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Comunismo - BastaBugie.it episodes

  • Il politicamente corretto è comunismo puro
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5809

    IL POLITICAMENTE CORRETTO E' COMUNISMO PURO di Rino Cammilleri
    Continuiamo, e concludiamo, il discorso sul Politicamente Corretto, l'ultima (per ora) ideologia totalitaria con cui dobbiamo fare i conti. E sempre traendo spunto dal bel libro di Eugenio Capozzi, Politicamente Corretto. Storia di un'ideologia (Marsilio), al momento l'unico excursus storico di taglio accademico sul problema dell'ora presente.
    Alessandro Gnocchi, sul Giornale del 20 giugno u.s., ricordava che ricorre quest'anno il trentennale della caduta del comunismo (1989) e che tale ricorrenza praticamente nessuno se l'è filata. Per un paragone, il cinquantennale del Sessantotto ha ricevuto celebrazioni & rievocazioni cominciate già alla fine dell'anno precedente e continuate, sui media, anche oltre l'anno di scadenza. Perché? Il giornalista si è, tristemente, risposto: perché comandano sempre loro. Specialmente sui media. Un esempio tra i mille: l'aggressione "fascista" alle magliette amaranto del Cinema America a Roma; mentre scrivo ancora se ne parla, e su tutti i media, perfino quei pochi non di sinistra.

    IL RIVOLUZIONARIO PURO HA SEMPRE FATTO IL GIORNALISTA
    A Padova, stesso giorno, uno è stato pestato dagli "antifascisti", ma lo so solo grazie a un tweet del nostro Marco Tosatti. Il Sessantotto, in particolare in Italia, non fu affatto (io c'ero) quell'esplosione di libertà giovanile che i reduci millantano, bensì un'esplosione, sì, ma di intolleranza e di bastonate per chi non era d'accordo. Ed era tutto un ciclostile, fogli, scritte sui muri, giornali fondati inizialmente con pochi soldi, tanto chi ci scriveva lo faceva gratis. Ora, il rivoluzionario puro ha sempre fatto il giornalista, fin dai tempi di Marat, passando per Mazzini, Marx, Lenin, perfino Mussolini. Perché è un consacrato. Come il prete, che può arringare i fedeli ogni domenica. Parlare al popolo, insegnargli qual è il suo vero bene, additargli il peccato e i peccatori da cui deve guardarsi, indicargli continuamente il Regno dei Cieli. Sostituite a quest'ultimo il Sol dell'Avvenire e tutto sarà chiaro.
    Come il Regno dei Cieli, anche il Sol dell'Avvenire è ineffabile. Non si può descrivere, perciò non viene mai descritto. Come sarà non lo sanno i preti, e neanche i demagoghi. Si sa solo che sarà un paradiso, e dobbiamo fidarci della loro parola. La differenza, naturalmente, è ovvia: i credenti hanno i Santi come prova che è tutto vero; gli imboniti dai demagoghi hanno solo le chiacchiere di questi ultimi. I quali, però, hanno anche altri sistemi per mettere in riga i dubitanti. Il motto è: stai con noi con le buone o vedrai le cattive.
    Per quanto riguarda la generazione di gazzettieri sessantottardi che si era via via ingrossata fino a diventare preoccupante per il padronato (gli scioperi erano all'ordine del giorno, e le motivazioni salariali finirono con l'essere irrilevanti rispetto a temi come la guerra in Vietnam o il golpe in Cile), il padronato in questione escogitò la furbata di assumerli nei suoi giornali, così da stemperarne l'aggressività. Finì che le redazioni e perfino i vertici dei grandi media nazionali furono invasi da sessantottini. I quali oggi sono settantenni ma per niente disposti a schiodarsi. E, anche se lo facessero, ormai i segnali di pista sono i loro e non si può fare altro che seguirli (o subirli).

    IL MARXISMO È FINITO?
    Voi direte: ma il marxismo è finito, oggi c'è il Politicamente Corretto. E sbagliereste, perché il Politicamente Corretto è puro marxismo, anche se post-sovietico. Per primo se ne accorse Augusto Del Noce, ma pochi credono ai profeti, per il semplice fatto che bisogna attendere l'avverarsi della profezia; solo allora qualcuno si ricorderà, troppo tardi, che il profeta l'aveva detto.
    I più eruditi sanno che dietro al Sessantotto c'era la filosofia-sociologia della cosiddetta Scuola di Francoforte, marxista, i cui elementi più celebrati erano Adorno, Marcuse, Horkheimer. Fin dagli anni Trenta. All'avvento del nazismo emigrarono. Dove? Negli Usa, e qui, ovviamente, insegnarono nelle università.
    Infatti, si dimentica che il Sessantotto, ben prima del Maggio Francese, era scoppiato nei campus universitari americani. E oggi da dove viene il Politicamente Corretto? Sempre dalle università statunitensi, dove giunge a punte di grottesco, e di censura, che qui nella periferia dell'impero ancora non abbiamo visto (ma ce ne sono già i conati).
    La meccanica della rivoluzione è sempre la stessa, mutuata dalla dialettica hegeliana (il marxismo, lo ricordo, è hegelismo di sinistra): «dialettizzare i contrasti», aizzando («far prendere coscienza») la parte «debole». Oggi tocca a femmine contro maschi, e omo contro etero. Poiché qui non c'era il neri contro bianchi, i neri li si importa. In attesa che crescano di numero, godiamoci (si fa per dire) il Giugno Gay. Il mese è scelto per commemorare la rivolta (sempre americana) di Stonewall. Ma è anche il mese del Sacro Cuore e del Corpus Domini. Il che ci dà speranza.
    8 min
  • Il nuovo cardinale lituano confinato 10 anni in siberia durante l'occupazione sovietica
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5847

    IL NUOVO CARDINALE LITUANO CONFINATO 10 ANNI IN SIBERIA DURANTE L'OCCUPAZIONE SOVIETICA di Matteo Orlando
    Tra i 13 prelati scelti da papa Francesco come nuovi cardinali della Chiesa cattolica ha molto emozionato la testimonianza del neo cardinale Sigitas Tamkevičius contro una delle peggiori ideologie del '900: il comunismo.
    L'arcivescovo emerito di Kaunas (già titolare della diocesi dal 1996 al 2015), un gesuita lituano (il quarto cardinale di origine lituana nella storia), durante l'occupazione sovietica era un dissidente e pubblicò la Cronaca clandestina della Chiesa cattolica lituana. Per le sue attività antisovietiche fu pesantemente interrogato nella prigione del Kgb di Vilnius e fu deportato nei campi sovietici.
    In particolare il neo cardinale fu internato, per ben 10 anni, nei 'campi di lavoro' comunisti in Siberia. "Ho avuto alcuni momenti difficili in prigione, i fatti peggiori si verificavano durante gli interrogatori", ha detto Tamkevičius ai giornalisti presenti in Vaticano. "I miei interrogatori sono durati per mesi".
    Giovane sacerdote gesuita non disposto a tacere sulle ingiustizie perpetuate dal comunismo, il neo cardinale ha spiegato di aver avuto la consapevolezza dei rischi dello svolgimento del ministero sacerdotale sotto il regime sovietico, tuttavia la sua deportazione nei campi in Siberia l'aveva accolta con sorpresa: "non mi aspettavo questa notizia. Era arrivata in modo improvviso".

