrittura, progetti narrativi con migranti, percorsi di competenze di cittadinanza e attività per le fasce più fragili della popolazione detenuta. Una ricchezza che non si vede ma che ci rende più civili.
La questione dell’Alta Sicurezza
Uno dei temi più delicati degli ultimi mesi, e che è stato accennato anche durante la giornata, riguarda l’Alta Sicurezza e l’interruzione dei percorsi per i detenuti in questo circuito. Fino a poco tempo fa, anche alcuni di loro facevano parte della redazione ma oggi non è più così, e il dibattito è tutt’altro che chiuso. È un aspetto cruciale nel discorso sul carcere come prosecuzione del conflitto, e sulle ragioni dei detenuti dell’Alta Sicurezza.
Il convegno 2025: al centro il tema del conflitto
Il titolo – “Disinnescare… Attrezziamoci per disinnescare i conflitti, non per fomentarli” – è già un manifesto. Un invito a costruire ponti e trovare spazi di condivisione, in un’epoca in cui il rischio di polarizzazione è dietro ogni angolo. L’evento della redazione di Ristretti Orizzonti, curato da Ornella Favero e Silvia Giralucci, ha visto la partecipazione di 500 persone tra cui un nutrito gruppo di studenti.
Gli interventi e i relatori
La giornata è iniziata con i saluti istituzionali: la direttrice della Casa di Reclusione, Maria Gabriella Lusi, e l’assessora del Comune di Padova, Francesca Benciolini. La regia degli interventi è stata affidata ad Adolfo Ceretti, professore di Criminologia, mediatore e formatore esperto in giustizia riparativa.
Mi sono trovata ad ascoltare una straordinaria varietà di relatori:
Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti
Salvatore Fani, redattore detenuto
Marino Occhipinti, redattore detenuto
Gino Cecchettin, impegnato nella lotta contro la violenza di genere
Amin Er Raouy, redattore detenuto
Fatmir Muhaj, redattore detenuto
Jorge Martinez, redattore detenuto
Alfio Maggiolini, psicologo e psicoterapeuta
Renat Hadzovic, redattore detenuto
Jody Garbin, redattore detenuto
Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio, esperto di inclusione delle comunità Rom
Toni Ndoci, redattore detenuto
Anilda Ibrahimi, scrittrice
Mattia Griggio, redattore detenuto
Andrea Callegari, redattore detenuto
Francesco Striano, ricercatore in filosofia morale e scrittore
Benedetta Tobagi, scrittrice, storica e autrice radiofonica
Rossella Favero, formatrice di Granello di Senape
Elton Kalica, redattore detenuto
Shkelquim Daja, redattore detenuto
Gian Domenico Caiazza, avvocato penalista
Federica Brunelli, avvocata e mediatrice esperta in giustizia riparativa
Carlo Riccardi, criminologo clinico e mediatore
Sonia Fusco, madre di Fernanda
Yehia Elgaml, padre di Ramy
Angelica Armenio, educatrice e figlia di detenuto
Le storie che colpiscono forte
Il momento più toccante, personalmente, è stato l’ascolto della testimonianza di Sonia Fusco, madre di Fernanda, una ragazza uccisa a 17 anni in un incidente stradale. Sonia parla di “violenza stradale” sovvertendo il piano scivoloso, buio e glaciale, dell’ “incidente stradale” parlando del primo incontro in tribunale con il ragazzo responsabile della morte della figlia. Nel suo racconto di dolore annebbiante, hanno trovato spazio parole di una forza e di una fiducia disarmante: “mettere l’amore al posto del dolore è stata l’unica scelta. Il perdono per me è stato come l’odore dei fiori calpestati.” Il suo intervento ha inserito un tassello prezioso nel dibattito su come sia possibile, e necessario, disinnescare il rancore dei familiari delle vittime.
Altrettanto profonda la voce di Angelica Armenio, una giovanissima studentessa che ha portato la prospettiva delle vittime “senza approvazione sociale”, i figli delle persone detenute. Ha raccontato la realtà del doppio stigma di bambini e ragazzi che vivono ogni giorno, tra separazione e colpa riflessa. Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Angelica durante la pausa pranzo, dove mi ha raccontato della vergogna, della rabbia ma anche dell’amore sconfinato che l’ha portata a prendersi cura del padre nella sua malattia. Una conversazione che spero di poter riprendere presto.
