«Are you all ready to defend this democracy?
Are you ready to fight fascism?
Are you prepared to destroy authoritarianism once and for all?»
Brandon Johnson, sindaco di Chicago, pronuncia queste parole il 18 ottobre 2025 alla manifestazione No Kings.
Se cerchi il suo nome su Google e guardi come lo raccontano molti giornali italiani, scoprirai che viene definito quasi sempre in funzione di quello che dice di lui Donald Trump. O peggio: leggerai che è un sindaco poco amato, addirittura “il meno amato d’America”. Ed è un problema, perché è una narrazione parziale.
Vale la pena, allora, provare a capire chi è Brandon Johnson.
Un sindaco nato fuori dalle stanze del potere
Nell’aprile del 2023, quando Johnson vinse a sorpresa le elezioni per il sindaco di Chicago, si parlò di un risultato inatteso. Ma le “sorprese” elettorali non dovrebbero sorprenderci più: sono all’ordine del giorno. Quello che conta è che quella notte si diffuse un’ondata di speranza tra le comunità di base e gli ambienti progressisti della città.Quella di Johnson non è solo una vittoria politica, né solo la vittoria di un singolo individuo — anche se la sua storia personale conta. È il culmine di un decennio di organizzazione dal basso, guidato soprattutto dal sindacato degli insegnanti di Chicago, di cui Johnson faceva parte, contro le politiche neoliberiste delle amministrazioni precedenti.Dalle aule alle lotte sindacaliJohnson è cresciuto a Elgin, Illinois. È uno dei dieci figli di un pastore e, fin da giovane, sviluppa un forte senso di servizio collettivo. Un evento segna profondamente la sua vita: la morte della madre per insufficienza cardiaca, che lui attribuisce alla mancanza di un sistema sanitario pubblico di qualità. Da lì nasce il suo impegno, che per lui è una missione personale e politica insieme. Diventa insegnante e, lavorando nelle scuole pubbliche, vede da vicino cosa significhi chiuderle, disinvestire sull’istruzione pubblica, ignorare la violenza armata tra studentesse e studenti. Nel 2011 entra nel Chicago Teachers Union e gioca un ruolo importante nello sciopero del 2012. Quello sciopero non fu solo una vertenza sindacale: fu la nascita di un movimento sociale che collegava la scuola pubblica alle questioni più ampie della giustizia sociale, del diritto alla casa, del potere delle grandi aziende. Questa esperienza modella la sua visione: un approccio intersezionale e comunitario alla politica, fiducia nelle coalizioni multietniche, la scuola come centro della comunità e il sindacato come motore del cambiamento sociale.
Dal movimento alle istituzioni
Tra il 2018 e il 2023 Johnson è commissario della contea di Cook. È il passaggio da organizzatore esterno a parte del sistema che vuole cambiare. In quel ruolo promuove leggi progressiste, come l’ordinanza che vieta la discriminazione abitativa verso chi ha precedenti penali e quella che garantisce assistenza legale gratuita alle persone migranti a rischio di espulsione. Da qui nasce la sua candidatura a sindaco, considerata improbabile da molti.
Eppure, nel 2023, sconfigge la sindaca uscente Lori Lightfoot e il moderato Paul Vallas.La sua non è una storia personale: è un intero movimento che diventa sindaco.
Johnson tenta di applicare le tattiche dell’organizzazione comunitaria alla macchina istituzionale di una delle città più grandi d’America.
La politica dal basso verso l’alto
Una volta in carica, Johnson prova a tradurre quella visione in un progetto legislativo concreto. Vuole ristrutturare l’economia di Chicago dal basso, ma si scontra con un sistema complesso e con i limiti del potere reale. Ci sono promesse ambiziose, sconfitte evidenti, ma anche risultati significativi.“Bring Chicago Home” e la sconfitta del referendumIl fulcro del suo piano politico è la giustizia sociale. Uno dei suoi progetti più importanti è il referendum Bring Chicago Home, che mira a rimodulare la tassa sul trasferimento immobiliare: aumentarla sulle vendite di immobili oltre 1 milione di dollari e ridurla per il 95% dei proprietari, generando circa 100 milioni di dollari l’anno da destinare ai servizi per i senza tetto. C’è un referendum. L’iniziativa, sostenuta da oltre 100 organizzazioni comunitarie, fallisce.
Viene bocciata con il 54% dei voti contrari, dopo una campagna potentissima e ben finanziata dalla lobby immobiliare che la dipinge come “una tassa che uccide il lavoro e soffoca lo sviluppo”. Alcuni grandi proprietari avrebbero persino inviato mail ai propri inquilini esortandoli a votare contro. È una campagna basata sulla paura, e funziona.Per Johnson è una sconfitta politica e simbolica. Senza quelle entrate strutturali, l’amministrazione resta costretta a finanziare i servizi con un bilancio già sotto pressione.