    LA FEDE E LA SANTA MESSA
    Il cardinale ha ricordato come sia sopravvissuto a 10 anni nella prigione sovietica grazie alla fede e alla Santa Messa. "Il sostegno centrale per me è stata la mia fede, che ho mantenuto viva pregando molto. Potevo celebrare la Messa solo in segreto. Ho celebrato l'Eucaristia regolarmente e per me è stata una grande forza in prigione". Per ottenere il pane e il vino necessari per la transustanziazione eucaristica nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo il neo porporato ha usato frammenti di pane azzimo, che riusciva a ricevere durante la prigionia, e qualche acino di uva secca dal quale ricavava il vino. Tamkevičius ha ricordato che la forza che traeva dall'Eucaristia gli ha permesso di attira l'attenzione degli altri prigionieri che gli dicevano: "è più facile per te perché hai fede, perché puoi dire Messa e questo ti rende più forte di noi".
    Il neo cardinale ha sottolineato la sua sintonia con Papa Francesco sull'importanza della dimensione del martirio, perché "se un credente non è disposto a soffrire per la sua fede, allora è un credente molto debole. La nostra Chiesa locale può dare il buon esempio a tutta la Chiesa perché durante i 50 anni di comunismo abbiamo custodito la nostra fede". Ecco perché il neo porporato ha sottolineato che la sua nomina non è un dono fatto a lui dal Papa ma un dono che il Santo Padre "ha voluto fare a tutta quella Chiesa che ha sofferto negli anni sovietici a causa del comunismo".

    MI SONO MESSO NELLE MANI DELLA VERGINE
    Tamkevičius ha sottolineato che gli anni della persecuzione durante il regime comunista e l'occupazione sovietica paradossalmente servirono a rafforzare anche le relazioni ecumeniche tra cattolici e ortodossi. "Quando eravamo nel campo di lavoro forzato sedevano allo stesso tavolo e mangiavamo dallo stesso piatto".
    "Durante i 10 anni di prigione in Siberia mi sono messo nelle mani della Vergine", ha concluso il neo cardinale. Poi, quando è ritornato dalla Siberia, "appena sceso dal treno, sono andato immediatamente alla cappella della Madonna della Porta dell'Alba a Vilnius. Lì ho celebrato la Messa, ringraziando il Signore e anche la Vergine d'essere sopravvissuto a quell'orrore".
    Il presidente lituano, l'economista Gitanas Nausėda ha affermato che Sigitas Tamkevičius è un modello di ferma determinazione e lotta per la libertà di religione. Il Presidente ha spiegato che la fedeltà del clero alla loro vocazione e la loro lotta al Comunismo continua ancora ad ispirare molti. "Attraverso l'esperienza della Chiesa 'sotterranea' il neo cardinale Tamkevičius ha dato esempi di perseveranza, spirito incrollabile e determinazione, lotta per la libertà di espressione e di religione". A parte la berretta cardinalizia, per i suoi meriti in Lituania il cardinal Tamkevičius ha già ricevuto vari riconoscimenti statali.
    Lo scorso anno, durante la visita di Papa Francesco nel paese baltico, Tamkevičius ha accompagnato il Santo Padre durante la sua visita all'ex carcere del Kgb, proprio dove l'alto prelato era stato imprigionato.
    7 min
  • Va detto che il comunismo è un regime criminale... ce lo chiede l'Europa!
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5834

    VA DETTO CHE IL COMUNISMO E' UN REGIME CRIMINALE... CE LO CHIEDE L'EUROPA! di Stefano Magni
    Il 19 settembre scorso, nella disattenzione generale dei media, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione in cui sia il nazismo che il comunismo sono ritenuti ugualmente responsabili per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. E in cui entrambi i regimi totalitari sono condannati come egualmente criminali. Dovrebbe essere una considerazione morale assodata e accettata da tutti e in effetti gli europarlamentari l'hanno votata con una maggioranza trasversale (fra cui anche gran parte degli eurodeputati del Pd, che almeno per metà è costituito dall'ex Pci). Ma, come tutti potevano scommettere, in Italia è scoppiata la polemica a sinistra sulla valutazione del passato recente, sul ruolo del comunismo nella guerra e nella liberazione.
    Se tuttora in articoli e saggi storici il Patto Ribbentrop-Molotov viene ridimensionato come "accordo tattico", voluto da Stalin e Hitler solo per prendere tempo e prepararsi alla guerra, il testo della risoluzione lo considera per quel che fu: un piano di spartizione "...dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale". Si riconosce, nero su bianco che, solo l'Europa occidentale fu liberata alla conclusione del conflitto, ricostruita e rappacificata, "... mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall'Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico". Su quella occupazione e i suoi crimini non si è mai fatta giustizia. Recita il testo della risoluzione: "Considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature".

    LE VITTIME DEI REGIMI TOTALITARI
    La risoluzione mira a promuovere "la memoria delle vittime dei regimi totalitari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo", perché "sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini". Questa memoria dovrebbe essere comunemente condivisa, anche considerando il fatto che il 24 dicembre 1989 fu lo stesso Congresso dei deputati del popolo dell'Urss a condannare la firma del Patto Ribbentrop-Molotov, dopo mezzo secolo di negazionismo. Il testo invita gli Stati membri a un'opera di riscoperta della memoria storica volta a una "valutazione chiara e fondata su principi riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista".
    Viene istituita la giornata del 23 agosto (anniversario del Ribbentrop-Molotov) come Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari. Mentre il 25 maggio diverrà Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo. Il 25 maggio 1948, infatti, veniva fucilato dal regime comunista polacco Witold Pilecki, intellettuale polacco, ufficiale di cavalleria, che nel 1940 si fece volontariamente internare ad Auschwitz per documentarne gli orrori. Nel 1943 riuscì miracolosamente a evadere. Sopravvissuto alla persecuzione nazista, rimase vittima del totalitarismo successivo, quando provò ad infiltrarsi nella Polonia comunista. E venne fucilato, appunto, dai "liberatori" nel 25 maggio del 1948. La sua incredibile vicenda, che ora sarà festa europea, è narrata in italiano ne Il volontario di Marco Patricelli.

