Qualche sera fa ho provato una cosa diversa.
Niente slide. Niente scaletta. Niente “oggi vi parlo di...”.
Una call aperta, prima di Natale. Io, Sergio Bertolini, e chiunque volesse entrare. L’unica regola: voi portate le domande, noi portiamo quello che sappiamo. Vediamo dove andiamo.
Sergio aveva già testato il format a febbraio, in un evento dal vivo. Platea mista — imprenditori, pensionati, professionisti. Non sapeva cosa aspettarsi. Ha ribaltato tutto: la trama la fate voi.
Ha funzionato. E quando me l’ha raccontato, ho pensato: proviamola anche online.
Due ore dopo, avevo capito una cosa.
Le domande che le persone fanno quando non c’è una scaletta sono completamente diverse da quelle che fanno ai corsi. Più vere. Più scomode. Più utili.
Il corso che non funziona
C’è un pattern che vedo ripetersi ovunque.
Azienda che vuole “fare qualcosa con l’AI”. Corso di formazione. Otto ore, sedici ore, due giornate. Slide bellissime, demo impressive, esercitazioni guidate. Alla fine tutti contenti. Attestato, foto di gruppo, “è stato molto interessante”.
Poi passano due settimane. Chiedi: state usando quello che avete imparato?
Silenzio.
“No, ma è stato utile eh. Solo che poi con il lavoro...”
Ecco. Il lavoro. Quello che c’era prima del corso e che c’è dopo il corso, identico. L’AI resta una cosa vista in aula, non uno strumento sulla scrivania.
Non è colpa delle persone. Non è colpa del formatore. È colpa del format.
Quando qualcuno ti spiega qualcosa, tu ascolti. E ascoltare è passivo. Puoi ascoltare per ore e non cambiare niente di come lavori. Perché non c’è attrito. Non c’è bisogno. Non c’è quel momento in cui pensi “cazzo, questo mi serve adesso”.
Le domande vere nascono dai problemi veri. E i problemi veri non emergono durante un corso. Emergono il lunedì mattina, quando hai la deadline e non sai da che parte girarti.
Quello che è emerso
Quella sera le domande sono arrivate da commercialisti, avvocati, informatici, imprenditori, formatori. Contesti diversi, settori diversi.
Ma i temi erano sempre gli stessi.
La resistenza che non ti aspetti.
Come fai a convincere persone che “con Excel già fanno fatica” a usare uno strumento nuovo? Come superi il muro di chi pensa che l’AI sia roba da ingegneri, da giovani, da gente che ha tempo da perdere?
Il punto è che quella resistenza non è tecnica. È identitaria. È la paura di sentirsi inadeguati, di non capire, di fare figure di merda. E non la smonti con le slide sui benefici della produttività. La smonti solo facendo vedere che quella cosa lì — quella specifica, sul tuo documento, nel tuo flusso — si può fare. E si può fare adesso, insieme.
Il gap tra il corso e l’uso.
Tutti hanno fatto corsi. Webinar, workshop, tutorial YouTube. Sanno cos’è un prompt, hanno visto le demo, conoscono i nomi degli strumenti. Ma tra sapere che esiste e usarlo ogni giorno c’è un canyon.
Quel canyon non si attraversa con più formazione. Si attraversa con l’accompagnamento. Con qualcuno che ti segue mentre provi, che ti corregge quando sbagli, che ti fa vedere dove stai perdendo tempo. Il corso ti dà la mappa. Ma la mappa non è il territorio.
La domanda sbagliata sugli strumenti.
“Qual è l’AI migliore?” È la domanda che fanno tutti. Ed è la domanda sbagliata.
Non esiste l’AI migliore. Esistono strumenti diversi che fanno cose diverse. ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot — ognuno ha i suoi punti di forza. E cambiano ogni tre mesi. Quello che era il migliore a settembre non è detto che lo sia a dicembre.
La domanda giusta è un’altra: qual è lo strumento che si incastra nel modo in cui lavoro già? Se usi Microsoft 365 tutti i giorni, Copilot ha senso. Se il tuo team è già su ChatGPT, parti da lì. La tecnologia migliore è quella che le persone useranno davvero, non quella che vince i benchmark.
Il nodo dell’automazione.
“Vorrei automatizzare questo processo.” Lo dicono tutti. E quasi sempre è prematuro.
Prima di automatizzare devi capire se le persone sono pronte a fidarsi dell’automazione. Se non lo sono, costruirai un sistema bellissimo che nessuno usa. L’agente, il workflow, l’integrazione — sono il punto di arrivo, non il punto di partenza. Prima viene la cultura, poi viene la tecnologia.
Ho visto aziende buttare mesi su automazioni sofisticate che poi nessuno ha adottato. E ho visto team trasformarsi con niente di più che un prompt ben fatto e qualcuno che li seguiva mentre imparavano a usarlo.
La solitudine di chi ha già capito.
Questa mi ha colpito. C’è gente che l’AI la usa già, e bene. Che ha capito il potenziale, che sperimenta, che risparmia ore ogni settimana. Ma si sente sola.
Perché i colleghi non capiscono. Perché i consulenti che incontra ne sanno meno di loro. Perché non trovano nessuno che gli dica “fin qui puoi arrivare, da qui in poi è rischioso”.
Uno ha raccontato di aver spiegato cose al consulente di Google invece che il contrario. Un altro ha descritto come ha risparmiato mesi di lavoro su una pratica legale, ma non sa con chi confrontarsi per capire se sta facendo le cose giuste.
Sono i pionieri. Quelli che vanno avanti da soli. E hanno bisogno di una cosa sola: qualcuno che parli la loro lingua e li aiuti a non farsi male.