Ad aprile 2024 il Consiglio approva un’emissione di bond da 1,25 miliardi di dollari: una soluzione meno democratica di un referendum, che sposta il peso da una tassa progressiva al debito pubblico.
Lavoro e diritti: la vittoria di “One Fair Wage”
Tra i successi più importanti dell’amministrazione Johnson c’è l’ordinanza One Fair Wage, che elimina il doppio salario minimo: è più basso per chi lavora con le mance (come i camerieri).
Entro il 2028, a Chicago tutti i lavoratori e le lavoratrici avranno lo stesso salario minimo.
È una vittoria simbolica e concreta per chi sostiene i diritti delle persone che lavorano.
Migranti, tensioni e la “guerra tra poveri”
Dal 2022 sono arrivati a Chicago migliaia di migranti, per lo più dal Venezuela.
L’amministrazione ha speso centinaia di milioni di dollari per accoglienza, alloggi e servizi.
Una risposta rapida ma emergenziale, che ha però generato risentimento nelle comunità nere storicamente disinvestite: scuole chiuse da anni riaperte come rifugi per i nuovi arrivati.
La domanda che risuona nei quartieri è semplice: perché la città riesce a mobilitare risorse con tale urgenza per i migranti, quando le nostre richieste di lavoro, alloggi e scuole sicure sono state ignorate per decenni? È il paradosso delle comunità marginalizzate: non sono un blocco unico. Hanno bisogni, priorità, paure diverse. E la tensione interna mina la solidarietà di base su cui si fonda il progetto di Johnson.
Sicurezza e giustizia sociale
L’approccio di Johnson alla sicurezza pubblica privilegia le cause profonde della violenza: disoccupazione giovanile, mancanza di servizi, salute mentale.
Ha definito la polizia tradizionale “una malattia” e si oppone all’idea che la sicurezza significhi sorveglianza e paura. Nel 2025 Chicago registra un calo storico dei crimini violenti: omicidi in diminuzione di quasi il 47% rispetto all’anno precedente, criminalità violenta in calo di oltre il 23%.
Numeri significativi, anche se non sempre percepiti nei quartieri più colpiti.Johnson decide anche di cancellare il contratto con ShotSpotter, la tecnologia di rilevamento degli spari.
Secondo lui è inefficace e discriminatoria: crea un feedback loop che concentra la sorveglianza nei quartieri già marginalizzati.
La decisione scatena però proteste nei quartieri ad alta criminalità, dove molti residenti si sentono privati di uno strumento di sicurezza.
È un’altra frattura interna, che rivela quanto sia complesso governare un “noi” diseguale.
Le scuole come laboratorio di equità
Per anni le Chicago Public Schools sono state finanziate con il sistema “per studente”: i fondi seguivano l’iscrizione. Questo modello ha prodotto enormi disuguaglianze, concentrando le scuole sottofinanziate nei quartieri neri e costringendo i presidi a tagliare personale e servizi.L’amministrazione Johnson cambia direzione: introduce un nuovo modello basato sull’equità, che garantisce a ogni scuola risorse e posizioni di base, e aggiunge fondi in base alle necessità misurate da un indice dedicato.
Sindacato e amministrazione lo salutano come un passo storico.I critici però avvertono che questo sistema, pur giusto nelle intenzioni, rischia di penalizzare le scuole selettive e di accelerare la fuga della classe media, erodendo la base fiscale necessaria a sostenere le riforme.È un paradosso tipico di ogni tentativo di riequilibrio strutturale: corregge ingiustizie, ma genera nuovi conflitti.
Linguaggio e politica
In un’intervista diventata virale, Johnson rifiuta il termine “illegal aliens” per definire le persone senza documenti:
«Il termine legale per il mio popolo era “schiavi”. Vuoi che usi anche quello?»
È un esempio del suo modo di intendere la politica: contestare il linguaggio per contestare il potere.
Il bilancio impossibile
Valutare oggi il mandato di Brandon Johnson è quasi impossibile.
Sono passati poco più di due anni, ma dentro questo tempo breve si è condensato tutto: promesse, contraddizioni, successi e sconfitte che fanno parte naturale di un percorso peculiare.
Johnson ha provato a cambiare le regole del gioco dall’interno, e inevitabilmente si è scontrato con il sistema che le produce e che lo ostacola in ogni modo.
Alcune delle persone che lo avevano sostenuto si sentono ora escluse.
Ma, come ricordava David Graeber, i cambiamenti veri si misurano su scala epocale.
Non ha senso chiedersi se Johnson sia “amato” o “odiato”: ha senso capire cosa rappresenta e perché la sua esperienza dice molto dell’America di oggi.
È la storia di un noi che cerca di sostituirsi agli io, in un mondo che spinge nella direzione opposta. Questo è il motivo per cui vale la pena raccontare Brandon Johnson. Perché capire le sue scelte, anche le sue sconfitte, aiuta a leggere le dinamiche del potere e le fratture che attraversano la democrazia america
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