Straripamento mentale di un disadattato

03-07-25 Considerazioni (fiabesche) sul MIGNOTTAGGIO


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Quando parlo di “mignottaggio”, lo faccio senza la minima intenzione di essere sottile. Intendo quell’insieme di atteggiamenti, strategie, piccole recite quotidiane che hanno come scopo l’ottenere qualcosa, potere, visibilità, denaro, applausi, vendendo, più o meno direttamente, la propria carne o la propria immagine, che è poi la stessa cosa. È una compravendita mascherata da spontaneità, un mercatino dell’intimità svenduta, una fiera dell’autodemolizione elegante.È questo che mi dà fastidio sui social. Non tanto i corpi, non le cosce esposte, non i seni schiacciati nei reggiseni a spinta. Quelli li guardo, come ogni uomo. Li guardo e provo piacere, un piacere meccanico, quasi automatico, come il riflesso di un insetto che si muove verso la luce. E metto il mio “mi piace”, sapendo benissimo che è una moneta che alimenta il meccanismo. So che partecipo attivamente alla trasformazione di una persona in una cosa, e non faccio nulla per evitarlo.Ma il vero disgusto arriva subito dopo. Quando lo sguardo si stacca e rimane solo il vuoto. Perché dietro quei corpi non c’è nulla. C’è un’esposizione seriale, ripetitiva, priva di ogni senso. Una produzione industriale del desiderio, dove ogni donna si sostituisce all’altra senza che nessuno se ne accorga. Sono tutte uguali perché si sono tutte spente nello stesso modo. E adesso, perfino l’intelligenza artificiale riesce a farlo meglio. Corpi più simmetrici, volti più attraenti, movimenti programmati per piacere. L’umano è stato superato anche nella sua ultima risorsa, quella della carne.Ciò che mi distrugge, però, è un altro dettaglio. Nello stesso spazio dove si esibisce questo degrado sistematico, c’è anche chi prova ancora a dire qualcosa. Qualcuno pubblica un pensiero, una riflessione, un’immagine che nasce da una necessità. E io lo riconosco. E lo apprezzo. Ma il mio gesto esterno, quel “mi piace”, è identico. Per l’algoritmo non cambia nulla. Per gli altri non cambia nulla. È lo stesso clic, lo stesso numero in una colonna. Questa equivalenza mi è intollerabile. Mi svuota. Mi umilia. È come se fossi costretto a firmare con la stessa penna un poema e un contratto di puttana.Vorrei esprimere, senza insultare e senza fingere rispetto, che quando metto un “mi piace” a una delle tante mignotte digitali che si spogliano ogni giorno davanti allo stesso fondale, lo faccio per puro riflesso sessuale. Non c’è stima, non c’è ammirazione, non c’è interesse. Solo carne offerta come merce in saldo, che io riconosco per quello che è. Oggetto tra oggetti. Replica tra repliche.Vorrei poter dire, invece, che quando offro il mio “mi piace” a chi condivide qualcosa di vivo, qualcosa che pensa, qualcosa che sente, lo faccio con un rispetto silenzioso. È un atto di alleanza. Vale mille volte di più, ma nessuno se ne accorge. E allora il gesto si dissolve, indistinto, come tutto ciò che ancora cerca di avere un’anima in mezzo a una vetrina piena di manichini che si muovono.
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Straripamento mentale di un disadattatoBy KaJu