Nel luglio del 1916, mentre l’offensiva di primavera promette avanzate e gloria, sul Pasubio la guerra divora tutto con una fame più antica delle bandiere. Kolschak lo sa. Lo si capisce dal modo in cui osserva: preciso, impeccabile, quasi gentile.
In una sala da tè di Rovereto, tra legno scuro e fumo denso, legge e ascolta come se stesse già scegliendo cosa salvare e cosa sacrificare. Poi qualcosa si mette in moto. Una coppia troppo silenziosa, documenti che non tornano, sguardi che pesano più delle parole. E quella calma — studiata, elegante — diventa una direzione.
La strada sale. Il paesaggio cambia, ma non migliora: teleferiche, baraccamenti, feriti immobili, acqua scura. Ogni incontro sembra casuale e invece lascia una traccia. E quando, infine, una voce parla di carità in mezzo al rumore della guerra, il confine tra pietà e colpa si fa sottile come un filo: basta poco per spezzarlo.
Sul Pasubio, tutti si muovono per un motivo. Il problema è capire qual è quello di Kolschak.