    UN ATTO DI GIUSTIZIA
    Questa risoluzione è principalmente un atto di giustizia per i Paesi dell'Europa centro-orientale, che finora non hanno potuto partecipare, con pari dignità, alla memoria collettiva europea. Considerati "liberati" dal nazismo, al pari di tutti gli altri, nel 1945, le loro sofferenze sotto l'occupazione sovietica sono state finora snobbate.
    Eppure... la polemica è scoppiata soprattutto in Italia, dove la sinistra vive nel mito della liberazione dell'Europa ad opera del comunismo. Pietro Bartolo, eurodeputato del Pd, più noto come "il medico di Lampedusa" che soccorre gli immigrati, ha votato a favore, poi ha cambiato idea. "Ho deciso di cambiare il mio voto da positivo a contrario alla risoluzione sulla memoria europea", ha scritto senza dare troppe spiegazioni. I primi a reagire erano stati il senatore Francesco Laforgia e il deputato Luca Pastorino, entrambi di LeU, che parlano di: "pericolosa rilettura che finisce per sdoganare ideologie neo-fasciste". Giuliano Pisapia, già sindaco di Milano ed ora eurodeputato del Pd, ha scritto sulla sua pagina Facebook che in quel documento "ci sono frasi sbagliate e altre poco chiare". Massimiliano Smeriglio (Pd): "Non l'ho votato perché è un testo confuso e contraddittorio. Non l'ho votato perché non si costringe la storia dentro uno schema parlamentare al solo scopo di tirarla da tutte le parti per poi finire in uno strano ecumenismo". Pierfrancesco Majorino (Pd): "Dico che sono contro l'equiparazione banale tra comunismo e nazismo che fa piangere sul piano storico innanzitutto. E da ieri mi trovo a dover spiegare che però detesto lo stalinismo, i gulag, la repressione dell'Ungheria e compagnia terrificante. Tempi moderni".

    L'ITALIA NON È ANCORA STATA LIBERATA DAL COMUNISMO
    Le reazioni di questi politici della sinistra italiana, vanno ad aggiungersi a note ancor più dure ed editoriali di storici di professione e giornalisti. Così Emanuele Macaluso, ex direttore dell'Unità: "Quella risoluzione è semplicemente una vergogna", "i deputati europei del Pd che hanno votato a favore dovrebbero vergognarsi davvero". "Da David Sassoli mi sarei aspettato delle parole nette su quel tema e non balbettii o frasi accomodanti. Con quella Risoluzione si vuole dare un colpo alla Storia. Cancellarla. Devo ricordarlo io il ruolo che ha avuto l'esercito dell'Urss, l'Armata Rossa, nella liberazione dell'Europa da Hitler?" E infine l'Anpi, Associazione Nazionale Partigiani Italiani che esprime preoccupazione perché: "In un'unica riprovazione si accomunano oppressi ed oppressori, vittime e carnefici, invasori e liberatori, per di più ignorando lo spaventoso tributo di sangue pagato dai popoli dell'Unione Sovietica (più di 22 milioni di morti) e persino il simbolico evento della liberazione di Auschwitz da parte dell'Armata rossa. Davanti al crescente pericolo di nazifascismi, razzismi, nazionalismi, si sceglie una strada di lacerante divisione invece che di responsabile e rigorosa unità".
    Queste reazioni dimostrano solo che l'Italia non è ancora stata liberata dall'altro totalitarismo, non dalla sua memoria distorcente, non dalla sua mitologia. Non lo sarà finché i 20 milioni di morti uccisi dal regime di Stalin non avranno la stessa dignità e lo stesso diritto di essere ricordati rispetto ai 6 milioni di morti della Shoah provocati dal regime di Hitler. Eppure ora possiamo apertamente affermare che il comunismo fu un regime criminale. Ce lo chiede l'Europa.

    Nota di BastaBugie: una delle conseguenze del Patto Ribbentrop-Molotov, con cui comunisti e nazisti si spartirono la Polonia, fu lo sterminio degli ufficiali polacchi da parte dei sovietici avvenuto a Katyn. Non ci stancheremo mai di consigliare la visione del film kolossal "Katyn", il capolavoro di Andrzej Wajda.
    Per approfondimenti sul film Katyn clicca nel seguente link
    http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=19
    Ecco qui sotto il trailer di "Katyn":
    https://www.youtube.com/watch?v=IjLw9iAPyxk

    IL PATTO RIBBENTROP-MOLOTOV
    L'autore del precedente articolo, Stefano Magni, nell'articolo seguente dal titolo "Ribbentrop-Molotov, 80 anni fa i totalitarismi si unirono" spiega che Germania e Unione Sovietica si spartirono tutta l'Europa orientale e baltica. Il Patto è rimasto per molto tempo segreto. Oggi è chiaro a tutti l'intento predatorio, su scala mondiale, dei due totalitarismi: nazionalsocialismo e comunismo.
    Ecco l'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 23 agosto 2019:
    Esattamente 80 anni fa, il 23 agosto 1939, veniva firmato il Patto Ribbentrop-Molotov. Vero atto di inizio della Seconda Guerra Mondiale, l'accordo era diviso in due parti. La prima, pubblica, impegnava per 10 anni Germania e Unione Sovietica a non dichiararsi guerra. La seconda, segreta ed emersa solo dopo la Perestrojka di Gorbachev, era un piano di spartizione di tutta l'Europa orientale e baltica da parte delle due potenze continentali. A quasi un secolo di distanza, quel Patto fra i due regimi totalitari europei è ancora una lezione molto amara, perché smaschera la vera natura dei regimi totalitari e ci ricorda quanto sia stata distorta, nei decenni successivi, la memoria collettiva sulla guerra mondiale.
    Il Patto ebbe come prima conseguenza la condanna della Polonia. Invasa a Ovest dalla Germania nazista dal 1 settembre e da Est dall'Urss (17 settembre) non ebbe più modo di difendersi. Le successive tre vittime del Patto furono le repubbliche di Lituania, Lettonia ed Estonia. La prima avrebbe dovuto essere annessa alla Germania, ma dopo l'invasione della Polonia gli accordi segreti vennero rivisti e, in cambio di un finanziamento, venne letteralmente venduta da Hitler all'Urss. Le tre piccole repubbliche del Baltico furono di fatto costrette a firmare trattati di "cooperazione" con l'Urss che vi installò basi militari. Nel giugno del 1940, mentre Hitler invadeva la Francia, quei trattati si trasformarono in un'annessione all'Urss. Poi fu il turno della Finlandia.
    16 min
  • Nei gulag nordcoreani 50 mila cristiani
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5806

    NEI GULAG NORDCOREANI 50 MILA CRISTIANI di Leone Grotti
    «Quest'anno la persecuzione religiosa in Corea del Nord è aumentata. Sembra che sia in atto una massiccia campagna di ricerca per scovare i cristiani». È quanto dichiarato da Lee (il nome è omesso per motivi di sicurezza), fuggito dalla Corea del Nord e oggi impegnato nella missione tra i nordcoreani, al sito specializzato Daily Nk.
    L'ultimo caso di cui è venuto a conoscenza è quello di «una famiglia cristiana arrestata a Hyesan, nella provincia di Ryanggang, dopo essersi convertita. La madre è sparita e nessuno sa cosa le sia successo, mentre i due figli e la nipote sono stati rilasciati dopo aver pagato 5.000 dollari di multa».

