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Recensione di Goldrake (Goldorak), il fumetto francese di Xavier Dorison e Denis Bajram che continua Ufo Robot con la benedizione di Go Nagai, pubblicato in Italia da J-POP Manga. Un volume unico in un podcast che parla di storie a puntate: perché ne parliamo?
Sono passati dieci anni dalla vittoria su Vega. Actarus e Maria sono tornati su Fleed, Venusia fa il chirurgo, Alcor è diventato un magnate e Procton vive ritirato. Poi dal cielo arriva Hydragon, il mostro più potente mai mandato da Vega, con un ultimatum: i superstiti vogliono il Giappone entro sette giorni. E Goldrake non c’è. Il fumetto francese di Goldrake è uscito nel 2021 per Kana, con una tiratura di 165.000 copie; i disegni sono di Bajram, Brice Cossu e Alexis Sentenac, che hanno lavorato sulle stesse tavole, i colori di Yoann Guillo.
Fabrizio fa le domande, Paolo e Miki portano i loro diari di lettura e si dividono subito sulle tavole. Paolo resta colpito da tre matite che sembrano una sola; Miki trova le anatomie legnose e le vignette così piene da stancare l’occhio. Sul worldbuilding i due si scambiano le parti, e Paolo fa notare che questo Goldrake è un omaggio alla versione francese del cartone più che a quella di Nagai: lo dimostra Alcor, che qui non ha più niente del Koji Kabuto di Mazinga. Quanto in alto arriva il Goldrake di Dorison e Bajram nella nostra Scala Tecnica, fra Youngblood e Watchmen? E quanto sale la Scala della Scimmia?
Per la Densità Narrativa i due diari arrivano allo stesso ritmo con una massa diversa, e la sintesi cade su una riga precisa della mappa: chi vuole un indizio ripensi a Bait, nella puntata 16×42. Poi il Consiglio per la Fruizione, la Rosa, che si chiede se avere dei temi basti a lasciarti qualcosa da portare a casa, e il Consiglio di sopravvivenza, che va dagli extra del volume fino ai fumetti di Go Nagai: secondo Paolo hanno tre modalità, il demenziale, il pornacesco e lo splatter violentissimo.
Diteci nel gruppo Telegram se un seguito di Goldrake vi serviva davvero e se la lettera a Nagai vi ha commosso o insospettito.
Consigliato in puntata (i fumetti di Go Nagai, dal Consiglio di sopravvivenza):
MazinSaga: https://en.wikipedia.org/wiki/MazinSaga
Z Mazinger: https://en.wikipedia.org/wiki/Z_Mazinger
Citati in puntata:
Il Manifesto del serialista, con in fondo il link per entrare nella community Telegram di Sono Cose Serie: https://sonocoseserie.it/manifesto/
E chi canta la sigla di Goldrake per farsi coraggio prima di una battaglia, è un birimbino!
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Recensione di The Ghost in the Shell, la serie anime di Science SARU su Prime Video che riparte dal manga di Masamune Shirow, con Maaya Sakamoto nei panni del Maggiore. Trentun anni fa, nel film di Mamoru Oshii, dava la voce alla ragazzina in cui il Maggiore si risveglia. Serviva rifarlo così fedele?
Dieci episodi, usciti dal 7 luglio all’8 settembre 2026. Regia di Mokochan, che faceva l’assistente alla regia su DAN DA DAN, sceneggiature del romanziere EnJoe Toh (Godzilla Singular Point), personaggi di Shuhei Handa (Scott Pilgrim Takes Off), musica di Taisei Iwasaki, sigla finale «Blue» dei Millennium Parade; in italiano il Maggiore ha la voce di Ludovica Bebi. Niihama, 2029: Motoko Kusanagi guida la Sezione 9 contro crimini informatici e terrorismo, finché la squadra incrocia il Marionettista, un hacker che riscrive i ricordi delle persone.