In una intervista registrata Yehia Elgaml, padre di Ramy, il ragazzo morto durante un inseguimento della polizia a Milano, ha testimoniato con parole semplici e forti, il senso profondo della giustizia riparativa, interrogandosi e interrogandoci sul significato delle parole fuori tempo e fuori contesto: la parola “bene” a commento della caduta mortale, è lancinante e va dritta al cuore di questa giornata.
Il dialogo sulla giustizia riparativa
Non posso non raccontare il momento, intenso e lacrimoso, del talk sulla giustizia riparativa: mediatori, criminologi e familiari delle vittime hanno introdotto il tema dell’incontro. Ho ascoltato, nuovamente, con ammirazione le parole di Federica Brunelli che insieme a Carlo Riccardi, si occupa proprio di programmi di giustizia riparativa. Insieme a Sonia Fusco e Yehia Elgaml, papà di Ramy (morto in circostanze tragiche a Milano durante un inseguimento con la polizia), hanno discusso di come affrontare i reati che suscitano odio sociale e di come disinnescare il rancore dei familiari delle vittime. La giustizia riparativa, lo sto imparando, non può cancellare l’irreparabile, ma ha la bellezza di riportare le persone – vittime, responsabili, comunità – a guardarsi in faccia, a riconoscersi come esseri umani, a provare a rompere gli schemi della disumanizzazione. Un passaggio cruciale per qualsiasi futuro immaginabile.
La rivoluzione gentile
Benedetta Tobagi, causa sciopero generale, è riuscita a partecipare solo collegandosi in video da Milano portando il suo sguardo di storica e scrittrice sul tema del femminismo come “rivoluzione gentile e non violenta”. Il suo intervento, in dialogo con Ornella Favero, ha dato diversi spunti di riflessione sull’importanza di tenere insieme la liberazione personale e quella collettiva, lavorando non solo per di sé, ma soprattutto per cambiare radicalmente una società che ancora oggi deve fare i conti con disuguaglianze, femminicidi, discriminazioni, attacchi ai diritti acquisiti. In un tempo di angoscia e polarizzazione, la necessità di costruire ponti è davvero urgente – anche nelle battaglie femministe. Consigliatissimi i suoi libri, a partire da “La Resistenza delle donne”.
Le parole che fanno la differenza
Una giornata lunga e faticosa, fatta di treni cancellati e di viaggi su autostrade molto trafficate ma che rifarei per l’immensa varietà di conoscenze ed emozioni. Sono uscita dalla casa circondariale Due Palazzi sotto l’occhio vigile degli agenti con la consapevolezza di quanto sia potente il linguaggio con cui raccontiamo il carcere, la giustizia e i conflitti sociali. Etichette come “fascicoli viventi” o la stigmatizzazione di comunità intere – Rom, Albanesi, ecc. – non fanno altro che alimentare la disumanizzazione. Anche il modo in cui i media trattano le persone imputate, spesso trasformandole in “mostri” o “nemici pubblici” ancor prima di una sentenza definitiva, dimostra quanto sia necessaria una comunicazione più responsabile e informata. Le aziende e le istituzioni che in questo paese hanno nel proprio statuo le parole “dignità” “giustizia” “rispetto”, dovrebbero promuovere eventi e momenti di dialogo che aiutino a usare le parole giuste, perché il linguaggio può essere uno strumento di conflitto… oppure di riparazione.
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Notizia in anteprima direttamente dalla mia casella email: il Web Summit di Lisbona ha annunciato i primi cinque speaker dell’edizione 2025, in programma dal 10 al 13 novembre.
E tra questi, segnalo subito una buona notizia: due donne ai vertici dell’innovazione – Etosha Cave, cofondatrice e CEO di Twelve, e Louise McEwan, Chief Marketing Officer di McLaren F1. Non capita spesso di vedere la presenza femminile tra i primi annunci di eventi tech così internazionali, quindi vale la pena sottolinearlo.
