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Acqua fetida, bambini che giocano nell'acqua sporca, transenne dappertutto, turisti che passano schifati dalla sporcizia e dall'abbandono. Il parco del castello della Zisa, quello che doveva essere il più bel parco urbano di Palermo, è oggi solo un disegno architettonico di pregio sprecato con i giardini spesso trasformati in covo per chissà quale affare illecito o forse si sa bene.
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C'è l'ombra degli alberi e l'ombra su chi potrebbe fare qualcosa e non la fa. Basterebbe un progetto, un'idea di città che non sia solo parole e libri ma anche concretezza e fattività. Di volta in volta, dopo le denunce dei giornali, arrivano le promesse di questo o quell’amministratore pubblico ma di fatto nulla cambia. Le immagini parlano più delle parole e ogni cosa potrebbe essere un’inutile e sterile ripetizione di discorsi già fatti. Palermo muore di incuria e di strafottenza e muore ogni giorno perché quello sembra essere il suo destino ineluttabile: morire per la distrazione dei propri cittadini, dei propri amministratori, essere violentata e stuprata quotidianamente in ogni angolo di bellezza.
Nel cuore antico di Palermo, tra i vicoli che ancora conservano l’anima popolare della città, è nata una nuova galleria d’arte che è anche un laboratorio di idee, incontri e cambiamento. A fondarla è Josephine Flasseur, artista e direttrice artistica francese, con un passato vissuto tra Parigi e New York, che ha scelto Palermo come luogo in cui mettere radici e dare forma a un progetto artistico indipendente.
Josephine racconta il suo arrivo come quello di un’esploratrice in una città che, a suo dire, vive un "rinascimento": uno spazio caotico e al tempo stesso fertile, dove la creazione non è ancora intrappolata dalle logiche del mercato, e dove esiste una possibilità autentica di sperimentare. “A Palermo c’è spazio – dice – non solo fisico, ma anche mentale e culturale. Si può ancora inventare, osare, dialogare”.
La galleria – allestita in un ex laboratorio di vetrai e fabbri – è diventata in pochi mesi un punto di riferimento per artisti, curiosi e giovani appassionati d’arte. Non solo mostre, ma anche performance e riflessioni che mettono al centro i grandi temi del nostro tempo: identità, scienza, politica, potere. “L’arte deve essere politica”, afferma Flasseur, “ma con eleganza e profondità”.
L’incontro è anche l’occasione per interrogarsi sullo stato della cultura in città: sull’assenza di una borghesia solida che sostenga l’arte, sulla difficoltà a creare un pubblico educato alla fruizione artistica, ma anche sul ruolo che Palermo può giocare nel panorama internazionale, a patto di non cedere all’omologazione turistica e di coltivare con cura la propria identità.
“Palermo è un tesoro che i suoi stessi abitanti a volte dimenticano”, osserva Josephine, che oggi sta scrivendo un film ispirato proprio alla sua esperienza palermitana. Un modo per raccontare una città fotogenica e contraddittoria, abitata da personaggi forti e luoghi carichi di energia. Una città che, se accompagnata con consapevolezza, può davvero diventare un modello di rinascita culturale dal basso.
La controversia tra i cittadini e l'Amministrazione comunale di Galati Mamertino riguardo il destino di alberi secolari. Inizialmente, il Comune ha deliberato la rimozione degli alberi per motivi di sicurezza, ma un gruppo di cittadini ha risposto con una petizione popolare per la loro salvaguardia, chiedendo trasparenza e un progetto più ampio. Nonostante le continue sollecitazioni e una successiva relazione agronomica che suggeriva manutenzione, la questione rimane irrisolta, evidenziando una mobilitazione civica persistente di fronte a un'Amministrazione criticata per la mancanza di dialogo.
Il futuro del vino siciliano tra radici e innovazione. A Block Notes raccontiamo il manifesto di Assovini Sicilia lanciato a Sicilia en Primeur 2025: enoturismo, sostenibilità, consumo consapevole e qualità produttiva. Un viaggio tra sfide globali e identità locali che parte dalle vigne dell’Isola e guarda al mondo.
