Sono Giorgio Chiesa, concierge del Grand Hotel di Roma, e vi confido qualche trucco del mestiere…
È il grande cliente a fare grande il portiere. La ricerca spasmodica della soddisfazione dell’ospite, le cui richieste qualche volta si spingono verso l’impossibile, ha permesso la creazione di un’aneddotica che esalta l’iconografia del portiere come dispensatore di miracoli. Miracoli «ordinari», come trovare il biglietto per la prima della Scala a Milano o per la finale dei Mondiali di calcio all’ultimo minuto, e miracoli meno ordinari come esaudire il desiderio di un magnate russo che, dopo lo spettacolo all’Arena di Verona, vuole andare a Venezia e fare un giro in gondola – peccato che le gondole smettano di girare alle sette di sera – su cui vuole trovare una bottiglia di Brunello di Montalcino e, per chiudere, consumare un early breakfast (alle cinque del mattino) al Danieli.
Devi mettere in campo le qualità di uno psicologo, ascoltare più che parlare, anticipare. Se sei un bravo portiere, trovano in te un punto di riferimento. Chiunque entri al Grand Hotel ha delle aspettative. Il compito del concierge e dei suoi collaboratori è ribaltare le percezioni finali rispetto a quelle iniziali.
I vecchi portieri rimanevano dietro al banco su una pedana che soverchiava l’interlocutore, perché il cliente è potente e stare alla pari metteva il portiere in una condizione psicologica di inferiorità. Io ruppi questa consuetudine e uscii dal banco. Molti ricorderanno le mie lunghe passeggiate a braccetto del presidente Cossiga o i clienti accolti all’ingresso, a volte li portavo al bar, impensabile per la vecchia filosofia della professione. Mutuai la tecnica da Escoffier, un grande chef che, dato che all’epoca si moriva anche di cose banali, telefonava ai suoi commensali il giorno dopo per sentire che tutti avessero passato bene la notte.
© add editore - Nicolò de Rienzo