Dante Alighieri e la lingua italiana
Quando parliamo di Dante Alighieri, spesso lo immaginiamo come una figura distante, scolpita nel marmo della tradizione scolastica. Eppure Dante è uno degli autori più vivi e sorprendenti della nostra storia, soprattutto se lo guardiamo dal punto di vista della lingua. Per chi studia l’italiano, anche come seconda lingua, Dante non è soltanto un grande poeta: è un momento di svolta, un ponte decisivo tra il latino, lingua della cultura medievale, e l’italiano che conosciamo oggi.
Dante nasce in un mondo in cui le lingue hanno un valore molto preciso e molto rigido. Il latino è la lingua del sapere, della filosofia, della teologia, del diritto. È la lingua dei libri importanti, dei dotti, delle università. Il volgare, invece, è la lingua parlata ogni giorno: la lingua della famiglia, del lavoro, della strada. È una lingua viva, mutevole, piena di sfumature, ma considerata inadatta ai contenuti “alti”. Dante cresce esattamente dentro questa frattura. Da un lato studia il latino con grande competenza; dall’altro vive immerso nel volgare fiorentino, che ascolta, assorbe, osserva con attenzione scientifica.
La sua vita personale e politica contribuisce in modo decisivo a questo sguardo. Firenze è una città turbolenta, attraversata da conflitti, lotte di potere, alleanze instabili. Dante partecipa attivamente alla vita politica, fino a quando viene condannato all’esilio. Da quel momento perde tutto: la casa, la città, la sicurezza, la comunità linguistica di riferimento. L’esilio lo costringe a spostarsi, ad ascoltare altri volgari, altri modi di parlare, altre pronunce. Ed è proprio in questa condizione di sradicamento che matura una delle sue intuizioni più profonde: se il volgare resta chiuso in un solo luogo, resta un dialetto; se invece riesce a elevarsi, può diventare una lingua condivisa, una lingua capace di unire.
A questo punto nasce una domanda fondamentale: Dante voleva davvero creare l’italiano del futuro? La risposta è più sottile di un semplice sì o no. Dante non immagina l’italiano standard come lo intendiamo oggi, né pensa di fondare una lingua nazionale nel senso moderno del termine. Tuttavia è chiaramente interessato a qualcosa di molto ambizioso: dimostrare che il volgare può essere una lingua degna dei più alti contenuti del pensiero umano. Nel De vulgari eloquentia riflette proprio su questo, cercando un volgare “illustre”, cioè una forma linguistica non limitata a una città o a una regione, ma capace di parlare a un’intera comunità culturale.
Ma è con la Divina Commedia che questa riflessione diventa concreta, incarnata, viva. La scelta del volgare per la Commedia non è soltanto una scelta stilistica o teorica: è una scelta profondamente etica e comunicativa. Dante vuole che il suo poema venga ascoltato, capito, sentito. Vuole parlare alla gente, non solo ai dotti. Vuole che la sua opera arrivi alle orecchie e al cuore del popolo. In un’epoca in cui la maggior parte delle persone non conosceva il latino, scegliere il volgare significa allargare il pubblico, rendere accessibile un viaggio morale, spirituale e umano che riguarda tutti.
La Commedia non è un trattato astratto: è un racconto popolato di volti, di voci, di passioni, di errori, di speranze. Per raccontare l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, Dante ha bisogno di una lingua flessibile, capace di essere aspra e dolce, solenne e violenta, ironica e tragica. Il latino, con la sua rigidità e il suo distacco dalla vita quotidiana, non gli avrebbe permesso tutto questo. Il volgare, invece, gli offre una ricchezza straordinaria: proverbi, immagini concrete, espressioni popolari, ma anche termini tecnici, latinismi, neologismi creati da lui stesso.
In questo senso, la lingua della Commedia è un vero laboratorio linguistico. Dante sperimenta, mescola, osa. A volte la sintassi è ancora vicina al latino, complessa, articolata; altre volte è sorprendentemente diretta, quasi parlata. Questa oscillazione non è un difetto: è il segno di una lingua in formazione, che sta cercando il proprio equilibrio. Ed è proprio qui che il volgare diventa un ponte: non è più solo la lingua della strada, ma non è ancora l’italiano normato dei secoli successivi. È una lingua in tensione, in movimento.
Ed è anche per questo che Dante è così importante per chi studia l’italiano oggi. Leggerlo significa assistere alla nascita di una lingua, vedere come una comunità linguistica costruisce i propri strumenti espressivi. Significa capire che le lingue non nascono perfette, ma crescono attraverso tentativi, contaminazioni, scelte coraggiose. Dante ci dimostra che una lingua diventa “grande” quando riesce a parlare della vita reale, quando non ha paura di scendere nel concreto per poi risalire verso l’infinito.
Alla fine, possiamo dire che Dante non ha inventato l’italiano moderno, ma ha reso possibile immaginarlo. Ha mostrato che una lingua nata dal popolo poteva diventare veicolo di pensiero alto, di poesia, di riflessione morale. E lo ha fatto con un obiettivo chiarissimo: comunicare, farsi capire, coinvolgere. Non scrive per pochi eletti, ma per chi è disposto ad ascoltare, a lasciarsi guidare, a riconoscersi nei personaggi del suo viaggio.
Forse è proprio questo il motivo per cui Dante continua a parlarci. Perché la sua lingua nasce dal desiderio di raggiungere gli altri, di creare un ponte, di non lasciare nessuno escluso. Ed è una lezione che vale ancora oggi, per chi studia l’italiano e per chi ama le lingue: ogni lingua vive davvero solo quando riesce a parlare alle persone, non quando resta chiusa nei libri.
Grazie per avermi accompagnato in questo viaggio nella lingua di Dante. Nei prossimi episodi continueremo a conoscere l’Italia, attraverso testi e personaggi che hanno lasciato un segno profondo nella nostra cultura. A presto, e buona continuazione nello studio dell’italiano.