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Quando il colore nel tubetto diventa troppo impersonale, l'arte contemporanea decide di attingere direttamente alla fonte. In questo episodio esploriamo l'uso dei fluidi corporei nella storia dell'arte recente, un percorso estremo alla ricerca di un'autenticità viscerale e totale.
Come accennato nell'episodio, ecco l'approfondimento tecnico e storico di queste opere controverse, per capire non solo il gesto, ma anche la materia.
Partiamo dall'azionismo viennese. A partire dagli anni sessanta, Hermann Nitsch, all'interno del suo teatro delle orge e dei misteri, teorizza e realizza gli schuttbilder, ovvero la pittura a getto. Il sangue non è usato solo per il suo forte impatto cromatico, ma viene versato sulla tela per rievocare antichi riti sacrificali e innescare una catarsi psicologica profonda, superando la rappresentazione pittorica classica.
Passando alla chimica applicata all'arte, nel 1977 Andy Warhol inizia la serie delle oxidation paintings. La tecnica è precisa: Warhol prepara tele coperte con una speciale vernice a base di polvere di rame. Su questa superficie, la pipì, ricca di acido urico, innesca una reazione di ossidazione immediata. Il rame si trasforma, creando patine cromatiche astratte che variano dal verde smeraldo al marrone ruggine. È la biologia che si sostituisce al pennello per gestire le reazioni chimiche dei pigmenti.
Il caso di Marc Quinn è invece una vera e propria sfida alla conservazione museale e alla termodinamica. La serie di autoritratti self, iniziata nel 1991, è composta da sculture per le quali Quinn preleva dal suo stesso corpo circa quattro litri e mezzo di sangue. Il fluido viene poi colato in uno stampo di silicone e congelato. L'aspetto tecnico cruciale è che l'opera, per esistere e non decomporsi liquefacendosi, necessita di una teca refrigerata a una temperatura costante di meno quindici gradi centigradi. L'opera è letteralmente dipendente dalla rete elettrica per sopravvivere.
Opere limite, come traces of sperm di Liu Ding del 2001, chiudono questo cerchio concettuale portando all'estremo il concetto di firma e traccia personale.
Questo bisogno di abbattere la barriera tra il creatore e il materiale utilizzato ci riporta alla necessità di sfidare il limite visivo. Come diceva Marcel Duchamp, il buon gusto è il più grande nemico dell'arte. L'artista del novecento smette di voler compiacere l'occhio e decide di aggredire la mente, mettendo letteralmente se stesso nell'opera.
By Alessandro MarzianoQuando il colore nel tubetto diventa troppo impersonale, l'arte contemporanea decide di attingere direttamente alla fonte. In questo episodio esploriamo l'uso dei fluidi corporei nella storia dell'arte recente, un percorso estremo alla ricerca di un'autenticità viscerale e totale.
Come accennato nell'episodio, ecco l'approfondimento tecnico e storico di queste opere controverse, per capire non solo il gesto, ma anche la materia.
Partiamo dall'azionismo viennese. A partire dagli anni sessanta, Hermann Nitsch, all'interno del suo teatro delle orge e dei misteri, teorizza e realizza gli schuttbilder, ovvero la pittura a getto. Il sangue non è usato solo per il suo forte impatto cromatico, ma viene versato sulla tela per rievocare antichi riti sacrificali e innescare una catarsi psicologica profonda, superando la rappresentazione pittorica classica.
Passando alla chimica applicata all'arte, nel 1977 Andy Warhol inizia la serie delle oxidation paintings. La tecnica è precisa: Warhol prepara tele coperte con una speciale vernice a base di polvere di rame. Su questa superficie, la pipì, ricca di acido urico, innesca una reazione di ossidazione immediata. Il rame si trasforma, creando patine cromatiche astratte che variano dal verde smeraldo al marrone ruggine. È la biologia che si sostituisce al pennello per gestire le reazioni chimiche dei pigmenti.
Il caso di Marc Quinn è invece una vera e propria sfida alla conservazione museale e alla termodinamica. La serie di autoritratti self, iniziata nel 1991, è composta da sculture per le quali Quinn preleva dal suo stesso corpo circa quattro litri e mezzo di sangue. Il fluido viene poi colato in uno stampo di silicone e congelato. L'aspetto tecnico cruciale è che l'opera, per esistere e non decomporsi liquefacendosi, necessita di una teca refrigerata a una temperatura costante di meno quindici gradi centigradi. L'opera è letteralmente dipendente dalla rete elettrica per sopravvivere.
Opere limite, come traces of sperm di Liu Ding del 2001, chiudono questo cerchio concettuale portando all'estremo il concetto di firma e traccia personale.
Questo bisogno di abbattere la barriera tra il creatore e il materiale utilizzato ci riporta alla necessità di sfidare il limite visivo. Come diceva Marcel Duchamp, il buon gusto è il più grande nemico dell'arte. L'artista del novecento smette di voler compiacere l'occhio e decide di aggredire la mente, mettendo letteralmente se stesso nell'opera.