Il cambio di paradigma
A un certo punto della serata qualcuno ha detto una cosa che mi è rimasta.
“Prima scrivevo. Adesso progetto.”
Era un avvocato. Raccontava di come è cambiato il suo modo di lavorare. Non delega tutto all’AI. Non le chiede di scrivere al posto suo. Le dà la struttura, i pezzi, l’impostazione. Poi verifica, corregge, rifinisce.
“Sono il direttore d’orchestra.”
Ecco. È questa l’immagine.
Non il lavoratore sostituito dalla macchina. Il professionista che orchestra, che coordina, che decide cosa far fare all’AI e cosa fare in prima persona.
Il lavoro noioso — la trascrizione, l’estrazione dati, la prima bozza, la ricerca nei documenti — lo fa la macchina. Il lavoro intelligente — la strategia, le scelte, il controllo qualità — lo fa l’umano.
Ma questo richiede un cambio di mentalità. Devi smettere di pensare “faccio tutto io” e iniziare a pensare “cosa posso delegare?”. Devi fidarti abbastanza da lasciar fare, ma non così tanto da non controllare.
È un equilibrio. E non lo impari da un corso. Lo impari facendo, sbagliando, aggiustando.
La questione italiana
È uscita anche questa. L’Italia cosa sta facendo? Stiamo sviluppando qualcosa di nostro o siamo condannati a dipendere dagli americani?
La mia visione è semplice: non dobbiamo competere sui foundation model. Non abbiamo i miliardi di OpenAI, non abbiamo i data center di Google, non abbiamo i talenti concentrati della Silicon Valley.
Ma possiamo fare un’altra cosa. Possiamo prendere modelli piccoli — quelli che girano su hardware normale — e specializzarli su verticali specifici. Disegni tecnici. Documenti legali. Normative di settore. Cose che conosciamo meglio di chiunque altro perché sono il nostro tessuto produttivo.
Il valore non è nel motore. È in cosa ci fai girare sopra.
Un’azienda che prende un modello open source e lo allena sui suoi dati, sui suoi processi, sulle sue specificità — quell’azienda ha un vantaggio competitivo. Non perché ha l’AI più potente. Perché ha l’AI più sua.
La scuola e il futuro
Qualcuno ha tirato fuori il tema della scuola. Un docente di fisica che dice che l’AI sbaglia le risposte. Studenti che copiano i compiti con ChatGPT.
Il problema è reale. Ma la risposta non può essere vietare, ignorare, far finta di niente.
Gli studenti l’AI la usano già. Se la scuola non gli insegna a usarla bene, impareranno a usarla male. Impareranno a copiare invece che a ragionare. A farsi dare le risposte invece che a fare le domande giuste.
Il compito a casa così com’è pensato — fallo da solo, portamelo lunedì — non ha più senso. Serve un cambio di paradigma anche lì. Valutare il processo, non solo il risultato. Chiedere di mostrare come hanno ragionato, non solo cosa hanno scritto.
È un tema enorme. E la scuola italiana non è pronta. Ma non può permettersi di aspettare.
Cosa mi porto a casa
Quella sera ho parlato due ore. Ma ho ascoltato molto di più.
E la cosa che mi ha colpito è questa: le domande vere non sono tecniche. Non riguardano gli strumenti, le funzionalità, i prezzi degli abbonamenti.
Le domande vere riguardano le persone. Come le convinci. Come le accompagni. Come le fai sentire capaci invece che inadeguate. Come trasformi “ho fatto il corso” in “lo uso ogni giorno”.
Il 93% delle PMI italiane non usa l’AI. Non perché non esistano gli strumenti. Non perché costino troppo. Ma perché nessuno gli ha fatto vedere come si incastra nel loro lavoro, con le loro persone, nei loro processi.
L’adozione non è un problema tecnico. È un problema umano.
E i problemi umani non si risolvono con le slide.
🤔 La critica alla critica dell’AI
“Ma così l’AI sostituisce il rapporto umano!”
È l’obiezione che sento più spesso. E ogni volta mi chiedo: quale rapporto umano?
Quello del collega che ti risponde “guarda sul Drive” per la quinta volta oggi? Quello del customer service che ti fa aspettare venti minuti per dirti una cosa che stava scritta nelle FAQ?
Il rapporto umano vero, quello che richiede empatia, giudizio, creatività, non lo sostituisce nessuna AI. Ma il lavoro ripetitivo, quello che fai con il pilota automatico, quello che ti svuota invece di riempirti — quello sì, si può delegare.
E quando lo deleghi, ti resta tempo per il lavoro che conta davvero.
Il rischio non è l’automazione. È la delega cieca. Costruire sistemi e poi dimenticarsene. Fidarsi senza verificare. Pensare che l’AI pensi per te.
L’AI amplifica. Se la usi bene, amplifica la tua competenza. Se la usi male, amplifica i tuoi errori.
La differenza la fa sempre l’umano.
📩 E voi?
Qual è la domanda sull’AI che non avete mai fatto?
Non quella tecnica. Non “quale tool è meglio”.
Quella vera. Quella che vi frena. Quella che vi fa pensare “nel mio caso è diverso”.
Scrivetemi. Ho deciso che farò altre serate così. Senza slide, senza scaletta, solo domande aperte. E le domande migliori diventeranno i prossimi numeri della Cassetta.
Se volete vedere com’è andata, il video è qui.
🧠 Ci sentiamo presto. Con più domande e meno risposte preconfezionate.
Valentino
P.S. La prossima volta che qualcuno vi propone un corso sull’AI, chiedetegli una cosa: “Posso portare io le domande?”. Se dice di sì, forse è quello giusto. Se dice di no, probabilmente vi farà vedere slide bellissime che dimenticherete in una settimana.
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