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Io sono la canzone


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Oggi posterò una foto del mio singolo: Astronavi ne abbiamo.

L’altra sera un mio amico mi ha detto che non capiva come mai, sotto la doccia, si ritrovasse a cantare questa canzone, e io, ironicamente, gli ho risposto che probabilmente aveva bisogno di una vacanza, smorzando i toni.

Probabilmente ho intuito, ho intuito a livello inconscio, che dietro quella frase ci fosse un richiamo a un’altra nostra conversazione, quella in cui un mese fa mi aveva chiesto: “Ma Gippa, come mai non scrivi più canzoni?”


Di sicuro in quell’occasione non gli ho dato la risposta giusta. Avevo smorzato il tutto dicendogli velocemente che, sinceramente, rivedermi in alcune canzoni non mi piaceva e che non volevo più provare quella sensazione. Ma col senno di poi ho capito che quella era una risposta sbagliata: non era la verità.


Riguardandomi nel tempo con molta più attenzione, mi sono accorto di questo: prima di questi ultimi cinque anni scrivevo canzoni perché avevo il bisogno di ritrovare me stesso attraverso di loro. Ricostruivo le mie tappe e davo un senso, un nome, a tutto ciò che stavo vivendo.

Negli ultimi cinque anni, invece, le fatiche che ho attraversato e le esperienze che ho vissuto sono diventate loro stesse la mia identità: non avevo più bisogno di ricondurle a una canzone, perché erano già concrete, reali e presenti nella mia vita in un modo diretto.


Sinceramente non ho mai smesso di scrivere musica in questi ultimi cinque anni. Ho composto musiche per flauto in una quantità superiore a quella di qualsiasi altro periodo precedente: ho solo cambiato la forma.

Dentro di me è scattata la consapevolezza che tornerò a scrivere testi e musiche quando sentirò che il mood della mia vita sarà cambiato e potrò parlare d’altro, e non sempre dello stesso filone che mi ha accompagnato in quell’arco di tempo.

Il transito che sto vivendo adesso — questa mia scrittura per il flauto — è già una transazione di quella sensazione.


Ripensando a tutto questo, mi sono detto che forse ne valeva la pena farci su un post, o un blog, o perfino un podcast, perché Astronavi ne abbiamo è il simbolo oggettivo di questa mia

trasformazione: un’astronave che, a un certo punto, è diventata anche un sottomarino, il mezzo che mi ha permesso di attraversare questi ultimi cinque anni come un pezzo di una vera e propria colonna sonora, accompagnandomi in tutti questi miei cambiamenti epocali che mi hanno permesso di essere quello che sono oggi.


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