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Quest’anno qualcosa è cambiato al Salone del Libro e te ne accorgi appena arrivi a Torino Lingotto dove al posto della coda informe e accaldata di visitatori trovi una veloce passerella per accedere al Padiglione Oval. Merito della tecnologia o di un piano organizzativo più efficace, questo non importa, quello che conta è che le code sono pressoché nulle anche per l’accesso agli incontri. Eppure la gente c’è: sono stati infatti 231.000 i visitatori della XXXVII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino che si è conclusa proprio oggi registrando numeri straordinari no solo di visitatori. Nei cinque giorni della manifestazione hanno affollato l’iconico Lingotto +4,05% di nuovi visitatroi rispetto alla precedente edizione, esplorando 977 spazi espositivi e partecipando a 2.647 eventi organizzati nelle 70 sale predisposte. Tra i dati più interessanti emerge una significativa presenza giovanile, con il 49% del pubblico composto da visitatori e visitatrici under 35.
Sotto la direzione editoriale di Annalena Benini, il Salone ha posto un accento particolare alle professioniste. Più spazio è stato dedicato ai temi delle genealogie femminili, del femminismo e della violenza di genere, con dibattiti e incontri volti a fornire una visione sfaccettata e inclusiva. Sempre tanta è la strada che può colmare il gap ma, un passo alla volta, si arriva.
Tra gli appuntamenti più significativi, il dialogo inaugurale tra Ginevra Bompiani e Luciana Castellina ha esplorato il femminismo da nuove prospettive, mentre Amalia Ercoli Finzi, prima donna italiana laureata in ingegneria aeronautica, ha condiviso la sua esperienza e il suo libro “Le ragazze della luna”, ispirando molte giovani donne presenti all’evento.
Ulteriore momento di riflessione è stata la presentazione del volume “Pagine di pace. Pensieri, scritti, pratiche di donne“, testo che raccoglie contributi fondamentali per comprendere e affrontare le questioni legate all’universo femminile contemporaneo.
Apprezzamenti anche per il concorso letterario nazionale “Lingua Madre“, attraverso il quale sono state premiate autrici straniere residenti in Italia, mettendo in luce narrazioni intense e riflessioni originali sul tema dell’identità culturale e del femminile contemporaneo e, a mio avviso, arricchendo ulteriormente il dibattito di genere al Salone.
Volendo fare i nomi, le autrici e intellettuali presenti in questa edizione sono state notevoli: Yasmina Reza, Tracy Chevalier, Jhumpa Lahiri, Valérie Perrin, Dacia Maraini, Licia Troisi, Luciana Littizzetto, Claudia de Lillo (Elasti), Enrica Tesio, Serena Dandini, Viola Ardone, Gabriella Greison, Christiana Ruggeri, tutte protagoniste di incontri e dialoghi che hanno messo al centro la voce femminile nella cultura contemporanea.
Un’edizione, dunque, caratterizzata non solo da un’affluenza eccezionale senza code, ma anche da una tangibile valorizzazione delle voci femminili, confermando il Salone Internazionale del Libro di Torino come uno dei fulcri di promozione della cultura inclusiva e consapevole.
Concludiamo con un voto otto, perchè manca ancora uno spazio conviviale e accogliente per ristorarsi e magari, perchè no, fermarsi a leggere un pò prima di riprendere il tour tra gli stand.
https://www.instagram.com/s/aGlnaGxpZ2h0OjE3OTU2Njg1NjYyODEzNjY1?story_media_id=3635937884032235986&igsh=MTNiaTZvNjhreXl4eQ=
SDL25 – ©Giulia Fasano (foto copertina)
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Uno degli aspetti più affascinanti e spesso trascurati dell’esperienza umana è l’imposizione, l’imposizione linguistica sul flusso dell’esperienza che chiamiamo conscio e inconscio. È fondamentale – per cominciare – capire che tali cose non esistono. È tuttavia estremamente utile imporre tali costrutti linguistici sul flusso dell’esperienza al fine di ottenere una certa leva, la capacità di muovere le cose e farle accadere. È importante non credere alle imposizioni che effettivamente facciamo, tuttavia è altrettanto importante sapere come utilizzare la leva fornita da tale distinzione imposta, una potente leva – un mezzo per influenzare la nostra percezione e, in definitiva, la nostra capacità di agire e raggiungere l’eccellenza.