Il nodo della puntata è la fedeltà. Miki il manga non l’aveva mai letto e arrivava dall’«abominio visivo» in CG di Ken il guerriero; nella serie Prime Video ha trovato un 2D animato come una volta, una città stratificata, un inseguimento nell’episodio 3 che si è rivisto due volte e la musica da camera sulle scene d’azione. Paolo il manga lo conosce bene e ci ha ritrovato le stesse inquadrature, gli stessi dialoghi, persino le didascalie: per lui è una serie bella di cui non vede lo scopo. Matteo tira in ballo lo Shining di Kubrick per chiedersi di chi sia l’immaginario di Ghost in the Shell, del manga o del film di Oshii, mentre tra i fan c’è chi ha preso il ritorno al Maggiore del manga come un tradimento.
Quanto sale nella nostra Scala Tecnica, dove il 5 si chiama The Pitt? E dove si ferma nella Scala della Scimmia? Poi la Densità Narrativa, con il dubbio che tanta tecnica nei primi episodi respinga chi non mastica informatica; un Consiglio per la Fruizione che parla di posologia; la Rosa, dove ci si chiede che cosa sia vivo e che fine facciano i robot quando esce il modello nuovo; e un Consiglio di sopravvivenza che passa da papa Giovanni XXIII.
Ken il guerriero l’abbiamo recensito nella puntata 16×48, mentre Lanterns, della 17×02, torna come esempio opposto: una trasposizione poco fedele che ci era piaciuta molto. Dalla regia, intanto, Fabrizio ci salva da una figuraccia sul Neuromante di Gibson.
Una trasposizione fedele vi basta o preferite un bel tradimento? Venite a dircelo nel gruppo Telegram di Sono Cose Serie.
E chi lascia il suo vecchio robot a fare il randagio, è un birimbino!
Consigliato in puntata:
– Ghost in the Shell: Stand Alone Complex (Production I.G, regia di Kenji Kamiyama, 2002-2005): https://en.wikipedia.org/wiki/Ghost_in_the_Shell:_Stand_Alone_Complex
Citati in puntata:
– Il Manifesto del serialista, i nove principi di Sono Cose Serie: in fondo alla pagina trovate il link per entrare nella community Telegram. https://sonocoseserie.it/manifesto/
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Stuart Fails to Save the Universe, recensione della serie HBO Max spin-off di The Big Bang Theory: Kevin Sussman torna nei panni di Stuart Bloom, e Chuck Lorre, Bill Prady e Zak Penn firmano tutti e dieci gli episodi.
Per dieci anni Stuart ha venduto fumetti a Sheldon, Leonard e compagnia, e ogni volta che serviva uno sfigato toccava a lui. Adesso rompe una macchina dei due fisici, scatena l’Armageddon del multiverso e insieme a Denise (Lauren Lapkus), Bert (Brian Posehn) e Barry Kripke (John Ross Bowie) prova a rimettere a posto la realtà, un mondo alternativo a episodio: il manicomio, la società tribale, il mondo a fumetti. In quasi tutti spunta una versione alternativa di qualcuno di Big Bang Theory, da Kunal Nayyar a Kaley Cuoco, Melissa Rauch e Mayim Bialik, più un Wil Wheaton che fa Wil Wheaton.
Il primo processo è alla sigla di Danny Elfman, riarrangiata a ogni episodio. Per Miki è la trovata migliore della serie, e Chuck Lorre l’ha voluta così proprio perché nessuno premesse «Salta intro»; per Paolo è un’idea arguta che a forza di ripetersi diventa autocompiacimento; Matteo confessa di averla saltata già alla prima puntata. Poi si parla di effetti speciali sospesi a metà tra la sitcom da studio e la comedy, di guest star che sembrano scelte per costare poco, del cameo di «Weird Al» Yankovic e di un sergente con la faccia di Hank di Breaking Bad. Lo spin-off di Chuck Lorre è un pretesto per mettere in fila i tormentoni o una serie di esercizi di stile? Dove si piazza nella nostra Scala Tecnica, tra All’s Fair e The Pitt? E quanto ci ha tenuti incollati, secondo la Scala della Scimmia?
