Sono Luciano Langella, il concierge del Grand Hotel di Firenze, e ne ho vista passare di acqua sotto i ponti! A volte anche sopra…
Il 4 novembre 1966 Firenze fu invasa dall’acqua. Gli «angeli del fango», ragazzi di tutta Italia, accorsero spontaneamente per salvare il patrimonio artistico della città. Quel giorno ero di servizio. Entrai alle sette la mattina e uscii dall’albergo la mattina del giorno dopo trovando una Firenze devastata.
In Borgo Ognissanti c’erano quattro metri d’acqua. I clienti dell’Excelsior furono portati al Grand Hotel. L’acqua però, a breve, arrivò anche lì e andò via la luce. Quella notte rubai un pacco di candele alla governante e ci feci due mesi di stipendio perché tutti i clienti chiedevano una candela e mi davano chi duemila, chi quattromila, chi cinquemila lire pur di averne una. Al primo piano rifocillammo circa duecento persone.
Nella tragedia di quei giorni, il senso dell’umorismo toscano fece comparire fuori dalle trattorie cartelli come «Oggi specialità in umido» e sulle vetrine di negozi divelti frasi del tipo «Ribassi incredibili, prezzi sott’acqua», «Vendiamo stoffe irrestringibili, già bagnate».
Dopo l’alluvione, l’albergo rimase chiuso cinque mesi. In tutto questo casino non potrò mai scordare l’impresario del Maggio musicale, il grande Remigio Paone, che alloggiava al Grand Hotel. Il giorno dopo il disastro si affacciò nella hall chiedendo con insistenza: «Ma insomma, non c’è nessuno che mi pulisca le scarpe?» Era uno dei più grandi in Italia. Era un tipo strano: cominciava a fumare il 14 di aprile e smetteva il 14 di aprile dell’anno dopo: un anno fumava e un anno no.
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