Fa’ attenzione. Mentre leggi questa frase, probabilmente non sei consapevole della precisa sensazione, posizione o temperatura del tuo… alluce destro. Nel momento in cui hai letto la forma linguistica, la tua coscienza si è spostata, portando alla ribalta quella parte del tuo corpo precedentemente inosservata. Ciò che era “inconscio” solo un secondo fa è diventato consapevolmente disponibile.
Questo semplice esempio rivela una profonda verità: la nostra esperienza, anche all’interno dei confini artificiali di “conscio” e “inconscio”, è fluida e dinamica. Ciò che risiede sullo sfondo della nostra consapevolezza può spostarsi rapidamente in primo piano, e ciò che occupa la nostra attenzione cosciente può altrettanto facilmente recedere nel funzionamento automatico dell’inconscio, liberando la nostra attenzione per nuovi stimoli e aree di interesse. Questo costante flusso e riflusso è il ritmo naturale del nostro mondo interiore.
Attingendo alle intuizioni di Gregory Bateson, una figura profondamente influente nella comprensione di queste dinamiche, il “conscio” e l'”inconscio” possono essere visti operare con logiche distinte, persino incommensurabili. Ciò significa che non possono essere direttamente integrati o mappati l’uno sull’altro. La ricerca dell'”integrazione” è quindi uno sforzo futile. Invece, la chiave sta nella coordinazione.
La creatività, quella scintilla di innovazione e intuizione, non emerge unicamente dalle profondità dell’inconscio. Piuttosto, sorge dalla collisione, dall’interazione, tra questi due diversi sistemi logici. Lo scopo di coordinare consapevolmente queste entità interne è quello di raggiungere, in genere temporaneamente, ciò che può essere descritto come “stati di grazia” o “congruenza”. In questi momenti, c’è un potente allineamento tra i movimenti e le intenzioni a livello sia conscio che inconscio.
Questa coordinazione interna è fondamentale per un processo decisionale efficace, che spesso avviene attraverso il dialogo interno. Quando si raggiunge questa congruenza, si manifesta esternamente come carisma, presenza e l’aura inconfondibile di qualcuno che sa esattamente cosa sta facendo e dove sta andando. Queste sono le persone che ci ispirano e ci guidano.
La straordinaria verità è che ognuno di noi è capace di accedere a questi “stati di grazia”. La chiave sta nello sviluppare la capacità di coordinare consapevolmente le due grandi entità che costituiscono il nostro essere. Pertanto, un obiettivo fondamentale nel promuovere l’eccellenza è trovare modi per facilitare questo allineamento interno. Comprendendo il potere dell’inquadratura linguistica e la dinamica interazione tra la nostra esperienza conscia e inconscia, possiamo imparare a sfruttare queste forze interne, muoverci con maggiore intenzione e chiarezza e, in definitiva, sbloccare il nostro pieno potenziale di realizzazione.
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Dal 12 maggio 2025 è possibile presentare domanda per il Reddito di Libertà, il sussidio destinato alle donne vittime di violenza in condizioni di vulnerabilità economica. Questa misura, diventata strutturale con la Legge di Bilancio 2024, rappresenta un passo significativo nel percorso di contrasto alla violenza di genere in Italia.
Il contributo, come specificato dall’INPS, offre 500 euro mensili per un massimo di 12 mesi, con un aumento di 100 euro rispetto ai 400 euro precedentemente previsti. L’obiettivo è favorire l’indipendenza economica e l’autonomia delle donne che cercano di uscire da situazioni di abuso. Questi fondi possono essere utilizzati per spese di alloggio, formazione professionale e assistenza all’infanzia, interrompendo così il ciclo di dipendenza economica che spesso lega le vittime ai loro aggressori.
La misura è rivolta alle donne residenti in Italia con cittadinanza italiana, comunitaria o, nel caso di cittadine extracomunitarie, in possesso di regolare permesso di soggiorno. Le beneficiarie devono essere seguite dai centri antiviolenza riconosciuti dalle regioni o dai servizi sociali nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza.
Il Reddito di Libertà è cumulabile con altri strumenti di sostegno come l’Assegno di Inclusione, ampliando così le possibilità di supporto per le donne in difficoltà. Tuttavia, la procedura di accesso richiede il coinvolgimento dei servizi sociali territoriali e dei centri antiviolenza, un passaggio necessario ma che può rappresentare un ulteriore ostacolo per alcune donne.