Arrivano poi la Densità Narrativa, dove Big Bang Theory diventa una gazzosa del discount e Stuart una gazzosa di marca aperta da qualche minuto; il Consiglio per la Fruizione, con un avvertimento per chi ha in mente il binge; la Rosa, alle prese con una domanda sola (il nerd è ancora un disadattato?); e un Consiglio di sopravvivenza che vi farà alzare dal divano.
E un appello a chi ha visto il finale di Stuart Fails to Save the Universe: uno di noi ci ha riconosciuto una citazione di Sapphire & Steel, la vecchia serie britannica di fantascienza con Joanna Lumley e David McCallum. L’avete notata anche voi? Siamo stati troppo severi con Stuart, o fin troppo generosi? E la sigla, l’avete mai saltata? Diteci tutto nel gruppo Telegram della community.
E chi salta la sigla di Danny Elfman, è un birimbino!
Citati in puntata:
Il Manifesto del serialista, nove principi per prendere sul serio la serialità; in fondo alla pagina c’è il link per entrare nella community Telegram di Sono Cose Serie: https://sonocoseserie.it/manifesto/
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Lanterns, recensione della serie DC di HBO Max con le Lanterne Verdi di Kyle Chandler e Aaron Pierre, firmata da Chris Mundy, Damon Lindelof e Tom King. John Stewart è un bambino quando suo padre gli mette una mela in testa, gli punta contro la pistola e gli chiede se ha paura.
A Rushville, Nebraska, una sparatoria forse extraterrestre richiama il veterano Hal Jordan e la recluta John Stewart, che indagano come due poliziotti di provincia accanto alla sceriffa Kerry Kane (Kelly Macdonald). Chris Mundy viene da Ozark, Damon Lindelof da Lost e Watchmen, Tom King è lo sceneggiatore di Mister Miracle; la fotografia è di Florian Hoffmeister, già su True Detective. E il Guy Gardner di Nathan Fillion, lo stesso del film Superman, si fa aspettare sei episodi.
Paolo apre con un contenzioso: per lui le Lanterne Verdi di HBO Max non stanno in True Detective ma in Fargo, con il grottesco al posto dell’horror. Miki apprezza la tuta consunta di Hal Jordan, molto meno Sinestro; Matteo conta le comparse e in città non ne trova mai più di otto. In otto episodi l’anello crea un cavatappi, un uccellino e una talpa escavatrice, e su questa sottrazione la recensione di Lanterns si divide. Quanto vale nella nostra Scala Tecnica, tra All’s Fair e The Pitt? E nella Scala della Scimmia pesa di più sapere come va a finire o restare con questa gente?
Poi la Densità Narrativa, il Consiglio per la Fruizione, la Rosa con le domande su padri e figli che la serie lascia sul tavolo e un Consiglio di sopravvivenza che mette d’accordo chi vuole altri supereroi e chi ne ha abbastanza. Tom King l’abbiamo già incontrato con Supergirl, film contro fumetto, nella puntata 16×45; di Wonder Man abbiamo parlato nella 16×21.
La community di Sono Cose Serie su Telegram è aperta: si entra dal link in fondo al Manifesto del serialista, perché siamo creature seriali. Serialisti, uniti! Diteci lì se con Lanterns siamo stati troppo generosi.
Consigliato in puntata:
E chi non ci ascolta, mette una mela sulla testa a qualcuno e poi gli spara, è un birimbino!
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Recensione di Sugar Stagione 2, la serie Apple TV con Colin Farrell: il detective privato di Los Angeles che non beve, non spara e ama i film più delle persone torna con un caso nuovo e uno showrunner che arriva da Breaking Bad.