    PERSECUZIONE IN AUMENTO: ALMENO 50 MILA CRISTIANI NEI GULAG
    Nonostante il padre della patria e "presidente eterno" della Corea del Nord, Kim Il-sung, fosse stato battezzato ed educato come cristiano, la persecuzione religiosa è stata messa in atto dal suo regime totalitario fin dal 1948. Ogni culto, specie quello cristiano, è vietato da allora ma secondo stime credibili nel paese vivono ancora circa 400 mila cristiani.
    Tutti tengono la loro fede nascosta, salvo qualche eroico caso di esplicita testimonianza, dal momento che basta possedere una Bibbia o essere scoperti a pregare per rischiare l'esecuzione pubblica o la condanna a un campo di lavoro. Gli Stati Uniti sanzionano Pyongyang per violazione della libertà religiosa da 18 anni di fila, ma la situazione è peggiorata negli ultimi otto anni, da quando cioè Kim Jong-un ha preso il potere in seguito alla morte improvvisa del padre Jong-il.
    Come dichiarato ancora da Lee, «soprattutto quest'anno vengo informato più spesso di cristiani arrestati e detenuti. Le autorità stanno conducendo incursioni a sorpresa nelle case dei cristiani e sembrano avere informazioni molto dettagliate su di loro».
    Anche i controlli in Cina sono aumentati. Nelle province cinesi più vicine al confine, infatti, operano molti missionari cattolici e chiese protestanti, che offrono riparo a disertori e perseguitati nel tentativo di aiutarli a fuggire principalmente in Corea del Sud.

    SI PREGA IN CODA AI BAGNI
    Negli ultimi due anni gli omicidi e le estradizioni di missionari, insieme alle deportazioni in Corea del Nord dei disertori, sono aumentati a dismisura. Avere una religione diversa dal culto di Kim Il-sung è un crimine politico e migliaia di persone vengono spedite nei famigerati gulag nordcoreani.
    Secondo un'indagine della Commissione sulla libertà religiosa internazionale del dipartimento di Stato americano, si trovano attualmente nei gulag tra i 50 mila e i 70 mila cristiani.
    Nonostante la persecuzione, le comunità cristiane crescono e secondo quanto dichiarato a Daily Nk da una seconda disertrice - scappata, rimpatriata, rinchiusa in un gulag e poi scappata di nuovo - anche nei campi di lavoro aumentano le attività missionarie e gli incontri di preghiera: «Mentre ero rinchiusa nel campo di lavoro, sono rimasta sorpresa dallo scoprire che c'erano molti cristiani. Sono rimasta profondamente commossa dalle preghiere che pronunciavamo insieme in silenzio. Alle cinque del mattino si formano lunghe code ai bagni. Lì i cristiani, mentre sono in fila, pregano. Se le persecuzioni religiose stanno diventando più dure, sempre più persone si rafforzano nella fede. Il miracolo della condivisione del Vangelo avviene anche in questo momento in posti infernali come i campi di lavoro nordcoreani».

    Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo seguente dal titolo "Viaggio in Africa dove i cristiani restano nel mirino degli integralisti" parla della drammatica situazione dei cristiani in Uganda, Eritrea e gli altri Paesi dell'immenso continente. Con un'Europa e un Medio Oriente svuotato di fedeli i jihadisti si stanno concentrando sulla pulizia religiosa in Africa.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su Il Giornale il 9 agosto 2019:
    Il Pew Research Center ha previsto che i cristiani dell'Africa sub sahariana nel 2050 saranno il 38% della popolazione, rispetto al 24% del 2010. Ecco l'Africa, oggi: la casa per il maggior numero di cristiani al mondo. Motivo per cui i jihadisti hanno intrapreso e recentemente accelerato una strenua e attenta pulizia religiosa.
    Tra i 50 paesi classificati nella World Watch List 2019, 14 (quasi un terzo) si trovano nell'Africa sub-sahariana. Solo nel mese di giugno, in Uganda, una scuola elementare cristiana è stata distrutta in un villaggio musulmano. Prima alcune minacce e poi la demolizione radicale della scuola per figli di convertiti dall'islam al cristianesimo.
    Intorno al 27 giugno in Burkina Faso l'ennesimo attacco jihadista. I musulmani sono andati, casa per casa, armati di machete e fucili, nel villaggio di Bani, e tra la morte e l'islam hanno imposto ai cristiani di scegliere.
    In Burkina Faso i cristiani vivono ormai un vero e proprio inferno: decine le vittime della persecuzione islamica solo nelle ultime settimane che hanno visto un susseguirsi terribile di attentati. «Se non si interverrà, il risultato sarà l'eliminazione della presenza cristiana in quest'area».
    Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, dall'inizio dell'anno i jihadisti hanno costretto 136 mila persone alla fuga. E sarebbero circa 82 i pastori costretti alla fuga. Nella terza più grande città del Niger, Maradi, è stata data alle fiamme una chiesa. Pare come protesta in seguito all'arresto di un imam di spicco. Erano in 150 i musulmani che hanno commesso l'attentato.
    La situazione nel resto dell'Africa non è migliore. In Libia i convertiti al cristianesimo affrontano abusi e violenze continue. In Somalia, dove la comunità cristiana raggiunge solo le poche centinaia, c'è per loro solo una vita di violenza e isolamento. In Sudan i cristiani sono quasi 2 milioni. E sono costretti a convivere con le pressioni e le discriminazioni tipiche di un Paese governato come uno stato islamico.
    Non solo quindi i diritti limitati, ma anche i luoghi di culto demoliti. In Etiopia le chiese sono prese di mira al grido di «Allah Akbar».
    L'Eritrea, che è stata battezzata come la «Corea del Nord Africa», conta circa 2,5 milioni di cristiani. E molti riempiono le prigioni in condizioni disumane. Quelli che restano, s'incontrano in segreto avendo il governo approvato una legge che chiude le chiese.
    La palma come Paese peggiore per i cristiani, continua a detenerla la Nigeria. Là, la comunità di fedeli non conosce tregua. Mentre in Egitto le severe restrizioni sulla costruzione e l'agibilità delle chiese, impediscono ai cristiani di riunirsi.
    Nella Repubblica Centrafricana, la religione principale è il cristianesimo. La popolazione cristiana raggiunge quasi la cifra dei 3.950.000 con 1.260.000 di cattolici. Eppure i cristiani sono comunque oggetto di una persecuzione sempre più violenta negli ultimi anni: intrappolati come sono nel violento conflitto tra Seleka un'alleanza di gruppi musulmani miliziani e gli anti-balaka gruppi cristiani di autodifesa.
    È in Algeria il numero più alto di chiese chiuse nell'ultimo anno. Nel Paese le leggi che regolano il culto non musulmano vietano la conversione e proibiscono il proselitismo oltre all'espressione pubblica della fede cristiana.
    In Kenya, dove il cristianesimo è la religione principale, i politici musulmani, su ispirazione dei radicali islamici somali, hanno deciso di eliminare il cristianesimo come recita il rapporto Open Doors 2019 ,«i funzionari spesso chiedono alle chiese di fare cose che non sono in linea con la loro fede, mentre i militanti eseguono brutalmente attacchi suicidi contro chiunque è considerato nemico dell'islam. E grazie alla corruzione nelle agenzie governative, quanti operano contro i cristiani, godono di impunità».
    In Marocco il cristianesimo è perseguitato da stato e società. Ci sono restrizioni ovunque, restrizioni all'evangelizzazione e persino la confisca di materiale cristiano in lingua araba. In Niger, Ciad e Camerun, gli attentati terroristici hanno provocato una drammatica crisi di rifugiati. In Ruanda, invece, centinaia di chiese vengono chiuse «per inquinamento acustico».
    Giulio Meotti di recente ha raccontato del messaggio che Boko Haram sta consegnando ai cristiani di Diffa, «hai tre giorni per andare via o sarai ucciso». E da quelle parti l'emorragia è evidente. A Dablo è abbastanza fresca la notizia di sei cattolici uccisi in chiesa. Mentre a Silgadji è stato ucciso un pastore e le processioni cattoliche sono ostaggio di islamici.
    Il rapporto pubblicato ad aprile 2019 nel Regno Unito, commissionato dal ministro degli Esteri Jeremy Hunt e diretto dal vescovo di Truro, presenta i cristiani come il gruppo più perseguitato al mondo.
    Una persecuzione che non riguarda l'etnia, la razza o il colore della pelle né degli autori né delle vittime, ma la sola religione. Perché in Africa, vari gruppi e individui islamici stanno attaccando e tentando di annientare i cristiani solo perché credono in Cristo.
    Il rapporto inglese e i fatti di cronaca denunciano uno stato delle cose che, se non fermato, trasformerà il continente africano in un posto simile al Medio Oriente: dove da terra a maggioranza cristiana, si è arrivati a una minoranza indifesa e agonizzante.
    12 min
  • La Cina rimuove Dio dai libri per bambini
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5772