Era un carusu dannificu, un ragazzino che attirava guai come un parafulmine. Eppure Vincenzo Nibali, da Messina, è diventato uno dei più grandi ciclisti della storia. Oggi, a due anni dal ritiro, racconta la sua vita con lucidità e onestà brutale: le sassate contro una vetrata pericolante, le cassette delle lettere fatte esplodere con i petardi, un motorino lanciato contro un muro. «Mancava solo una passante per farla grossa», dice, senza cercare sconti.
È cresciuto tra strade complicate e scelte ancora più difficili, ma deve tutto — lo ripete più volte — a due cose: suo padre e la bicicletta.
Nato nel 1984, oggi Nibali è l’unico italiano ad aver vinto tutti e tre i grandi Giri (due volte il Giro d’Italia, una la Vuelta e il Tour) e due Classiche Monumento. Ha lasciato un segno indelebile, ma il cammino non è stato lineare. «Messina non era una città mafiosa», ricorda, «ma negli anni Novanta c’era chi andava a scuola con la pistola nello zaino. Dopo aver letto della sparatoria di Monreale ho capito quanto fosse sottile il confine tra due destini opposti».
Anche la sua famiglia conobbe l’intimidazione: pizzini minacciosi, una bottiglia di benzina dietro la serranda della cartoleria, la casa messa a soqquadro. «Ma i miei hanno sempre tenuto la schiena dritta. Non si sono mai piegati».
La bici entrò nella sua vita a dodici anni, come una fuga in salita: prima verso il santuario di Dinnammare, poi Novara di Sicilia, l’Etna. «Mi piaceva l’oggetto, il viaggio, la vittoria», dice. Le domeniche partivano con l’ammiraglia della Cicli Molonia, e ogni volta che il traghetto approdava a Villa San Giovanni, il signor Molonia diceva: “’Rrivammu in Italia”. E loro ridevano.
A 15 anni, dopo aver vinto una corsa a Siena, decise di non tornare più. «Amo la Sicilia, ma non ho mai provato nostalgia. Non ero un tipo affettuoso, il distacco mi venne naturale».
I genitori gli lasciarono una frase che lo avrebbe guidato per sempre: “Se ti obbligano a scelte sbagliate, torna. Qui troverai noi e un lavoro.” Parole che divennero una rotta sicura, soprattutto negli anni difficili segnati dal doping. «Quelle parole mi salvarono. Il ragazzino dannificu era svanito».
A Mastromarco, in Toscana, la vita non fu semplice: sveglia all’alba, scuola a Empoli, allenamenti infiniti. Ma lì trovò chi credette in lui: Carlo Franceschi, Bruno Malucchi. «Molti siciliani provarono, ma sono rimasto solo io».
Per Nibali, tornare al Sud non è un fallimento — lo è solo se lo fai da sconfitto. «Chi riesce viene celebrato, chi rientra a testa bassa viene guardato con disprezzo: “Chissà cosa voleva fare…”».
All’inizio della carriera arrivarono anche le batoste: ultimo alla Liegi-Bastogne-Liegi. Ma servì. Al Giro d’Italia passò da terzo (2010), a secondo (2011), fino al trionfo del 2013. Eppure, anche nella vittoria, Nibali non si esaltava. «Vincere mi sembrava normale. Forse ho vissuto sempre col freno a mano tirato. Tranne quando pedalavo».
Si riconosceva in una frase di Leonardo Sciascia: “Credo nei siciliani che parlano poco, che si rodono dentro e soffrono.” «Io ero così. In bolla. Non parlavo neanche sotto tortura. Pensavo solo alla bici».
Il Tour del 2014 fu il suo apice. Ma anche l’inizio di un periodo soffocante: «Fama, pressioni, richieste continue. Volevamo sparire. Solo dopo il ritiro ho cominciato a vivere davvero».
Ha perso una Liegi per colpa di un corridore dopato, e alla Vuelta rischiò lo stesso. «Quanto ho perso per il doping? Tanto, probabilmente. Ma non ho mai pensato di farlo. Mi hanno controllato milioni di volte. Possono farlo anche tra cent’anni».
Due anni passati sul Teide, in ritiro, con compagni che sono diventati fratelli. «Lì si diventava un corpo solo. Bastava uno sguardo per capirsi».
Nel 2016 perse un oro olimpico in una curva dissestata. «Colpa mia. Ho rischiato per andare più forte. Succede».