Da questa stagione Sono Cose Serie ha una community su Telegram: si entra dal link in fondo al Manifesto del serialista https://sonocoseserie.it/manifesto/
Danny Moon, pugile in ascesa, chiede a Sugar di ritrovare il fratello Ji, sparito a Los Angeles, e sulla sua strada c’è Ray Vega, tenente dello sceriffo con la faccia di Tony Dalton, il Lalo di Better Call Saul. Dietro la macchina da presa c’è mezza Albuquerque: lo showrunner Sam Catlin ha scritto Breaking Bad, i registi Michael Morris e Adam Bernstein e il direttore della fotografia Marshall Adams vengono da Better Call Saul. Nel cast nuovo ci sono Jin Ha, Raymond Lee, Laura Donnelly, Sasha Calle e Shea Whigham.
Con la seconda stagione di Sugar si apre la Stagione 17 di Sono Cose Serie, e con lei un format nuovo: una serie sola, tre diari di visione compilati a parte, e ogni voto deve portare le prove. Miki porta il cavalcavia del primo episodio, ripreso dall’alto con l’ombra lunghissima di Sugar; Paolo nella sequenza d’apertura ritrova il cinema anni Settanta di Fuga di mezzanotte e difende Sixteen Tons, canzone allegrissima sopra una scena drammatica. Sui cliffhanger le letture divergono: Miki li conta, Paolo dice che la serie li lascia decantare. Quanto vale la seconda stagione di Sugar nella nostra Scala Tecnica, tra All’s Fair e The Pitt? E quando nella Scala della Scimmia Miki si presenta con un orango che i suoi voti sugli episodi non giustificano, dalla regia Fabrizio suggerisce la domanda giusta: ma che te sei fumato?
Poi la Densità Narrativa, il Consiglio per la Fruizione, la Rosa con le domande che la serie lascia sul tavolo (passando per Farscape e Heinlein) e il Consiglio di sopravvivenza, che vi manderà a ripescare un genere intero. E citiamo Manuel Soro, che fa analisi di cinema su YouTube e che seguiamo volentieri, per un’idea che ci piace: la prima visione si subisce.
La prima stagione di Sugar l’abbiamo recensita nella puntata 14×33, quando registravamo ancora negli studi di RadioOhm. Le nostre scale di valutazione le spiega L’Angolo Maledetto in tre parti, sul nostro canale YouTube.
Da questa stagione c’è anche il Manifesto del serialista: siamo creature seriali, e la serialità va presa sul serio senza prendersi sul serio. Serialisti, uniti!
Il format è nuovo e lo sistemiamo con voi: diteci nel gruppo se ha funzionato, se è troppo lungo o troppo corto. Avete visto Sugar un episodio a settimana? Raccontateci com’è andata. E se ricordate la serie Apple sul resort anni Sessanta che in puntata non ci tornava, scrivetecelo voi.
E chi legge il Manifesto e non entra nel gruppo, è un birimbino!
IL VERBALE (attenzione: voti e rivelazione della prima stagione)
Scala Tecnica: 4 (Miki un po’ sopra, Paolo un po’ sotto)
Scala della Scimmia: Scimpanzé (3)
Densità Narrativa: sul confine fra Disteso e Intenso
Consiglio per la Fruizione: un episodio al giorno, al massimo due
Rosa: umanità, un alieno solo in un mondo alieno, la paura di contaminarsi
Consiglio di sopravvivenza: i classici del noir in bianco e nero, a partire da quelli citati in Sugar
Tra un mese l’Eco: quali parole della Rosa ci sono rimaste addosso?
Citati in puntata:
Il Manifesto del serialista, con l’accesso alla community Telegram: https://sonocoseserie.it/manifesto/
Manuel Soro, analisi di cinema su YouTube: https://www.youtube.com/@manuelsoro
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Due cose su Lanterns (HBO Max), Sugar stagione 2 e Silo stagione 3 (Apple TV) e sui fumetti dell’estate, tra cui Bestiarius di Masasumi Kakizaki. Niente recensioni, solo impressioni a caldo e watch in progress, mentre si monta il set nuovo e si annuncia tutto quello che cambia nella Stagione 17 di Sono Cose Serie.
