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Ep. 22 - Il giornalismo è un privilegio?


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Le vite di chi racconta le cose facendo giornalismo non sono esattamente facili come si può pensare. E, in molti casi, il giornalismo è un privilegio di classe. È a forma di maschio bianco benestante. E siccome il privilegio è intersezionale, in questa puntata di Slowly parliamo anche con Roberta Cavaglià, che ha realizzato insieme a Stefania Prandi e Francesca Candioli un'inchiesta sulle molestie nelle scuole di giornalismo e che ora raccoglie testimonianze per una nuova inchiesta su molestie, ricatti sessuali, discriminazioni legate alla maternità, comportamenti sessisti e abusi di potere avvenuti all’interno delle redazioni italiane.
Per raccoglierle, hanno creato un questionario che puoi compilare in forma anonima, lasciando un mail o numero di telefono per essere ricontattata e verificare la tua identità, che non verrà diffusa per nessun motivo: lo trovi qui.

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Da qui in giù, la sintesi è fatta in maniera automatica da una macchina. 

Il giornalismo in Italia è un privilegio di classe Il giornalismo in Italia è, di fatto, un privilegio di classe. Potremmo riassumerlo dicendo che ha la forma di un maschio bianco e benestante.

È il motivo principale per cui il giornalismo italiano è schierato, e lo è quasi sempre dal punto di vista di chi ha di più, mentre tutti gli altri — che sono molti di più — restano sistematicamente esclusi dal racconto. Succede per molti motivi, a partire dalle barriere d’accesso alla professione.

La via maestra è la frequenza di un master biennale riconosciuto dall’Ordine dei giornalisti, al termine del quale si sostiene l’esame di Stato per ottenere il tesserino. Ma l’architettura di questo sistema è di per sé un problema: il costo diretto per frequentare una scuola accreditata supera le possibilità di una famiglia con reddito medio-basso. Le rette più o meno vanno dai 14 ai 21 mila euro, spesso più del reddito annuo di un lavoratore precario del settore. A queste cifre si aggiungono tasse d’ammissione, spese di selezione, e non c’è alcuna garanzia di sbocco occupazionale, anche dopo aver superato tutto.

Una persona e la sua famiglia devono quindi affrontare una spesa altissima, senza certezza di un ritorno economico in un settore già noto per la precarietà. È una scommessa che può permettersi solo chi ha un paracadute economico familiare. Le borse di studio dovrebbero essere un correttivo, ma nella pratica finiscono per premiare chi ha già superato le prime selezioni. E chi non ha mezzi, spesso, non può nemmeno permettersi di provarci. Le scuole di giornalismo si concentrano nelle grandi città: Milano, Roma, Torino, Bologna. Questo significa che chi viene da altre aree deve affrontare costi di trasferimento, vitto e alloggio. Il totale, tra retta e spese, può arrivare a 50 o 60 mila euro in due anni — una cifra fuori portata per la stragrande maggioranza delle famiglie italiane. Così il sistema seleziona non i più talentuosi, ma chi possiede il capitale economico e sociale necessario a superare questo percorso a ostacoli. E anche chi riesce ad entrare, spesso si trova davanti una gavetta fatta di tirocini sottopagati, collaborazioni occasionali, stipendi che non coprono le spese minime per vivere in una grande città. Le prime esperienze, quelle che dovrebbero formare, diventano un test di sopravvivenza economica. Solo chi ha un sostegno familiare può resistere. Il risultato è un giornalismo composto da persone che provengono da un contesto sociale, geografico e culturale omogeneo. Le eccezioni esistono, ma si muovono in un sistema i cui vertici restano invariati. Il praticantato, per chi non fa il master, è un’altra forma di gavetta: due anni di articoli retribuiti, spesso con compensi irrisori. Il tirocinio, in teoria formativo, in pratica diventa una fase di precarietà. Le analisi di mercato dicono che lo stipendio medio per i tirocini giornalistici è di circa 985 euro al mese. Una cifra appena sufficiente per sopravvivere. Il sistema non seleziona il talento, ma la disponibilità economica. E questo ha conseguenze enormi: esclude chi non può permettersi di restare, ritarda l’autonomia di chi ci prova, prolunga la dipendenza economica e finisce per impoverire il racconto stesso della società. A questo si aggiungono altre fratture: il divario di genere, per esempio. I giornalisti uomini guadagnano in media il 16% in più delle colleghe, e la forbice cresce dopo i 50 anni. La forza lavoro precaria è composta in gran parte da giovani donne, che subiscono discriminazioni, molestie e penalizzazioni nelle carriere. Poi c’è la questione geografica: nascere al Sud è una delle principali determinanti del destino socioeconomico di una persona, e lo è anche nel giornalismo. Devi lasciare la tua terra, o rinunciare a fare il tuo lavoro dove sei nato. Infine, ci sono le barriere culturali e il capitale sociale. Nel giornalismo, il networking non è un’attività accessoria: è una strategia di sopravvivenza. Ma le reti di contatti più preziose si formano in contesti esclusivi — università private, ambienti sociali costosi — ai quali molti non possono accedere. Il capitale sociale diventa una valuta: ti permette di convertire il capitale culturale in capitale economico. Ma è un gioco con regole diseguali e arbitri già schierati. E chi resta fuori, resta invisibile. Tutto questo ha un impatto anche sulla salute mentale di chi lavora. Giovani reporter che intervistano braccianti sfruttati per tre euro l’ora provano rabbia, non empatia. Freelance che devono anticipare le spese per le inchieste si vedono negati i compensi. L’ansia e l’incertezza diventano la norma. In queste condizioni, parlare di vocazione suona ipocrita. Il giornalismo dovrebbe darti strumenti per capire il mondo, ma finisce per raccontarlo a chi ha tempo e mezzi per informarsi. Dovrebbe essere un cane da guardia del potere, ma quando sei precario, ricattabile, vulnerabile legalmente, non puoi permettertelo. Un freelance che guadagna diecimila euro l’anno come fa ad affrontare una querela? È un incubo. E così scatta l’autocensura. Il grande giornalismo, quello che tutti citano parlando di Watergate, costa: servono tempo, risorse, libertà di rischiare. Ma in un sistema fondato sulla pubblicità, se la tua inchiesta tira meno di un pezzo di gossip scritto in cinque minuti, qualcuno ti dirà di scrivere gossip. Il risultato è un sistema informativo fragile, costruito su un esercito di precari, che produce un’informazione meno libera, meno coraggiosa e meno capace di controllare il potere. E così l’accesso al giornalismo diventa un lusso. La gavetta una guerra di logoramento. Le disuguaglianze si moltiplicano. È una minaccia non solo per chi fa questo mestiere, ma per la democrazia stessa. Servirebbe un’azione congiunta — Governo, Parlamento, Ordine dei giornalisti, sindacati, aziende — per riconoscere al giornalismo una funzione sociale e cambiare davvero le condizioni strutturali. Ma questa azione, oggi, è lontana. E allora, per una volta, non c’è un finale positivo.

Solo la consapevolezza che se vuoi sostenere un giornalismo diverso, puoi farlo sostenendoti chi lo pratica. 



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