vedi libro: https://www.libri.it/lasciate-ogni-pensiero-o-voi-ch-intrate
Al centro di Lasciate ogni pensiero o voi ch’intrate c’è un sogno, o meglio un incubo: tutto quello che accade, accade nel sogno della protagonista. Vi si entra passando attraverso una cortina di gufi, animali notturni per eccellenza, e la dimensione onirica è immediatamente percepibile nell’andamento impressionistico delle scene, prive di ogni vincolo razionale tra l’una e l’altra, e il cui unico filo conduttore è la fuga costante di una donna-uccello.
Il meccanismo è sempre lo stesso, e riprende lo schema classico di introduzione-svolgimento-conclusione: la donna-uccello incappa in una situazione opprimente (di volta in volta mostri marini, sabba di streghe, minacciosi uccellacci neri ecc.), e nel tentativo di fuggire cade infinite volte in una nuova trappola senza mai riuscire a risollevarsi. Fino al risveglio. N: Ho cercato di conferire al racconto un’atmosfera da incubo.
Ogni volta che la donna-uccello riesce a scappare da una scena, rimane intrappolata in quella successiva. L’idea mi è venuta da un quadro di Jean-François Millet, Contadine che portano fascine di legna. Inizialmente avevo pensato di narrare i sogni di questi personaggi costretti a un lavoro sfiancante. Ma poi ho finito per invertire il punto di vista, e l’estenuante lavoro nei campi di quelle donne si è trasformato nell’incubo di qualcun altro.
Ed è lì che è entrata in scena la figura dell’uccello. L’idea, di per sé, è semplice: il terribile incubo della donna-uccello è fatto dei tormenti della nostra vita quotidiana. L’uccello, la donna-uccello, popola il suo incubo con quella che è la nostra realtà di tutti i giorni (l’emarginazione nel momento in cui viene espulsa dalla civiltà, lo stigma sociale di cui soffrirono le donne accusate di stregoneria, la paura della morte, il carcere, rappresentato dalla reclusione all’interno della grotta di Bomarzo, il terrore di fronte agli aspetti più incontrollabili della natura, come ad esempio la caduta nelle profondità degli abissi, l’angoscia per il tempo che scorre).
Ovviamente tutti questi tormenti sono raccontati attraverso metafore: è il contesto stesso dell’incubo che ce lo consente. La stessa frase che dà il titolo all’opera, “Lasciate ogni pensiero o voi ch’intrate” – anticamente incisa sulla Bocca dell’Orco del Parco dei Mostri di Bomarzo, dove ora invece si può leggere “Ogni pensiero vola” – invita a entrare nel territorio dei sogni, un territorio che esula dal dominio della ragione, del pensiero, della coscienza.
N: Ma c’è un’altra cosa interessante in questa frase: si tratta di un ordine. Non possiamo scegliere come entrare in questo territorio, né possiamo scegliere di non sognare.
Tutto ciò che accade alla protagonista del libro è irrazionale e, in un certo senso, surreale. Il pensiero logico è rimasto fuori. Quanto all’orco del Parco di Bomarzo, è entrato nel libro da una parte perché mi ha fornito questa idea e questa frase (ovviamente derivata da Dante), dall’altra perché sono ossessionato dal manierismo italiano: credo che il manierismo in quanto stile rappresenti sempre un momento di rottura nel modo di rappresentare, che si esprime tramite l’alterazione dei canoni stabiliti – me ne sono servito anche in passato. Ad esempio, in La madre e la morte/La perdita, cito la grotta del Buontalenti nella scena in cui la madre attraversa la montagna. Sono anni che studio il Parco dei Mostri di Pirro Ligorio, allo scopo di trarne qualche opera, prima o poi. In questo caso ho avuto la possibilità di includere l’orco, che è forse il più famoso dei suoi mostri. Aprendo gli occhi (il che paradossalmente significa entrare nel sogno), la donna-uccello si trova circondata da una massa pulsante di gufi, che la schiacciano e le impediscono di muoversi. Chi sono? Dove si trova? Stacco di scena, e la vediamo entrare nella ciminiera di una fabbrica, da cui improvvisamente sbuca in un quadro di De Chirico.
Valentina Vignoli