La misura si inserisce in un contesto nazionale ancora segnato da profonde disuguaglianze di genere. l dati Istat rivelano che il 31,5% delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni (pari a 6 milioni 788 mila) ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. L’European Institute for Gender Equality nel suo rapporto più recente colloca l’Italia sotto la media europea nell’indice sulla parità di genere, con un punteggio di 69,2 su 100, rispetto alla media europea di 71 punti.
Le associazioni che operano nel settore continuano a chiedere non solo maggiori risorse, ma anche un rafforzamento della rete dei servizi di supporto, inclusi i centri antiviolenza e le case rifugio, fondamentali per garantire percorsi di uscita dalla violenza efficaci e duraturi.
Secondo D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, nel 2023 sono state oltre 23.000 le donne accolte dai centri antiviolenza della rete, di cui il 59% senza reddito sicuro e quasi una su tre a reddito zero. Di fronte a questa emergenza, esperti e associazioni invocano un approccio più organico e strutturato al supporto delle vittime. «Nonostante l’aumento di 100€ al mese, sono ancora troppo pochi i fondi messi a disposizione di questo strumento che dovrebbe agevolare l’autonomia economica delle donne che affrontano percorsi di uscita dalla violenza», sottolinea D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza in una nota stampa. Un altro aspetto critico riguarda i tempi di attuazione: il decreto attuativo è stato firmato a dicembre 2024, dopo un’attesa di quasi un anno, rallentando l’accesso ai fondi per molte potenziali beneficiarie.
Mentre l’Italia continua a navigare tra difficoltà economiche e pressioni sociali, le scelte politiche dei prossimi mesi determineranno la capacità del sistema di proteggere efficacemente le donne che cercano di ricostruire la propria vita lontano dalla violenza. Il Reddito di Libertà, pur con i suoi limiti, rappresenta uno strumento concreto per sostenere l’autonomia delle donne vittime di violenza e promuovere una società più equa e sicura per tutti.
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La scorsa settimana mi è capitato di pranzare con un ex collega che si occupa di risorse umane per una grande azienda. Era entusiasta delle piattaforme di intelligenza artificiale, di come snellissero i compiti e accelerassero, a suo dire, il processo di formazione dei nuovi stagisti inseriti nei vari team. Io gli ho fatto una domanda, fondamentalmente semplice: dal momento che state implementando sempre di più l’intelligenza artificiale per i lavori di livello inferiore, come impareranno questi giovani talenti (ora stagisti) a pensare in modo critico e ad evolvere, in futuro, verso i ruoli senior di cui avrete bisogno? Se non svolgono mai il lavoro di base che viene delegato alle macchine, come comprenderanno gli elementi base che permetteranno in futuro di risolvere i problemi?
La mia domanda non ha avuto risposta. Ma quello che mi ha più colpito è che lui non ha manifestato nemmeno il sospetto che il processo in corso nella sua azienda, e in tante altre, possa avere un risvolto quantomeno imprevisto.
Un risvolto che a me, da professionista e genitore, preoccupa molto e che definisco, senza giri di parole, deleterio per la formazione di giovani laureati e laureate che entrano nel mondo del lavoro in questi anni.
Ognuno di noi, nel ruolo pubblico e privato, si chieda se il prezzo da pagare all’intelligenza artificiale è la perdita tramite atrofia delle competenze umane.
Quando mi imbatto in questo genere di entusiasmo cieco nei confronti dell’AI ho la sensazione che stiamo barattando il caos e l’intuizione (a volte magica) tipici dei procedimenti dell’apprendimento umano, con la promessa di un apprendimento democratizzato, di una crescita personalizzata e di un’istruzione più rapida ed efficiente con le AI.
Se il declino ci sarà, partirà proprio da qui, dall’annullamento del pensiero critico: affidare le esecuzioni dei processi alle AI produce“output anestetizzanti e questo lo puoi osservare già nello swipe e nello scroll ossessivo del feed social.
In questo processo di involuzione tramite anestesia da AI, guardare un video sui bombardamenti o uno sui tour turistici nella striscia di Gaza, non sortisce azione né compassione umana. In questo contesto automatizzato, non maturerà il sentimento della collaborazione tra colleghi dello stesso team. E non verranno nutriti sentimenti di appartenenza alle comunità (aziendali e non).
