Sono Pino Buso, concierge dell’Hotel Cipriani di Venezia, e ho visto brillare le scintille dell’amore…
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Venezia era al top. Non esisteva la moda di Saint-Tropez o delle Baleari. Il meeting point dell’alta società, ad agosto e settembre, era Venezia. Chi non riusciva a trovare una stanza non era nessuno. Negli alberghi c’erano i migliori manager che studiavano il «Who’s Who» e se non eri iscritto alla lista, non ti accettavano.
Dall’Italia venivano le importantissime famiglie della nobiltà siciliana o napoletana, veri signori. Poi toscani, romani e milanesi. Maestri dell’accoglienza erano i grandi nomi napoletani. Il Sud sapeva ricevere con eleganza, con stile e con classe: su tutti i Lopez. Poi grandi armatori greci tra cui i Niarchos e i rivali Onassis. Diventò molto popolare il «dopo Opera». Rientravano dalla Fenice a mezzanotte e si ritrovavano a tavola. Niarcos, ad esempio, faceva addobbare le tavole in maniera «speciale»: ai posti delle signore metteva sempre un’orchidea giapponese e, quando erano cene importanti, dentro inseriva una gemma: un diamante, uno zaffiro, uno smeraldo. E il direttore di sala, preoccupato che sparissero le gemme, si raccomandava con l’assistente: «Metti pure tutti i posti a tavola perché nessuna signora ha l’emicrania».
E, proprio in quello scenario meraviglioso, fui testimone della love story tra Onassis e la Callas. Lei era una donna estremamente gentile. Quando ancora era a Venezia con il marito, Giovanni Battista Meneghini, mi procurò un biglietto per assistere alla Traviata di cui era prima voce. Proprio a Venezia lei e il marito furono invitati sul panfilo dell’armatore greco ormeggiato davanti al Canal Grande. E lì, sul Christina, nacque l’amore che poi consumò Maria Callas.
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