    LA CINA RIMUOVE DIO DAI LIBRI PER BAMBINI di Leone Grotti
    La paranoia del regime comunista cinese nei confronti della religione non conosce limiti. Il partito guidato da Xi Jinping vuole a tutti i costi eliminare Dio dalla società e comincia dalla scuola. Nulla sfugge alla censura e al revisionismo ateo, neanche i grandi classici della letteratura, come spiegato ieri dal quotidiano giapponese Asahi Shimbun.
    Il partito comunista ha ordinato che ogni riferimento a "Dio" e alla "Bibbia" deve essere cancellato. Così l'Editrice per l'educazione del popolo, che ha dato alle stampe un libro di testo per i bambini di quinta elementare, ha deciso di sostituire alcune pericolose parole dai riassunti tradotti dei grandi classici occidentali.
    PICCOLA FIAMMIFERAIA E ROBINSON CRUSOE
    A essere manipolata è ad esempio La piccola fiammiferaia, inserita nel sussidiario allo scopo di «comprendere le altre culture». Nella storia scritta da Hans Christian Andersen, alla bambina appare in una visione la nonna morta, che le dice: «Quando cade una stella, un'anima va a stare con Dio». Nella versione cinese, invece, la nonna dice: «Quando cade una stella, una persona lascia questo mondo».
    Nel classico La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe, Daniel Defoe fa naufragare il suo protagonista su un'isola sperduta. Da ciò che resta della sua nave, Crusoe recupera tre copie della Bibbia, ma la versione rivista dal partito comunista sostituisce il testo sacro con la dicitura «pochi libri». Come sia possibile comprendere la storia, e quindi la «cultura straniera», senza accennare al tentativo di Crusoe di convertire Venerdì alla fede cristiana, è un mistero.
    TERRORE DELLA RELIGIONE
    Almeno una decina di modifiche sono state fatte invece a Vanka di Anton Chekhov, da dove sono stati rimossi tutti i riferimenti alla preghiera in chiesa al pari della parola "Cristo".
    Come riportato da AsiaNews, che ha ripreso la notizia, «queste operazioni rispondono alle direttive lanciate dal presidente Xi Jinping fin dal 2015, secondo cui le religioni, per vivere in Cina, devono "sinicizzarsi", assimilarsi alla cultura cinese e sottomettersi al Partito comunista. Secondo osservatori, la campagna contro il cristianesimo, è dovuta al timore che la Cina diventi il Paese "più cristiano al mondo" entro il 2030, come prevedono alcuni sociologi (Fenggang Yang). Allo stesso tempo, è un modo per proteggersi da idee quali democrazia, diritti umani, giustizia, stato di diritto».

    Nota di BastaBugie: Caterina Giojelli nell'articolo seguente dal titolo "Il regime augura gloria eterna al Macellaio di Pechino" informa che il 22 luglio è morto Li Peng l'ex primo ministro che ordinò il massacro di piazza Tienanmen. Diecimila morti nella narrazione del partito diventano misure decisive per il futuro del paese. Mah!
    Ecco l'articolo completo pubblicato su Tempi il 24 luglio 2019:
    «Li Peng, ex presidente del Comitato permanente del National People's Congress (Npc), è deceduto per malattia a Pechino all'età di 91 anni alle 23.11 di lunedì»: così l'agenzia di stampa Xinhua ha dato notizia il 23 luglio della morte del "Macellaio di Pechino", ex primo ministro in carica durante le proteste di piazza Tienanmen.
    Xinhua pubblica un ritratto in cui si afferma che Li, con il «compagno Deng Xiaoping», «adottò misure decisive per fermare i disordini e reprimere le rivolte contro-rivoluzionarie: ha stabilizzato la situazione interna e ha svolto un ruolo importante in questa grande lotta riguardante il futuro del partito e del Paese». In realtà tutti sanno come reagì il partito sotto la pressione di Li Peng (che 91 anni li avrebbe compiuti in ottobre) e del compagno Deng Xiaoping: tra il 3 e il 4 giugno 1989 almeno diecimila cinesi vennero massacrati dai carri armati nelle strade adiacenti a piazza Tienanmen. Quella notte il primo ministro e il leader de facto del Dragone ordinarono ai soldati di far rispettare la legge marziale e di annientare la protesta di centinaia di migliaia di studenti che si erano assiepati sotto il grande ritratto di Mao Zedong per chiedere più libertà di stampa, democrazia e meno corruzione.
    Ci vollero tre giorni per lavare il sangue dalle strade. Al termine dei quali il portavoce del Consiglio di Stato cinese, Yuan Mu, dichiarò a un'emittente americana: «Non è morto nessuno. Neanche uno studente è stato schiacciato dai carri armati». Un anno e mezzo fa, il governo britannico ha declassificato un documento inviato dall'allora ambasciatore inglese in Cina, Sir Alan Donald, che parla di «minimo 10.000 morti». Tempi lo ha tradotto e pubblicato qui. La fonte? Lo stesso Consiglio di Stato cinese presieduto dall'allora primo ministro Li Peng che il 20 maggio 1989 dichiarò la legge marziale.
    Sono passati 30 anni da quel 4 giugno 1989, dai carri armati lanciati sui civili «a 65 chilometri orari», i sopravvissuti falciati «con le mitragliatrici già appostate», i colpi dei cecchini del 27esimo («l'armata più affidabile e ubbidiente») che utilizzavano «proiettili a espansione». Da sempre i protagonisti di quegli eventi drammatici hanno atteso una pubblica ammenda, come Jiang Lin, colonnello dell'Esercito popolare di liberazione che invece di partecipare al massacro documentò l'offensiva dei cingolati e i cadaveri ammazzati nelle pozze di sangue. Jiang ha deciso di raccontare ciò che ha visto al New York Times e di rivolgere un appello pubblico al partito comunista perché ammetta le sue terribili colpe, «la brutalità di quella notte mi ha scioccata. La visione era insopportabile: come se stessero violentando mia mamma. Una follia». O come Zhou Fengsuo, leader degli studenti, dichiarato dopo il massacro nemico pubblico numero 5 dal regime. O Albert Ho Chun-yan, attivista e politico che a Hong Kong ha fondato il Museo del 4 giugno, l'unico luogo sotto il controllo della Cina dove si può conoscere la verità su Tienanmen senza essere arrestati.
    Perché ancora oggi il regime nega il massacro, impedisce al suo popolo di conoscere la verità, censura internet e i libri di storia, arresta gli attivisti che chiedono al governo di riconoscere le sue colpe e vieta alle famiglie di commemorare e piangere le vittime. Ancora oggi l'esecutivo guidato da Xi Jinping augura «Gloria eterna al compagno Li Peng!». Non una parola su cosa accadde la notte del 4 giugno 1989 che gli valse l'appellativo di "Macellaio di Pechino".
    11 min
  • Morto il braccio destro di Pol Pot
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5766