Oggi viaggia. A marzo ha portato le figlie, Emma e Miriam, a conoscere la Sicilia: Cefalù, Piazza Armerina, la Valle dei Templi. «Siamo passati anche dal Museo Regionale di Messina. Emma mi ha chiesto: “Cosa c’è qui?” Le ho risposto: “C’è Antonello. Un gigante dell’arte.” Vedere Messina attraverso Antonello o i boschi dei Peloritani... ti fa capire che è davvero u megghiu postu nto munnu.»
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La mafia sta cambiando pelle. Non più coppole e lupare, ma smartphone criptati, criptovalute e traffici internazionali gestiti da ragazzi sotto i quarant’anni. In questo episodio esploriamo un dato inquietante: metà dei nuovi arrestati per reati mafiosi ha meno di 40 anni. Giovani che conoscono perfettamente il linguaggio del web, si muovono nel dark web con naturalezza e comunicano su canali che nemmeno le forze dell’ordine riescono a decifrare.
Parliamo di una generazione cresciuta con la tecnologia, che ha ereditato strutture mafiose storiche oppure vi è entrata attratta dai guadagni del narcotraffico. Una mafia 2.0, più orizzontale, più silenziosa, ma anche più difficile da contrastare. Con rotte, strategie e investimenti che si adattano ai tempi, questa nuova criminalità organizzata sta costruendo un futuro solido e invisibile.
Non c’è cosa più moderna che tornare all’antico. E’ una citazione (la frase non è mia ma mi piace) parecchio appropriata, a me sembra, per la fotografia. Ed è questa la storia di Unique Portrait di Alessio Falzone che a Palermo ha reinventato un'antica tradizione di famiglia. Nell’epoca dominata dai selfie e dalle immagini colorate, il ritratto in bianco e nero sta vivendo un sorprendente ritorno di popolarità. Mentre le piattaforme social come Instagram e TikTok sono piene di filtri sgargianti e di tonalità vivaci, sempre più utenti scelgono di condividere ritratti monocromatici, che si distinguono per la loro eleganza senza tempo e il loro potere evocativo.
Ma cosa rende il bianco e nero così attraente, soprattutto in un mondo digitale iperstimolato dai colori? Innanzitutto, elimina le distrazioni cromatiche, mettendo in risalto le emozioni e i dettagli. Un ritratto in bianco e nero può catturare un’espressione o una storia con una profondità che il colore spesso diluisce. Inoltre, richiama un’estetica vintage che si sposa bene con la nostalgia contemporanea, tipica delle generazioni cresciute con il digitale ma affascinate dal passato.
La semplicità del bianco e nero è in netto contrasto con l’immediatezza dei selfie. Mentre questi ultimi spesso rappresentano momenti spontanei e poco elaborati, il ritratto in bianco e nero richiede attenzione e cura. Non è un caso che molti fotografi professionisti e amatori stiano riscoprendo il fascino di questa tecnica per esprimere emozioni più profonde e creare immagini artistiche che resistono alla banalità.
Anche gli algoritmi dei social sembrano premiare questa scelta. Le immagini in bianco e nero, grazie alla loro originalità e al forte impatto visivo, spesso ottengono più interazioni, like e condivisioni. È una dimostrazione di come, anche in un’epoca ossessionata dalla velocità, ci sia spazio per una bellezza più lenta, riflessiva e senza tempo.
In definitiva, il ritorno del ritratto in bianco e nero non è solo una tendenza estetica, ma un simbolo di un desiderio più profondo: rallentare, distinguersi e raccontare storie che vanno oltre la superficie.
Benvenuti a una nuova puntata di Block Notes, il podcast che racconta storie di cultura, innovazione e città. Oggi ci immergeremo nel cuore di Palermo, esplorando le strategie e le visioni che stanno guidando il Teatro Massimo verso un futuro sempre più internazionale, inclusivo e vibrante.
Un teatro, due sguardi
“Uno sguardo all’interno e uno all’esterno.” Così Marco Betta, compositore e sovrintendente confermato del Teatro Massimo, riassume la strategia del teatro. E per comprendere meglio questa visione, ci invita a osservare i due leoni bronzei che dominano l’ingresso del teatro:
* Il leone della Tragedia, scolpito da Benedetto Civiletti, guarda verso la città e oltre.