Lanterns ha già messo la fregola a Miki: la serie DC prende la lore della Lanterna Verde e la cala dentro un poliziesco crudo e realistico, e su questo saremo chiamati a dire la nostra. Miki intanto ha finito Silo stagione 3 e Sugar stagione 2, e Paolo su Sugar ha un’idea precisa: la serie con Colin Farrell ha superato lo scoglio del colpo di scena della prima stagione, e la fotografia di questa seconda stagione merita da sola un discorso a parte.
Poi c’è Storie di Segni, il podcast nato quasi per caso a Lucca con Audaci e Lo Spazio Bianco. Sei artisti del fumetto (Manuele Fior, Elena Casagrande, Andrea Bruno, Bianca Bagnarelli, Alberto Lavoradori e Massimo Dall’Oglio) raccontano come disegnano e che rapporto hanno con l’errore, dal mainstream all’underground, da chi lavora per gli Stati Uniti a chi lavora per il Giappone. Esce ogni venerdì.
Sul fronte fumetti: Miki ha ripreso Topolino con la figlia, numeri vecchi recuperati in cantina compresi, e ha letto i volumi deluxe di The Boys di Garth Ennis e Darick Robertson, con la scoperta delle tavole di Russ Braun e una nuova lettura della serie su Prime Video. Paolo invece si è preso Bestiarius di Masasumi Kakizaki, raccolto da Planet Manga in un omnibus: una Roma antica ricostruita con cura, gladiatori contro creature mitologiche, uno Spartacus incrociato con God of War.
Ma parliamo anche di noi. Da questa stagione cambia il format: ogni puntata sarà dedicata a una sola serie, analizzata a fondo. Le nostre scale di valutazione restano, se ne aggiungono di nuove e le costruiremo insieme durante la puntata. I fumetti avranno lo stesso trattamento delle serie TV, tutto sotto l’egida del nostro nuovo Manifesto del serialista. A ottobre apriamo la community Telegram di Sono Cose Serie, per discutere di serie con noi e con chi ci ascolta. A dicembre arriva il Vault: l’archivio di tutto Sono Cose Serie dalle origini a oggi, con recensioni, voti, ospiti e un’intelligenza artificiale che vi aiuta a scegliere cosa guardare.
La Stagione 17 parte la prossima settimana. E chi non legge gli appunti mandati via PEC, allegato B compreso, è un birimbino!
Citati in puntata:
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HBO Max contro Apple TV+: la finale del Campionato delle Piattaforme 2026, seconda e ultima parte della telecronaca immaginaria con cui chiudiamo la stagione parlando molto sul serio di serie TV e piattaforme di streaming. Vi anticipiamo il risultato: vince la squadra che se lo merita. Tanto non conta niente, perché dopo la premiazione è arrivata una telefonata.
Stavolta nel box ci siamo scambiati: Miki alla telecronaca, il De Simone retrocesso alla seconda voce (“è un avvicendamento”), e in cabina sempre lui, Giuseppone, l’esperto che non consulta il regolamento perché è il regolamento a consultare lui.
Prima della finale va chiusa la semifinale rimasta in sospeso nella puntata 16×50: due armadi identici fermi in mezzo al campo, la sala VAR in attesa e Giuseppone con la zampa sull’articolo giusto. Il verdetto arriva, e con lui un contropiede in chiave True Detective firmato dalle lanterne verdi di Lanterns, con Hal Jordan e John Stewart. Poi, mentre lo stadio aspetta il fischio d’inizio, parte una fanfara che non è nostra: Disney Minus è tornata, reclama la finale in nome della giurisdizione multiversale e cala Avengers: Doomsday. Un film, in un torneo di serie. La parola, di nuovo, a Giuseppone, che l’aveva già sconfitta negli speciali estivi 13×35 e 14×42.