    MORTO IL BRACCIO DESTRO DI POL POT di Stefano Magni
    Si è spento all'età di 93 anni Nuon Chea. Un nome che può dir poco alla maggioranza dei cittadini del mondo in questo 2019, ma che è quello di uno dei più sanguinari ideologi del Novecento. Nuon Chea era infatti il presidente dell'Assemblea rappresentativa del popolo, nonché vice-segretario del Partito Comunista cambogiano: era il "fratello numero 2" del regime dei Khmer Rossi, secondo solo al dittatore Pol Pot. Si dice che sia stato soprattutto lui l'ispiratore, l'ideologo del regime che assassinò due milioni di persone in meno di quattro anni, un quarto dell'intera popolazione cambogiana di allora.
    Nuon Chea era nome di battaglia di Lau Kim Lorn, nato da famiglia abbiente di origine cinese, al confine con la Tailandia. Dopo aver studiato a Bangkok, militò prima nel Partito Comunista tailandese, poi alla guerriglia cambogiana, quando tutto il Sudest asiatico (gli attuali Vietnam, Laos e Cambogia) era ancora una colonia francese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e dopo la sua militanza nell'insurrezione anti-francese, partecipò da subito, assieme a Pol Pot, alla formazione del Partito Comunista cambogiano. Quando i Khmer Rossi, cioè i comunisti cambogiani filo-maoisti, presero il potere alla fine di aprile del 1975, Nuon Chea si ritrovò ai vertici del nuovo regime. Per quei 4 anni al potere, dal 1975 all'inizio del 1979, il tribunale internazionale della Cambogia lo ha condannato all'ergastolo nel 2014 per crimini contro l'umanità, poi nel 2018 anche per genocidio (per lo sterminio sistematico delle etnie vietnamite e cham in Cambogia). È stato condannato anche per altri reati, quali: riduzione in schiavitù (nei campi di lavoro e "rieducazione"), matrimoni forzati e violenze sessuali sistematiche.
    SOMIGLIANZE CON LA VIOLENZA DELL'ISIS
    Il crimine cambogiano, uno dei peggiori nel "secolo crudele", per ferocia e intensità, può essere considerato come un'aberrazione del comunismo o come una sua applicazione coerente? La domanda è d'obbligo nel giorno in cui muore il suo ideologo. L'opinione pubblica negli ultimi anni è rimasta sconvolta dalle notizie che riguardano la violenza dell'Isis e soprattutto è rimasta sbalordita per le regole di vita incredibilmente rigide imposte alla popolazione nei territori da esso controllati: divieto di cantare e di suonare, divieto di usare matite e pastelli colorati, divieto di bere il caffè o di fumare alla finestra potevano costare frustate o pene carcerarie severissime. Tutte le regole imposte dall'Isis nel nome della sharia erano già state imposte dai Khmer Rossi al popolo cambogiano nel nome dell'ateismo. Non si poteva scambiare neppure uno sguardo con la moglie, tantomeno tenerla per mano o dirle parole dolci (per un "cara" detto alla moglie, il medico e attivista cambogiano Haing Ngor venne torturato). Le religioni erano completamente bandite. I buddisti, che costituivano il 90% della popolazione, vennero sistematicamente "rieducati", i loro monaci sterminati. L'islam della minoranza Cham venne liquidato con metodi genocidi. La minoranza cristiana venne bandita e sradicata. Tutte le chiese furono rase al suolo, il materiale ricavato venne usato per altre costruzioni.
    Non si poteva vivere in città: tutti i residenti cittadini vennero deportati in massa nei primi giorni del nuovo regime, inclusi malati, anziani, moribondi e bambini appena nati. Morirono a centinaia di migliaia, solo in quei primi giorni. Non si potevano parlare lingue straniere. Non si dovevano avere contatti con l'estero. Le minoranze etniche erano automaticamente considerate "nemiche" perché rappresentavano popolazioni straniere.
    COMUNISMO PURO
    Non si poteva neppure portare gli occhiali: ogni segno di "decadenza borghese" era punito dai capi locali, anche con la morte se lo ritenevano necessario. La proprietà privata era abolita completamente. Non solo i pasti si dovevano consumare in comune, ma si doveva dormire in spazi comuni nelle comunità agricole fondate dal regime per creare l'uomo nuovo contadino cambogiano, "libero" da tutti i vizi cittadini. Si moriva di fame, perché il sistema di redistribuzione applicato a qualunque genere di prima necessità era insostenibile, ma chi rubava dai catasti era punito con la morte. I sentimenti personali erano vietati, come dimostra il caso di Haing Ngor, ma anche la stessa famiglia era di fatto abolita. Era il regime che decideva al posto della persona chi sposare, i figli erano affidati all'educazione collettiva, separati dai genitori fin dai primi anni di vita. L'amore più grande doveva sempre essere rivolto al Partito, che rappresentava la collettività.
    Questa società non è l'aberrazione del comunismo: è comunismo puro. È l'utopia di Marx, applicata alla lettera dall'ideologo Nuon Chea e da Pol Pot, oltre che dai loro numerosi esecutori, senza gradualismo, senza passaggi intermedi. Senza, dunque, quella tappa storica chiamata "socialismo reale" che nell'Urss aveva portato alla burocratizzazione del regime e che anche in Cina, secondo il punto di vista dei Khmer Rossi, stava rallentando troppo la realizzazione della società comunista.
    8 min
  • Il fallimento dell'accordo Cina-Vaticano
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5717

