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DIECI ANNI DI ACCOGLIENZA AL MIGRANTE CHE HA DEVASTATO MALPENSA
di Anna Bono
Il cittadino del Mali che ha appiccato il fuoco e preso a martellate un monitor all'aeroporto della Malpensa il 20 agosto è entrato in Italia dalla Francia dieci anni fa, nel 2015. Al suo arrivo ha chiesto protezione internazionale dicendosi profugo e l'ha ottenuta, fino al 2019, quando la Commissione territoriale incaricata di riesaminare il suo caso ha accertato che in realtà gli mancavano i requisiti per ottenere lo status di rifugiato e glielo ha negato.
La protezione sussidiaria
Allora lui ha presentato ricorso, la Cassazione gli ha dato ragione, la sua richiesta di asilo è stata esaminata nel 2021 dal Tribunale di Milano dove un giudice ha confermato la mancanza dei requisiti necessari per ottenere lo status giuridico di rifugiato, ma gli ha concesso un'altra forma di protezione internazionale, quella sussidiaria.
Questo tipo di protezione è stato istituito dall'Unione europea nel 2013 per non respingere chi, pur non avendo diritto allo status di rifugiato, può dimostrare che, se rimpatriato, correrebbe il rischio reale di subire danni gravi, come la pena capitale o essere torturato, e minacce alla vita a causa di situazioni di violenza generalizzata. Il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria dura cinque anni, rinnovabili, e permette tra l'altro di andare a scuola, lavorare, chiedere un ricongiungimento familiare. Quello del cittadino maliano scade nel 2027.
LE PORTE DELL'ASSISTENZA
Non sappiamo molto su di lui, su come abbia vissuto in questi dieci anni, ma sappiamo come avrebbe potuto, e dovuto, trascorrerli. Dal momento in cui ha chiesto asilo si sono aperte per lui le porte del sistema assistenziale istituito apposta per le persone che entrano illegalmente nel nostro Paese e cercano di ottenere lo status giuridico di rifugiato.
A regola, è stato affidato a un Cpa, Centro di prima accoglienza, o a un Cas, un Centro di accoglienza straordinaria. Sono le strutture allestite per ospitare i richiedenti asilo mentre il loro caso viene esaminato. Attualmente, ci informa il Ministero dell'interno, sul territorio nazionale ce ne sono più di 5.000 con una capacità di oltre 80.000 posti. Gli ospiti ricevono vitto, alloggio, assistenza socio-sanitaria, assistenza legale, corsi di lingua e formazione, attività di socializzazione e orientamento al lavoro e una piccola somma giornaliera a loro disposizione.
La richiesta del cittadino maliano è stata esaminata, per due volte: la seconda volta da una Commissione territoriale. Le Commissioni territoriali sono gli organi preposti a valutare le richieste di asilo. Possono concedere lo status di rifugiato, protezione sussidiaria, permesso di soggiorno per motivi umanitari (protezione speciale) o rigettare la richiesta. Sono 20, ognuna composta da un presidente, un funzionario di carriera prefettizia, un funzionario della Polizia di Stato e un esperto in materia di protezione internazionale e tutela dei diritti umani designato dall'Unhcr. Inoltre i richiedenti durante le udienze sono affiancati da interpreti e mediatori culturali.
Dopo aver ottenuto protezione internazionale, un cittadino straniero ha diritto di essere inserito nel Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione, dove può rimanere per sei mesi rinnovabili e anche oltre, se lo giustificano certe condizioni: ad esempio, terminare un ciclo di studio o di formazione. Anche il maliano arrivato dalla Francia ha potuto usufruirne. Al 31 Luglio 2025 sono 870 i progetti Sai (624 ordinari, 206 per minori non accompagnati, 40 per persone con disagio mentale o disabilità) affidati a 735 enti locali titolari di progetto: 646 comuni, 15 province, 25 Unioni di Comuni, comprese le Comunità Montane e le Unioni Montane di Comuni, e 49 altri enti.
PATROCINIO GRATUITO
Quando la sua richiesta di asilo è stata respinta nel 2019, il maliano è ricorso con successo in Cassazione, sicuramente usufruendo del gratuito patrocinio che viene concesso agli stranieri, anche irregolari, alle stesse condizioni poste per i cittadini italiani - vale a dire un reddito non superiore a 13.659,64 euro - con la differenza che a uno straniero è consentita l'autocertificazione purché dimostri di aver fatto richiesta di certificazione al proprio consolato senza aver ottenuto risposta.
Le spese legali di chi gode di gratuito patrocinio sono sostenute dallo Stato italiano. Nel biennio 2022-2023 i cittadini stranieri residenti in Italia ne hanno goduto per 71 milioni di euro, un quarto circa del totale, in gran parte per ricorsi di richiedenti asilo contro le decisioni delle Commissioni territoriali.
Il suo caso è stato affidato al Tribunale di Milano dove è stato giudicato due anni dopo da un magistrato che, pur concordando che non fosse possibile attribuirgli lo status di rifugiato, ha stabilito sulla base di informazioni presumibilmente raccolte da diverse fonti - e chissà con quanto lavoro da parte dei dipendenti del tribunale - che farlo tornare in Mali sarebbe stato troppo pericoloso.
Questo in sintesi è l'apparato di organi, strutture, risorse, servizi e opportunità messi a disposizione del cittadino maliano, e di centinaia di migliaia di altri emigranti illegali arrivati in Italia. E lui ha dato fuoco e a preso a martellate un Terminal dell'aeroporto di Malpensa: altri costi per riparare i danni, per tenerlo in detenzione, processarlo e... poi si vedrà.
Per inciso, quella della situazione attuale in Mali, Paese del Sahel, è questione controversa. Il nord est del Paese è pericoloso per la presenza di gruppi jihadisti e, specialmente in passato, a causa del movimento indipendentista Tuareg. Due colpi di stato militari a pochi mesi di distanza, nel 2020 e 2021, hanno rovesciato il governo e lo hanno sostituito con una giunta militare. Nei giorni scorsi è stato sventato un nuovo tentativo di golpe. La questione controversa riguarda la sicurezza.
La giunta militare guidata dal colonnello Assimi Goita assicura di essere riuscita a ridurre la minaccia jihadista con il valido aiuto in tecnologie, armi e mercenari russi. I dati disponibili non lo confermerebbero e anzi all'esercito maliano e ai russi (ex Wagner, oggi African Corps) si muovono accuse di esecuzioni sommarie, torture e sparizioni di cui sarebbero vittime i Fulani, una etnia che, secondo la giunta militare, collabora con il più temuto gruppo jihadista della regione, il Jnim affiliato ad al Qaeda.