Quando i puteolani vogliono capire se il suolo si alza o si abbassa, oggi possono aprire il sito dell’INGV, controllare i dati, leggere i grafici. Qualcuno segue anche la pagina Facebook di un geologo del posto, aggiornata quasi in tempo reale. Oppure si affaccia al Serapide. Perché il Tempio di Serapide non è solo un sito archeologico. È un riferimento. Un punto di confronto. Per molti puteolani è stato, e in parte è ancora, il modo più concreto per capire se la terra sta salendo o scendendo. Le colonne portano una fascia di piccoli fori allineati, a un’altezza precisa. Non sono decorazioni, né danni casuali. Sono i segni lasciati da organismi marini che vivono solo sott’acqua. Se hanno scavato la pietra a quell’altezza, significa che il mare è arrivato fin lì. E che poi si è ritirato. Non una volta sola. Prima che arrivasse la parola bradisismo, c’erano solo gli occhi. La memoria. Il confronto tra “com’era” e “com’è adesso”. Il Serapide è diventato questo: una misura visibile di qualcosa che non si vede. C’è chi passa davanti alle colonne e non guarda le rovine, ma la linea dell’acqua nelle fotografie di qualche anno prima. C’è chi ricorda periodi in cui il pavimento era quasi al livello del mare e altri in cui si camminava più in alto. Non servono strumenti sofisticati. Basta sapere dove posare lo sguardo. Il nome, poi, è un equivoco rimasto addosso al luogo. Per molto tempo si è creduto che fosse un tempio dedicato a Serapide, per via di una statua ritrovata qui. Il nome è rimasto. Ma in realtà non era un tempio: era un macellum, il mercato pubblico romano. Qui si vendeva carne, si trattava il prezzo del pesce, si scambiavano merci. Era un luogo di commercio, non di culto. Un fraintendimento che si è sedimentato nel linguaggio.
Come se il posto avesse accettato di essere chiamato con un nome che non era il suo. Oggi, come molti altri siti archeologici, è anche altro. Si organizzano manifestazioni. Gli sposi vengono a farsi fotografare tra le colonne. Gruppi di turisti ascoltano le guide raccontare del dio egizio e del mistero dell’acqua che a volte copre il pavimento e a volte no. Ma per chi vive qui resta soprattutto una misura. Come la Darsena per i pescatori.
Come l’Averno per chi cercava un confine. Il Serapide è il punto dove la città controlla il proprio respiro. Dove si viene per capire dove siamo. E forse, ogni volta che qualcuno si affaccia tra quelle colonne, la domanda non è soltanto se il suolo si sia alzato o abbassato. Ma è se restiamo. Perché restare, qui, non dipende dal livello dell’acqua.
È una scelta quotidiana.
E basta.