Ci sono due notizie rimbalzate nei giorni scorsi online che suggeriscono una riflessione amara ma necessaria.
La prima è la decisione del Governo indiano di chiedere alle aziende di e-commerce istantaneo di smettere di promettere ai propri utenti consegne in dieci minuti.
La seconda sono le rivelazioni di un ingegnere informatico che racconta di aver lavorato sin qui una grande società di consegne a domicilio e di essersi licenziato per una sorta di obiezione di coscienza.
Entrambe le storie hanno la stessa morale: il lusso che ci piace a tutti di ordinare qualsiasi cosa restando seduti sul nostro divano attraverso un tap sullo schermo dello smartphone sta assumendo dei costi sociali insostenibili per le centinaia di milioni di persone che lavorano nel settore.
La sigla e ve ne parlo per qualche minuto.
Nel resto del mondo la tendenza non ha ancora preso così tanto piede ma nelle grandi città indiane sembra, ormai, irreversibile: si ordina un prodotto, uno qualsiasi, da una playstation a del cibo e ci si aspetta di vederselo consegnare in dieci minuti anche perché tanto promettono una serie di aziende specializzate in questo genere di e-commerce istantaneo.
Ma, naturalmente, mantener fede a una promessa del genere, significa far correre fino allo sfinimento i propri corrieri senza riguardo alle condizioni atmosferiche, al traffico, allo stress e alla stanchezza.
È per questo che il Governo indiano ha appena chiesto alle leader di questo settore di mercato di ripensare il modello di business, di smettere di promettere consegne tanto rapide, di rispettare di più i lavoratori e farli rischiare di meno lungo le strade delle grandi città.
Il lusso di chi ordina, infatti, è diventato un costo insostenibile per i lavoratori che devono consegnare l’ordine.
E non succede solo in India e non succede solo con il commercio elettronico istantaneo.
Negli Stati Uniti, infatti, nei giorni scorsi una gola profonda ha denunciato una serie di pratiche algoritmiche disumane che sembrerebbero diffuse nel settore delle consegne a domicilio.
Una su tutte, tanto per evitare che il caffè diventi lungo.
Uno dei parametri utilizzati dall’algoritmo che gestisce l’assegnazione delle corse ai rider sarebbe questo: se un rider, in una stessa serata, accetta un certo numero di corse di modesto o modestissimo valore, lo si contraddistingue come “disperato” e, da quel momento in poi non gli si propongono più corse meglio pagate.
La ratio è tanto semplice quanto disumana e disumanizzante: se è disposto a correre e lavorare tanto per un pugno di dollari, perché pagargliene di più?
Un ragionamento che, probabilmente, per la società che gestisce l’applicazione vale una significativa impennata dei guadagni e un’ottimizzazione nella gestione delle risorse umane ma che, evidentemente, non ha niente ma proprio niente a che fare con la dignità delle persone e dei lavoratori.
Due storie lontane, due storie diverse, due storie che suggeriscono, certamente, di puntare l’indice e di indirizzare un duro j’accuse all’industria del settore ma, al tempo stesso, due storie che dovrebbero impedirci di autoassolverci, di sentirci innocenti, di sottrarci alle nostre responsabilità.
In fondo se le cose stanno andando come stanno andando, con persone trattate da autentici schiavi anziché da madri, padri, figlie, figli, persone, insomma, in carne ed ossa, la colpa è anche nostra e di lussi e privilegi digitali talvolta stupidi ai quali, forse, potremmo rinunciare.
Perchè in fondo attendere trenta minuti anziché dieci per ricevere una playstation a casa non ci cambia la vita.
Come non ce la cambia fare lo sforzo – si fa per dire – di pensare a quello che avremmo voglia di mangiare a cena trenta minuti prima.
Insomma se ciascuno di noi facesse un piccolo passo indietro nelle proprie aspettative digitali, potrebbe contribuire a fare un grande passo avanti alla dignità di centinaia di milioni di lavoratori della gig economy oggi calpestata e travolta dalla ferma volontà del mercato di soddisfare ogni nostro desiderio e capriccio.
Buona giornata e, come sempre, good morning privacy!