Il lavoro che odi ma non lasci.
Lo dici da anni a chiunque ti ascolti, eppure domani mattina alle sette e quaranta sarai di nuovo lì. Esattamente come oggi. Esattamente come tre anni fa, quando avevi giurato che entro Natale avresti dato le dimissioni. Quel Natale è passato, e tu sei ancora lì.
Ti racconti che è questione di coraggio. È una bugia. Non sei un codardo, hai affrontato cose ben più difficili nella tua vita. Allora perché di fronte a un capo mediocre, a una scrivania che ti spegne, improvvisamente diventi un coniglio?
Perché il problema non è il coraggio. È l' identità. E nessuno te lo dice.
In questo episodio smonto, uno per uno, tutti gli alibi che ti tengono incollato a quella scrivania da anni: il mutuo, i figli, le responsabilità, il momento storico, il capo schifoso. E ti mostro la verità scomoda che si nasconde dietro: tu non resti perché sei costretto, tu resti perché senza quel lavoro non sai più chi sei. Hai costruito un' intera architettura identitaria attorno a quel ruolo, e l' idea di smontarla ti terrorizza più di qualunque lunedì.
Parliamo della dipendenza dalla sofferenza che chiami lavoro. Del rituale collettivo del lamento che ti tiene dentro la tribù. Della replica delle dinamiche familiari che il tuo ufficio mette in scena ogni giorno senza che tu te ne accorga. E delle cinquemilaquattrocento mattine di rimpianto che ti restano da qui alla pensione, se non cambi nulla.
Non ti dirò di mollare tutto. Non ti dirò di seguire il tuo cuore. Ti darò una sola indicazione operativa per i prossimi sette giorni. Una. Piccola, ma radicale.
Un episodio scomodo. Probabilmente il più scomodo che abbia registrato finora. Se ti riconosci, ascoltalo fino in fondo.
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