    IL FALLIMENTO DELL'ACCORDO CINA-VATICANO di Bernardo Cervellera
    Mentre si diffondono notizie entusiaste sulla "prima volta" di una mostra dei Musei Vaticani a Pechino (fino al 7 luglio), o sulla "prima volta" di una conferenza su papa Francesco all'università di Pechino, ad AsiaNews giungono notizie di un soffocamento lento e inesorabile della Chiesa cinese, sia ufficiale che sotterranea. Il nucleo di questo soffocamento è il termine "indipendenza" a cui vescovi e preti ufficiali devono sottostare e a cui devono aderire anche i non ufficiali, se vogliono esercitare il loro ministero.
    Per il governo cinese, "indipendenza" implica il rifiuto dell'influenza di "potenze straniere", compresa la Santa Sede (o come loro dicono: il Vaticano) e la sottomissione ai regolamenti statali sulle attività religiose, anche se questi danno ordini contrari al Vangelo. In questo modo, sacerdoti e vescovi, ufficiali o sotterranei, vengono ad essere isolati dalla Chiesa cattolica universale e incatenati al carro del Partito, che pur elargendo una minima libertà di culto (controllata!), toglie loro ogni slancio di evangelizzazione.
    L'esempio viene da un documento giuntoci dal Fujian, dal titolo "Lettera di impegno per i responsabili dei luoghi di culto e per le persone consacrate". Se si firma questo documento, il sacerdote potrà essere parroco ed esercitare il suo ministero, nei limiti previsti, altrimenti rimarrà disoccupato e potrà essere rispedito a casa sua. Lo stesso per le suore, le "persone consacrate" (in Cina il governo non permette la vita religiosa maschile).
    LIBERTÀ NEGATA
    Fra le cose che fanno più impressione vi sono:
    1.L'aderire al fatto che si deve "proibire l'ingresso nella Chiesa ai minorenni", o "non organizzare corsi di formazioni per i minorenni". Come la coscienza di un parroco possa ubbidire a tale ordine è un mistero. Nel Vangelo Gesù dice ai suoi discepoli "Lasciate che i bambini vengano a me" (Matteo 19,14). Inoltre, quell'ordine è contrario anche alla costituzione cinese che garantisce la libertà religiosa senza porre alcun limite di età.
    2.In nome dell'indipendenza, "boicottare consapevolmente gli interventi degli stranieri; non contattare potenze straniere, non accogliere gli stranieri, non accettare interviste, formazioni o invito di convegni all'estero". In pratica: rimanere isolati e non condividere la fede con altri cattolici sparsi nel mondo. Anche questo contravviene alle Convenzioni Onu in materia di libertà religiosa e diritti civili, che pure Pechino ha firmato il 5 ottobre 1998, ma che non ha mai ratificato.
    3.Una serie di limiti all'evangelizzazione: non si può cantare senza permesso; non si possono esporre - a casa propria! - "manifesti e insegne" a "fini evangelici"; non si possono postare online argomenti religiosi...
    ESSERE RICONOSCIUTO, SIGNIFICA FAR MORIRE LA CHIESA
    Quanto avviene nel Fujan, succede anche nell'Henan, nell'Hubei, nel Zhejiang. È proprio a causa di questa pressione sulla "indipendenza" - che è annientamento sotto il controllo dell'Associazione patriottica - che mons. Guo Xijin, vescovo ausiliare di Mindong, ha ritirato la sua domanda di riconoscimento dal governo: essere riconosciuto, significa far morire la Chiesa.
    Tutto ciò avviene mentre in Italia e in Cina si applaude all'accordo fra Cina e Vaticano, che sembra conquistare nuovi spazi. Il "Global Times" (19/06/2019), giornale legato all'organo ufficiale del Partito comunista cinese, esalta che per la "prima volta", i Musei Vaticani abbiano esposto degli oggetti in una mostra a Pechino, che dura fino al 7 luglio. Per "la prima volta", si è tenuta una conferenza "su papa Francesco e la sua visione" all'università di Pechino, seguita da 40 persone, a cura del gesuita Benoit Vermander; per "la prima volta" all'Accademia delle scienze sociali della capitale cinese si è tenuta una conferenza su "Crescere in amicizia - Una prospettiva sulle relazioni Sino-Vaticane", a cura di Antonio Spadaro, gesuita, direttore della "Civiltà cattolica".
    L'impressione è che per la Cina i rapporti col Vaticano e il controllo della Chiesa vadano su due piste parallele: una non interroga l'altra. È possibile applaudire "all'amicizia con papa Francesco" e nello stesso tempo soffocare e eliminare la Chiesa locale, "indipendente" dal Vaticano, ma preda morente dei regolamenti cinesi.
    Nota di BastaBugie: riportiamo qui sotto la traduzione integrale del documento del Fujian (traduzione a cura di AsiaNews).
    LETTERA DI IMPEGNO PER I RESPONSABILI DEI LUOGHI DI CULTO E PER LE PERSONE CONSACRATE
    Secondo i "Regolamenti per gli affari religiosi" e altre leggi relative, la "Lista delle responsabilità ricoperte dai responsabili del Comitato Amministrativo dei luoghi religiosi e dalle persone consacrate" e la "Lista negativa dei responsabili del Comitato Amministrativo dei luoghi religiosi e le persone consacrate», in qualità di responsabile (persone consacrate) di .........., prometto di impegnarmi:
    1. amare la Patria e amare la religione, studiare e seguire consapevolmente le politiche sugli affari religiosi del Partito e le leggi e i regolamenti dello Stato, svolgere consapevolmente le attività secondo le leggi e regolamenti, proibire l'ingresso nella Chiesa ai minorenni.
    2. In nome dell'indipendenza, autonomia e autogestione, boicottare consapevolmente gli interventi degli stranieri; non contattare le potenze straniere, non accogliere gli stranieri, non accettare nessun delega dalle comunità o istituzioni religiose straniere, non accettare interviste, formazioni o invito di convegni all'estero, non violare i regolamenti dello stato accettando le donazioni nazionali e internazionali.
    3. Non commercializzare e né distribuire gli stampati religiosi senza codice seriale.
    4. Accettare consapevolmente l'ispezione e il controllo dei superiori e pubblicare consapevolmente i bilanci mensili.
    5. Insistere sulla sinicizzazione, praticare consapevolmente i valori fondamentali del socialismo; rispettare le culture e le tradizioni locali, promuovere le culture e tradizioni nazionali, non diffondere le ideologie che sostengono l'estremismo, non finanziare le attività degli estremisti.
    6. Non organizzare corsi di formazioni per i minorenni, non svolgere le attività religiose online, promuovendo le vocazioni o inoltrando i contenuti che violano le leggi.
    7. Non intervenire nell'amministrazione degli affari del villaggio né politici, non intervenire nella vita privata e personale del popolo.
    8. In assenza di permessi, le comunità come il gruppo pastorale, il coro e la band non possono tenere gli eventi pubblici, né possono, con il pretesto di visitare i malati, evangelizzare in luoghi pubblici come ospedale.
    9. Non affiggere manifesti e insegne nell'esterno e nei tetti a fini evangelici.
    10. Non installare gli altoparlanti all'esterno, e quelli interni non devono a loro disturbare gli abitanti, in caso di violazione, accettare volontariamente le sanzioni da parte dell'Ufficio per gli affari religiosi.
    10 min
  • Il ritorno del sessantotto... anzi, per la verità, non se n'era mai andato
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5699