E allora, non volermene caro collega delle risorse umane, al tuo posto, quello che cercherei nei candidati che si presentano, per qualsiasi posizione, anche tecnica, è una competenza soft soft e basic basic, quella del ragionamento critico umano. Una competenza che cercherei anche di far crescere, stimolando e formando creativamente i talenti delle nuove risorse sui valori narrati dal brand che rappresenti.
Il futuro del lavoro, lo dico con tanto sentimento e forse un pizzico di presunzione, non riguarda solo macchine più intelligenti, ma anche esseri umani più autonomi nel pensiero.
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L’elezione di Papa Leone XIV segna l’inizio di un nuovo capitolo per la Chiesa cattolica, in particolare sul tema del ruolo delle donne all’interno dell’istituzione. Il nuovo pontefice si trova ora ad affrontare questioni complesse lasciate in eredità dal suo predecessore. Nel 2023, Leone, allora cardinale, aveva affermato che «clericalizzare le donne» non avrebbe risolto i problemi della Chiesa, sottolineando piuttosto la necessità di valorizzare il ruolo femminile senza necessariamente attribuire ordini sacri. Una posizione che sembra confermare una linea di continuità con il pontificato precedente, ma con sfumature più tradizionali.
Il tema del diaconato femminile rimane uno dei più discussi e controversi. Papa Francesco aveva aperto alla possibilità di rivedere la questione, istituendo due commissioni di studio che, tuttavia, non avevano portato a risultati concreti. Durante il Sinodo sulla Sinodalità, Bergoglio aveva permesso alle donne di partecipare con diritto di voto, un passo significativo verso una maggiore inclusione, ma non aveva mai ufficialmente approvato l’ordinazione di donne diacono. Suor Linda Pocher, teologa e religiosa salesiana che Papa Francesco chiamò al C9 dei cardinali per ascoltare le ragioni di chi sostiene un maggior ruolo delle donne nella Chiesa, intervistata dal Quotidiano Nazionale, pochi giorni prima dell’elezione di Leone XIV, aveva espresso la speranza che la commissione a latere del Sinodo potesse aprire alla costituzione nel clero di un diaconato permanente per le donne, così come esiste per gli uomini sposati.
In questo contesto di transizione, la vicenda delle cinque suore cistercensi che hanno lasciato il convento dei Santi Gervasio e Protasio di Vittorio Veneto, rappresenta un emblema delle tensioni che attraversano la Chiesa sul tema del ruolo femminile. La giovane badessa Aline Pereira, 41 anni, originaria dell’Amazzonia e laureata in Economia, era stata destituita dopo il commissariamento del monastero. Al suo posto era arrivata madre Martha Driscoll, 81 anni. Un cambio di guardia che aveva creato un clima «insopportabile» secondo le monache fuggite, che si erano sentite «soffocate». Suor Aline aveva fatto scalpore nel 2018 quando, a soli 34 anni, era diventata la più giovane reggente di un convento italiano. Il suo approccio progressista e imprenditoriale aveva portato il monastero a produrre e vendere Prosecco, oltre a miele, creme e aloe per autofinanziarsi. Sotto la sua guida, le monache si dedicavano anche a progetti sociali, aiutando bambini autistici, donne vittime di violenza e varie associazioni.
Il nuovo pontefice si trova ora ad affrontare sfide complesse, tra cui la riforma della Curia Romana e la gestione di temi divisivi come i diritti LGBTQ e la crisi ambientale. Esempi come quello delle monache cistercensi di Vittorio Veneto e le parole di suor Linda Pocher riflettono le aspettative di cambiamento, mentre i progressi normativi (come la Praedicate Evangelium) mostrano aperture concrete, seppur limitate. La sfida per Papa Leone XIV sarà conciliare tradizione e innovazione, bilanciando le pressioni progressiste con la prudenza di un’istituzione millenaria. Intanto, le donne continuano a essere pilastro della Chiesa, spesso in ruoli non retribuiti, mentre il loro accesso ai vertici rimane simbolico. Il futuro del diaconato femminile resta incerto, ma una cosa è chiara: la questione è ormai irrimandabile, e la risposta del nuovo papa segnerà il corso del suo pontificato.
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