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Davide Ambrogio cerca sul palco quello che accade nelle feste e nei riti: un momento in cui il tempo si ferma e chi suona si dimentica di sé. Con il musicista calabrese parliamo di Mater Nullius, registrato senza click tra grotte e boschi, di rito e mito, di tradizioni al plurale, di archivi sonori e di Voci in Ascolto, la comunità di canto di tradizione orale che ha costruito in giro per l’Italia.
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Da dove viene la musica? Non nel senso di un genere, di uno stile, di una tradizione, ma proprio dall'inizio, dal fondo. Niccolò Porcelluzzi, scrittore e autore di podcast, porta avanti una ricerca sulle origini del linguaggio musicale umano: un viaggio che incrocia paleontologia, etnomusicologia e genetica. A guidarlo è la tesi dell'etnomusicologo Victor Grauer: che esista una prima musica, nata nel cuore dell'Africa, comune a tutta l'umanità, e diffusa attraverso il pianeta con le prime migrazioni dei Sapiens. Come direbbe Alan Lomax: “Tanta Roba”!
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Nell'Oriente colombiano, nella terra dei Sikuani, esiste un rituale che dura tre giorni e si svolge in una struttura circolare, la maloka. Si chiama Yopo, è il sottofondo , è il rito stesso. In questa puntata esploriamo come una maraca possa essere una bussola spirituale, come il movimento collettivo in cerchio organizza l'energia di corpi nello spazio, e come una tradizione ancestrale amazzonica-orinocense parli ancora, con urgenza, al presente. Ne parliamo con Jhon Montoya — musicista e produttore colombiano — che questo territorio lo conosce dall'interno.
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1974-2025. Il Derg prende il potere. I musicisti fuggono o vengono uccisi. I dischi vengono distrutti. La Swinging Addis muore. Poi, negli anni '90, un francese di nome Francis Falceto trova vecchi vinili in un mercato di Addis Abeba. E tutto ricomincia.
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Anni '60-'70, Addis Abeba. La generazione cresciuta con gli insegnamenti di Nalbandian esplode. Mulatu Astatke torna da Boston con il jazz. Mahmoud Ahmed canta nei nightclub. L'Etiopia inventa il suo suono. Arriva l'età dell'oro. Poi arriva la rivoluzione.
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Dal 1924 al 1950: come un armeno diventa il padre della musica etiope moderna. Nerses Nalbandian fonda la banda municipale di Addis Abeba, insegna musica ai ragazzi etiopi, scrive i primi arrangiamenti che mescolano scale modali del Caucaso e pentatoniche del Corno d'Africa.
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Prima di ogni suono, c'è il silenzio. E prima di questo silenzio, c'è spesso un urlo. 1915: genocidio armeno. 1924: quaranta orfani arrivano ad Addis Abeba. Non parlano amarico. Non conoscono le scale pentatoniche etiopi. Non sanno nulla dell'Africa. Ma hanno la memoria di melodie che non vogliono dimenticare. L'imperatore Haile Selassie li accoglie. Gli dà strumenti, divise, un futuro. E loro iniziano a suonare. Musica armena su ritmi etiopi. Scale della loro infanzia su pattern africani. Nasce qualcosa di nuovo. Qualcosa che non è né armeno né etiope. È la sintesi.
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1924, Addis Abeba. Orfani armeni scampati al genocidio fondano la prima banda musicale dell'Etiopia. Nerses Nalbandian prende un oud armeno e lo suona su ritmi africani. Nasce la Swinging Addis, uno dei momenti più creativi della musica del '900. Poi arriva la dittatura del Derg che cerca di cancellarla. Ma la musica, come sempre, sopravvive. Questa è la storia di come si evita l'estinzione attraverso la sintesi. Di come la nostalgia diventa laboratorio creativo. Di come un popolo senza patria costruisce una nuova identità mescolando scale modali armene con pentatoniche etiopi, creando qualcosa che non è né armeno né etiope, ma totalmente nuovo. Tezeta: quattro puntate tra Yerevan e Addis Abeba, tra il 1915 e oggi, per capire che la purezza è morte e la contaminazione è vita.
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In un mondo dove tutti sono creator del proprio magazine personale, la musica è l'ultima frontiera. Questa puntata presenta la visionaria e allucinata teoria di Raffaele: "Total Tail", secondo la quale, tra qualche anno, ognuno ascolterà principalmente la musica che produrrà da sé. Dalle app che rendono accessibile la produzione all'AI generativa agli "intellettuali organici", sino ai party in cui ognuno mette in coda la propria traccia. Non più pochi artisti per tutti, ma tutti artisti per sé stessi. Non è narcisismo, è antropologia.
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