* Il leone della Lirica, opera di Mario Rutelli, guarda invece verso il teatro stesso.
Questa doppia prospettiva riflette la missione del Teatro Massimo: valorizzare il lavoro dei suoi artisti e coinvolgere il pubblico, ma anche aprirsi alla città, ai quartieri e al panorama culturale internazionale.
Crescita e internazionalizzazione
Il Teatro Massimo ha chiuso il 2024 con numeri straordinari:
* 144.319 spettatori paganti, il secondo miglior risultato della sua storia.
* Ricavi totali di 4,140 milioni di euro, con un picco di incassi per Turandot, che da sola ha attirato oltre 11.000 spettatori e generato più di 600.000 euro.
Ma non è solo una questione di numeri. La strategia di internazionalizzazione è chiara: aumentare le tournée e intensificare le collaborazioni con i grandi teatri del mondo. Un percorso già avviato che, sotto la guida di Betta, mira a rafforzare il ruolo del Teatro Massimo sulla scena globale.
Giovani e quartieri
Una menzione speciale va ai giovani: nel 2024, gli under 35 hanno superato le 45.000 presenze, dimostrando l’importanza di un teatro capace di parlare alle nuove generazioni. L’obiettivo per il futuro è ampliare ulteriormente la presenza nei quartieri, rendendo il teatro un punto di riferimento culturale per tutta Palermo.
Un simbolo culturale e turistico
Oltre agli spettacoli, il Teatro Massimo si conferma un simbolo culturale e turistico di Palermo. Nel 2024, oltre 200.000 persone hanno visitato il teatro, generando incassi superiori a 2 milioni di euro.
Anche la scelta di rilanciare il ristorante del teatro, “I Giardini del Massimo”, si è rivelata vincente: sotto la guida dello chef Gianvito Gaglio, il ristorante è diventato un punto di riferimento per cittadini e turisti.
Il programma per il 2025
Guardando al futuro, il 2025 si preannuncia ricco di interventi strategici, tra cui:
* Investimenti di oltre 500.000 euro in attrezzature per il palcoscenico.
* 100.000 euro per nuovi strumenti musicali.
* Restauro di velluti per poltrone e tende, con una spesa di 250.000 euro.
Inoltre, il Comune di Palermo completerà il restauro della prima scala delle logge entro agosto e avvierà i lavori sulla seconda scala. Parallelamente, si lavorerà sul grande piano di rifacimento degli impianti di sicurezza, grazie a un finanziamento di 5,5 milioni di euro.
Conclusione
Il Teatro Massimo non è solo uno spazio artistico, ma un cuore pulsante di cultura, innovazione e comunità. Grazie alla sua doppia visione — uno sguardo all’interno e uno all’esterno — continua a essere un punto di riferimento per Palermo e per il mondo intero.
Grazie per averci seguito. Restate connessi per altre storie su Block Notes. Alla prossima puntata!
Oggi parliamo di Fiasconaro, l’azienda dolciaria di Castelbuono, che ha portato il panettone siciliano a diventare simbolo del Made in Italy nel mondo.Nel 2023, il panettone Fiasconaro ha rappresentato l’Italia in eventi prestigiosi come l’inaugurazione della nuova sede dell’Atlantic Council a Washington e il Holiday Party dell’UNFPA a New York, sottolineando il valore della tradizione italiana.Con 70 Paesi serviti e un fatturato di 34 milioni di euro, Fiasconaro si è consolidato negli Stati Uniti, mercato che oggi rappresenta il 5% delle sue vendite internazionali.Nel 2024, l’azienda ha realizzato una replica in cioccolato del famoso Charging Bull di Arturo Di Modica, esposta durante il Summer Fancy Food Show e il Columbus Day Parade, celebrando il legame culturale tra Sicilia e Stati Uniti.Fiasconaro ha reso possibile un momento storico con la visita della First Lady Jill Biden a Gesso, borgo d’origine dei suoi bisnonni, rafforzando i legami culturali tra Sicilia e America.Fiasconaro rappresenta un esempio di come la tradizione artigianale siciliana possa diventare un simbolo globale, celebrando la cultura e l’eccellenza italiana.Grazie per averci seguito. Restate con Il Suddista per altre storie dal Sud Italia. Alla prossima!
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