Trastevere, ore 6 e 40 del 13 ottobre 2003: in via della Lungara, a poche decine di metri dall’ingresso del carcere di Regina Coeli, alcuni passanti notano tra due auto il corpo di una donna, in posizione supina, con addosso una tuta bianca e le mani giunte sul petto. Il cadavere non presenta segni o traumi evidenti. Incidente stradale? Suicidio dal terrazzo? Malore nella notte? Omicidio mascherato da suicidio? È un giallo affollato di domande e mai risolto quello di Claudia Agostini, professoressa d’inglese di 41 anni prossima al matrimonio. All’inizio gli investigatori, anche sulla base di esami medico-legali molto approssimativi, accreditarono l’ipotesi di un investimento.
Ma poi indagini e accertamenti tecnici presero altre direzioni, lasciando aperta sia la pista della «precipitazione» dall’alto (per effetto di un gesto volontario o di una spinta), sia quella di un’aggressione mortale in altro luogo, con successivo spostamento del corpo nel punto in cui fu trovato. Grazie alla tenacia del padre, Athos Agostini, l’inchiesta giudiziaria fu riaperta nel 2010 e tre anni dopo venne iscritto nel registro degli indagati (per omicidio volontario) il convivente di Claudia. Sviluppi giudiziari che però non hanno avuto esito: l’uomo, da tempo trasferitosi a Firenze, al termine del supplemento di indagini è stato prosciolto e nel 2016 il caso è stato archiviato.