Mi piaceva venire da lei,
Non perché stessi male,
Ma perché stavo bene
anche se lei sosteneva che fossi
troppo giovane e in salute
e mi indicava la sala d’aspetto
“È piena di vecchi” diceva.
"Si dovrebbe venire qui solo da vecchi”
ma io pensavo che si dovrebbe
andare dal medico
solo quando si sta bene.
E stanotte sono tornato da lei, che sorpresa!
sono entrato in studio fuori orario che erano quasi le otto di sera.
Le sue segretarie ridacchiavano pensando che lei non mi avrebbe mai ricevuto, ma nei sogni non funziona così, nei sogni si aprono spazi improvvisi e il tempo ruota al contrario..
Però non ero solo, davanti a me entrò un signore, uno come lei, un suo collega, ed è giusto così, si va dal medico solo quando si è un medico.
Così mi sono seduto in sala d’aspetto, occupavo una sedia sulla soglia di una stanza dove si teneva una lezione di yoga, una classe numerosa, e che tenerezza! tutti quegli stiramenti e quelle distrazioni muscolari e mentali… ho pensato “non è un tempio, questo”… Cercavo altro, cercavo la mia medicina, e prendere rifugio, nell’abbraccio del mio maestro.
Così mi son messo a migliorare la sala d’aspetto: ho attivato una connessione ad alta velocità, e un monitor touch screen per liberare le anime
dalla fila alla cassa
del supermercato.
Poi la classe di yoga ė terminata, e uno sciame di persone si è mosso verso l’uscita, era una classe numerosa, e c’era una ragazza e c’era un ragazzo… si sarebbero incontrati, in seguito? Mi guardai attorno, e niente, nessuno che mi offrisse un caffè. E poi si sarebbero sposati, quel ragazzo e quella ragazza? Nei sogni bisogna camminare insieme, e poi fare figli che ricordino nel tempo quanto basta per non smarrire la memoria.
Nonostante fossero in tanti, quelli dello yoga - si trattava pur sempre di una classe numerosa… - fuori non c’era più nessuno, erano come scomparsi all’istante nel pallore di una sera incombente, dentro la prospettiva di case basse e tetti spioventi, e intorno un sapore di periferia, o provincia - o di entrambe le cose - che si estendeva oltre la solitudine di un’ immagine sfuocata, del passato. Non ricordavo la strada per fare ritorno, l’assistente digitale taceva e non avevo abbastanza crediti per chiedere pietà. E poi avvertivo un rumore fastidioso: era il silenzio fragile della penombra che si sprigionava nell’aria.
Infine è apparso lei, irato come deve essere un medico, un maestro, con un discepolo tonto.
“Perché vieni ancora qui?“
“Ora ho gli anni per farlo” ho risposto. “Mi guardi, sono come quelli seduti in sala d’aspetto”.
Avrei voluto dire qualcos’altro ancora, farmi prescrivere una medicina, da lei, un farmaco inutile, sul ricettario, ancora una volta, con la sua calligrafia ingarbugliata.
“Non sai che adesso ci sono le stampanti?” La sua voce era un misto di compassione e derisione: “Nessuno scrive più le ricette a mano”.
“Nemmeno lei?” Ho mormorato.
Ma chi vuoi che risponda a certe domande, imbarazzanti, quando il tempo si avvolge a spirale e degli anni polverizzati forse resta solo un profumo, un frammento, un riflesso, che devi far presto, devi svegliarti e scriverlo, sennò tornerà a sospirare nel vento?
E chissà se sono tornato a casa, quella sera, chissà se sono ancora in giro negli anni e nei sogni, quando chiudo gli occhi e mi fingo addormentato (mi fingo addormentato) a cercare la mia medicina, a cercare il mio Maestro…
… e la mia medicina.
(Musica: "Swaying" - Candelion)
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