Good morning privacy!

Dimmi chi sei sui social e ti dirò se puoi entrare


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Mala tempura currunt almeno per le cose della privacy, almeno negli Stati Uniti d’America anche se certe idee, sfortunatamente, sono contagiose e corrono più veloci di quanto dovrebbero.
Chi ne dubitasse può leggere la proposta appena messa in consultazione pubblica delle nuove regole con le quali la seconda amministrazione Trump vorrebbe disciplinare le domande di cittadinanza e di residenza.
Secondo quanto si legge nella proposta per sperare in una risposta positiva bisognerebbe mettere a disposizione dei funzionari di Governo l’intera propria storia sui social network.
Una sorta di social investigation, indispensabile, stando a quanto sostiene l’amministrazione, per esser certi di dare la luce verde a chi lo merita per davvero.
Una misura sproporzionata e liberticida secondo le associazioni per la difesa dei diritti civili.
Certamente – e, a prescindere dalle diverse possibili opinioni – una dimostrazione plastica di quello che si intende quando si dice che il fine giustifica i mezzi.
Negli USA, in questo momento, almeno a questo proposito, sembrano esserne convinti.
E, quindi, si trova naturale – apparendo, forse peraltro sbagliando, tecnologicamente possibile - valutare una persona che chiede la cittadinanza americana non per chi è ma per chi è stata o, forse, meglio ancora, per chi appare essere stata dall’analisi dei suoi profili social.
Un’analisi, peraltro, che è facile immaginare, in considerazione della quantità enorme e dell’eterogeneità dei dati e delle informazioni presenti sui social, sarà presto demandata a algoritmi addestrati chissà come e, magari, pieni di bias e pregiudizi di ogni tipo.
Qualcuno, magari, verrà tenuto fuori per aver postato questa o quella foto che lo ritrae mentre manifesta contro quella o questa iniziativa del Governo in carica o perché l’algoritmo confonderà per vero un suo travestimento carnevalesco che lo ritrae con gli abiti di un qualche criminale cinematografico.
Difficile anche solo immaginare, se le nuove regole entrassero in vigore nella loro attuale formulazione, come cambierebbe il rapporto tra i social network e chiunque pensi di potersi un giorno trovare a dover chiedere la cittadinanza americana.
Magari, anche solo la pubblicazione di un podcast come questo, critico rispetto a un’idea che non appare tra le migliori possibile, potrebbe costare a qualcuno la cittadinanza.
Oggettivamente una compressione enorme delle libertà fondamentali di milioni di persone, a cominciare proprio da quel primo emendamento così caro oltre oceano.
E i maligni già dicono che si comincia con gli immigrati ma presto si chiederà altrettanto ai cittadini americani, magari per la loro assunzione nella pubblica amministrazione.
E non è da escludere vada proprio così perché quando una tecnologia esiste e la si comincia a usare in un certo ambito, il più delle volte con l’alibi che si tratta di un casa eccezionale e che si tratta di una misura straordinaria, poi estenderne l’ambito di applicazione a situazioni meno eccezionali diventa facile, troppo facile.
Stiamo a vedere.
C’è ancora tempo, due mesi, per sperare che la consultazione pubblica suggerisca un ripensamento.
Frattanto buona giornata e good morning privacy.
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Good morning privacy!By Guido Scorza