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Muse è la nuova creatura virtuale presentata pochi giorni fa da Mark Zuckerberg: un assistente basato su IA che può agire online per conto dell’utente, rispondendo a mail e messaggi e anche facendo acquisti. L’app è al primo posto nell’App Store statunitense. Ma gli esperti di privacy e sicurezza dicono che si tratta di un nuova tecnologia di Meta pensata più per raccogliere dati personali, anche sensibili, che per aiutare veramente gli utenti. Le sue istruzioni interne sono state scoperte da un’inchiesta giornalistica, e i risultati sono illuminanti non solo sul funzionamento dell’app ma sul modo di operare di Meta stessa.
Sono sempre più numerosi gli oggetti digitali che ascoltano e riprendono continuamente tutto quello che avviene intorno a loro e hanno forme che non li identificano chiaramente come dispositivi di registrazione. Dopo gli occhiali con telecamera e microfono di Meta arrivano gli orologi di Apple che ascoltano e trascrivono. È in corso quella che gli esperti chiamano con inquietudine “normalizzazione dell’ascolto costante”. Intanto dalla documentazione di Meta emerge che non è vero che la spia luminosa sui suoi occhiali lampeggia sempre quando la telecamera è attiva.
Un caso assurdo ma reale di malagiustizia porta un innocente a scontare un anno e mezzo di carcere e sei anni di calvario giudiziario con l’accusa infamante di molestie a un minore. Una storia da raccontare e seguire in dettaglio per capire come sia accaduta e come si possa evitare che accada di nuovo.
Arrivano i risultati delle esperienze d’uso dell’intelligenza artificiale nelle aziende: una su tre sta riassumendo il personale che aveva licenziato per sostituirlo con l’IA. Intanto il costo dell’IA è aumentato fino al 37% in un solo anno e la spesa totale supera quella degli stipendi risparmiati. Un rapporto del Dipartimento del Tesoro statunitense avvisa del pericolo di una bolla speculativa. Come evitare o contenere gli effetti di quello che gli analisti chiamano “effetto boomerang dell‘IA”?
Un aneddoto circolante in mille versioni racconta come alcuni soldati avrebbero beffato una modernissima intelligenza artificiale militare, addestrata ad avvistarli, usando espedienti comici come una scatola di cartone o un modo di muoversi insolito. Leggenda o storia vera? Lo scopriamo in questa puntata, insieme alle implicazioni concrete che questa vicenda, reale o inventata che sia, ha su numerosissimi settori militari e soprattutto civili, dalla guida autonoma ai sistemi antifurto.
Un recente rapporto dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza segnala che molte tastiere, cuffie, webcam senza fili e altri dispositivi wireless, anche di marche prestigiose, hanno vulnerabilità importanti che possono permettere a un intruso di ascoltare conversazioni confidenziali e prendere il controllo di computer aziendali. Una volta tanto, l’IA non c‘entra nulla: questo è un problema di sicurezza tradizionale ma poco conosciuto e considerato. Le soluzioni ci sono, e sono più semplici di quello che molti immaginano.
Due inchieste giornalistiche documentano il fenomeno delle intelligenze artificiali addestrate sfruttando manodopera nei Paesi africani: uomini e donne che passano ore ogni giorno a etichettare minuziosamente immagini e video orrendi di ogni genere, senza alcun sostegno psicologico, con paghe miserrime e senza la minima tutela sindacale. Il lato oscuro delle luccicanti promesse delle aziende miliardarie della Silicon Valley: IA sta per “Intelligenza Africana”.
Gli AI Glasses di Meta hanno numerose funzioni estremamente utili e positive, ma si prestano ad abusi che colpiscono principalmente le donne, filmate in pubblico e poi postate sui social senza consenso per fare soldi umiliandole. Chi li compra spesso non sa che le cose viste e sentite da questi occhiali vengono inviate ad aziende terze per l’analisi da parte di operatori umani, che sono costretti a vedere situazioni molto intime riprese inavvertitamente. Trucchi e consigli per difendersi da questo nuovo gadget che sta prendendo piede, con oltre nove milioni di esemplari venduti.
Il cofondatore di Twitter ha presentato Bitchat, un’app che permette di chattare e scambiare messaggi vocali e foto anche in assenza di Internet. È scaricabile subito e funziona, anche se gli utenti per ora sono pochi e ci sono alcune limitazioni. Bitchat promette di rivoluzionare il modo in cui comunichiamo tramite smartphone, soprattutto in situazioni di emergenza o calamità ma anche semplicemente in ambienti e luoghi dove Internet e la rete dati cellulare non sono disponibili. Ma come fa Bitchat a funzionare senza Internet? Lo scopriamo in questa puntata.
Grok, l’IA del social network X di Elon Musk, non ha le restrizioni degli altri generatori di immagini. Migliaia di utenti la stanno usando per creare immagini terribili di violenza e abusi, soprattutto ai danni di donne e minori (compresa la giovanissima attrice che interpreta Holly in Stranger Things), ma Musk di fronte alle segnalazioni a pioggia si è limitato a farla diventare a pagamento su X. Come uscire da questo scempio con l‘aiuto della legge e della tecnologia e come risolvere un problema che non è tecnologico ma tragicamente umano.
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Colui che mette luce laddove internet e l'informatica tutta ci sembrano assolutamente troppo complicati, semplicemente elargendo consigli, avvisi e trucchi per vivere indenni i rischi del web.…

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