La finale è la partita delle piccole. HBO Max si gioca il maghetto di Harry Potter la serie, la giocata più annunciata dell’anno; Apple TV+ risponde con i cavalli lenti di Slow Horses e il lavoro sporco di Gary Oldman, poi con la conferenza stampa più da Apple di sempre, quella di Neuromante: la giocata del secolo, presentata in diretta e non ancora schierabile. In campo rivedrete anche due vecchie conoscenze del podcast: Margo ha problemi di soldi (recensita nella 16×39) e The Pitt, il 5 della nostra Scala Tecnica (puntata 16×11). Il resto non ve lo raccontiamo: sappiate solo che la sorpresa che decide il torneo era in panchina sotto gli occhi di tutti, e che a un certo punto il trofeo smette di arrivare.
Con questa puntata si chiude la Stagione 16: la Stagione 17 arriva tra un paio di settimane, attivate le campanelline.
E chi pensa che il 17 porti sfiga e non ci ascolta, è un birimbino!
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Netflix contro Apple TV+, HBO Max contro Prime Video: le semifinali del Campionato delle Piattaforme 2026, un torneo che non esiste per dire cose che pensiamo davvero sulle piattaforme di streaming e sulle loro serie TV.
Chiusura di stagione fuori formato: niente recensioni, una telecronaca calcistica inventata di sana pianta, eliminazione diretta e in palio la Banana d’Oro, il trofeo perfetto per chi come noi misura le serie con la Scala della Scimmia. Al microfono il De Simone, al commento tecnico Miki, e in cabina l’esperto massimo di regolamento, Giuseppone, che alle parole preferisce l’abbaio.
In campo le carte del 2026: Berlino de La Casa di Carta (sì, proprio lui, e come faccia a scendere in campo è tutto da sentire), Cent’anni di solitudine parte seconda, la WWE in diretta con tanto di campanella, Hijack 2 con Idris Elba, un ritorno di Ted Lasso che non era previsto nemmeno dal regolamento, il finale di The Boys, il cavaliere errante di A Knight of the Seven Kingdoms, la potenza di Reacher e il negoziante di fumetti di Stuart Fails to Save the Universe. Come vanno a finire le due partite non ve lo diciamo: sappiate solo che a un certo punto il regolamento non basta più, e quando il regolamento non basta la parola passa a Giuseppone.
Di Berlino e del finale di The Boys avevamo già detto tutto (senza tenerezza) nella puntata 16×38; Reacher, quello vero, l’abbiamo recensito nella 12×18. La finale del torneo, con la Banana d’Oro e una telefonata che non vi aspettate, è nella puntata 16×51.
E chi cambia canale prima di sentire la risposta di Giuseppone, è un birimbino!
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La recensione di Corri o muori (Ride or Die), la commedia d’azione Prime Video con Octavia Spencer e Hannah Waddingham. In coda, la rubrica Parole Serie sulla genesi del termine “Watch In Progress”.
Un’amica che ti mente da venticinque anni e per lavoro elimina bersagli su commissione: Debbie è un’avvocata americana a Londra, Judith la sua migliore amica di sempre, ufficialmente commercialista forense, in realtà sicaria dell’Agenzia con nome in codice Whiptail. Quando la copertura salta, le due si ritrovano in fuga attraverso l’Europa con sicari, mafia albanese e Interpol alle calcagna. Otto episodi usciti tutti insieme, sulla scia di True Lies e Mr. & Mrs. Smith: la storia più raccontata del genere action, che qui prova a funzionare un’altra volta.
Matteo smonta la serie pezzo per pezzo: la regia di Peyton Reed (la trilogia di Ant-Man) che dirige i primi due episodi e poi passa il testimone a tre registe, la colonna sonora di Isabella Summers dei Florence + the Machine, e soprattutto la scrittura della creatrice Tessa Coates, comica e podcaster britannica al suo esordio seriale, che ha pensato la serie come se fosse un film di Jason Bourne, con lo showrunner Matt Miller (Chuck, Lethal Weapon) a garantire il mestiere. La vera scommessa sono le protagoniste: due attrici ultracinquantenni che nessuno assocerebbe all’azione, con Waddingham così convincente da spingere il sito AV Club a proporla come James Bond. E poi il tema che tiene insieme tutto: l’amicizia in tutte le sue forme, un discorso che ci aveva già toccato con DTF nella puntata 16×35.
Quanto vale Ride or Die sulla nostra Scala Tecnica? Nella Densità Narrativa succede una cosa rara, vista finora solo con La Sottile Linea della Vendetta nella 16×47. E quanto sale la Scala della Scimmia quando il codice del genere si conosce a memoria? Nei giudizi finali anche il Consiglio per la Fruizione perfetto per l’estate, la Rosa con le domande che la serie lascia sul tavolo e un consiglio di sopravvivenza da mettere in pratica a fine visione.
Chiude Miki con Parole Serie, lo Zibaldone di Sono Cose Serie: la genesi del termine “Watch In Progress”, dal primo uso documentato nella puntata 14×16 su Scott Pilgrim.
E ricordate: chi non ruba 25 milioni di sterline alla mafia albanese e non ci ascolta è un birimbino!
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Recensione della nuova serie animata Ken il Guerriero: Hokuto no Ken, in esclusiva su Prime Video, più una nuova parola dello Zibaldone di Sono Cose Serie. Miki avvisa subito: con la scusa di recensire Ken, alla fine ve ne consiglia un’altra.
Prima però si torna indietro. 1982, Tetsuo Hara esordisce con un manga sul motocross e viene cancellato dopo dieci settimane; è il suo editor Nobuhiko Horie a proporgli l’idea di un guerriero che fa esplodere gli avversari toccando i punti di pressione. Con Buronson alla sceneggiatura e un futuro post-atomico preso di peso da Mad Max nasce il fenomeno da cento milioni di copie che insegna allo shonen la mossa finale letale, quella che Mortal Kombat chiamerà fatality.
Sulla scrittura la nuova serie animata di Hokuto no Ken, prodotta da TMS Entertainment con 7studio e diretta da Hiroshi Maeda, regge benissimo: quattordici episodi che macinano una quantità di capitoli impressionante, un Bat più cinico e meno macchietta, il duello con Shin dilatato per costruire tensione. Il problema è tutto quello che ci sta intorno. Capelli e materiali legnosi, articolazioni dubbie, facce che non si muovono, e quel controluce verde su cui in puntata nasce una teoria: sarà la radiazione di fondo? Il risultato somiglia a una sequenza di cut-scene da PlayStation 1, e brucia ancora di più quando ti accorgi che certe inquadrature vogliono ricreare le tavole di Hara.
Una cosa si salva, ed è italiana. Maurizio Merluzzo eredita Kenshiro dopo aver dato voce a Juza delle Nuvole, la direzione del doppiaggio è di Paolo De Santis, non c’è una censura nemmeno sulle parolacce. Nel mezzo c’è un saluto ad Alessio Cigliano, la voce storica di Ken.
Poi arriva lo scam annunciato. Stessa piattaforma, stesso anno: Science SARU, lo studio di Dandadan, riporta Ghost in the Shell al manga di Masamune Shirow invece che al film di Mamoru Oshii del 1995, e lo fa restando nel disegno animato in 2D. Due studi, lo stesso rischio, due esiti opposti: la recensione di Ken il Guerriero diventa un discorso su quando un remake tradisce davvero. Alla fine i voti con Scala Tecnica, Densità Narrativa, Scala della Scimmia e Consiglio per la Fruizione.
Chiude Parole Serie, lo Zibaldone di Sono Cose Serie, con il termine “inattentive watching”: guardare una serie mentre fai altro. Matteo lo fa risalire alle soap opera, costruite per chi stirava o girava il sugo, con la musica che avvisava di alzare la testa e il dialogo che riassumeva la scena persa. Cambia solo l’attrezzo in mano: mestolo ieri, gamepad oggi.
Consigliato in puntata: The Ghost in the Shell (Science SARU, 2026), su Prime Video https://www.primevideo.com/-/it/detail/0MRWXUDE3L303XFEJRNWB20S3O
E ricordate: chi non si muove a 24 fotogrammi al secondo e non ci ascolta è un birimbino!
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