    IL RITORNO DEL SESSANTOTTO... ANZI, PER LA VERITA', NON SE N'ERA MAI ANDATO di Marcello Veneziani
    Femministe sul piede di guerra, dichiarazioni d'odio e disprezzo verso le famiglie anzi verso Dio, patria e famiglia, campagne d'odio contro carabinieri e poliziotti, lotte per l'aborto, il sesso libero e la droga legalizzata, rivolte planetarie contro i potenti della terra, contro il modello di sviluppo e scoperta dell'ecologia e dell'ambiente devastato, campagne contro le discriminazioni omosessuali e razziali, dichiarazioni d'amore per il terzo mondo, i neri, i "dannati della terra", porte aperte a tutti, società sconfinata, abbasso i muri e i freni, indulgenti con i trasgressori, intolleranti coi conservatori, accuse di fascismo a chiunque non sia dalla loro parte, anzi, elevazione del fascismo a categoria metastorica, pacifismo libertario, ma a chi non concorda tappiamogli la bocca...
    UN FILM GIÀ VISTO
    Ma questo film l'avevamo già visto, ricordo le sequenze. Tanto tempo fa. Eravamo adolescenti, ma io me li ricordo quegli slogan, quelle facce, quei cortei, quei cartelli, quei manifesti, quelle campagne... Ma si, certo. Eravamo nel '68 e paraggi. A giudicare la triplice mobilitazione dei nostri giorni contro i potenti della terra, contro i difensori della famiglia e contro i difensori dei confini, degli stati e delle nazioni, in favore degli sbarchi, mi accorgo che il filo conduttore è rimasto quello lì. I circoli viziosi della storia. Gira e rigira e siamo tornati a cinquant'anni fa, al tempo del bianco e nero. E infatti non c'è via di mezzo, non c'è sfumatura di colore, c'è una radicalizzazione tra quelli e questi, tra maggioranze silenziose e minoranze fragorose. C'è una separazione etnica tra i due mondi. Certo, nel frattempo la mentalità sessantottina è andata al potere, si è fatta Zeitgeist, Spirito del Tempo, domina le agenzie di comunicazione e di orientamento, controlla i due terzi del personale docente, gran parte del ceto intellettuale, la comunicazione. Nel frattempo, i sessantottini sono diventati sessantottenni, detengono largamente il potere mediatico, culturale, giudiziario. Gli estremisti dirigono i centri sociali, lavorano per le Ong. I comunisti si comprano bambini da uteri in affitto, abbandonano gli operai per sposare la causa gay-trans. Le femministe d'assalto sono diventate Vestali attempate, con le borse sotto gli occhi o il botulino sulle labbra, vegliano sull'ordinamento giuridico e biopolitico uscito da quel clima, da quell'epoca, e mordono se qualcuno osa rimettere in discussione i loro dogmi a norma di legge. Giù le mani, giù le mani...
    DA RIBELLI A GENTE DI POTERE, MA L'IDEOLOGIA È LA STESSA
    Insomma, il tempo è passato, le posizioni sono cambiate, da ribelli sono diventati gente di potere, i radical choc si sono fatti radical chic, ma il contenuto è rimasto lo stesso. È la sola tradizione riconosciuta in Italia, il Sessantotto, la sola ideologia che ha libero corso e valore legale, il solo passato che ha valore nei curriculum. Vi partecipano eredi consapevoli e inconsapevoli. Tra i primi la vecchia guardia della sinistra di lotta e da passeggio, più la generazione che ne segue le orme, di cui l'esempio più grottesco sono gli antifascisti in assenza di fascismo, le Anpi formate da post-partigiani usciti da fecondazioni artificiali della storia, uteri in affitto della storia, che ignorano tutto, eccetto l'eternità dello odio manicheo.
    Tra i secondi, ci sono gli ignoranti enciclopedici del grillismo, quelli che si lanciano dalla piattaforma Rousseau, altro mito tardo-sessantottino, passato dalla natura al web. [...]
    Rieccolo, il 68. Non è tornato, non se n'era mai andato, solo che ora esce allo scoperto e si sente nuovo, mentre si avverte che è rancido, inacidito, invecchiato male e andato a male.
    Il '68 riciccia nella retorica dei diritti separati dai doveri e associati ai desideri, nella convinzione cosmica che l'uomo sia ciò che vuole essere e non ciò che è, nella certezza che chiunque decida di lasciare una terra, una famiglia, una responsabilità ha il diritto di farlo perché "lo sente" e gli altri hanno l'obbligo d'accoglierlo, a prescindere e di caricarsi degli effetti della sua scelta. Totale disprezzo dei meriti, delle responsabilità, delle capacità, primato delle intenzioni sui fatti, e per finire una bella spanzata di umanitarismo come lavatrice della propria coscienza. Rieccola, l'utopia di un mondo migliore, genere Imagine di John Lennon, un mondo fratelloso e ripulito, senza barriere, senza identità. Ecco, stiamo ancora lì. Siamo al modernariato sessantottino, al vintage degli anni Sessanta, con balcone sugli anni di piombo e affaccio sulle prove tecniche di guerra civile, ma pacifica, per carità. Abbasso la tolleranza repressiva dei gendarmi di ieri e dei salvini di oggi, viva l'intolleranza permissiva: tutto è permesso ma guai a chi dissente.
    7 min
  • Massacro di Tienanmen: dopo 30 anni si scopre che i morti furono oltre 10.000
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5681

    MASSACRO DI TIENANMEN: DOPO 30 ANNI SI SCOPRE CHE I MORTI FURONO OLTRE 10.000 di Alan Donald
    Il 4 giugno ricorre il 30esimo anniversario del massacro di Piazza Tienanmen. Il numero degli studenti inermi uccisi dall'esercito inviato dal regime comunista nelle strade di Pechino non è mai stato quantificato con esattezza. Il 6 giugno 1989 il portavoce del Consiglio di Stato cinese, Yuan Mu, parlò di «300 morti e 2.000 feriti». Il 17 giugno, undici giorni dopo, lo stesso Yuan dichiarò a un'emittente americana: «Non è morto nessuno. Neanche uno studente è stato schiacciato dai carri armati». La Società della croce rossa cinese, al contrario, stimò «2.600-3.000 morti». Un anno e mezzo fa, il governo britannico ha declassificato un documento inviato dall'allora ambasciatore inglese in Cina, Sir Alan Donald, che parla di «minimo 10.000 morti». La fonte del documento è lo stesso Consiglio di Stato cinese presieduto dall'allora primo ministro Li Peng, che il 20 maggio 1989 dichiarò la legge marziale, che portò al massacro pochi giorni dopo. Il documento racconta nel dettaglio come sono stati uccisi in modo barbaro i civili. Riportiamo di seguito una nostra traduzione.
    I PRIMITIVI DEL 27ESIMO
    Fatto. Ad aver commesso le atrocità a Pechino è il 27esimo gruppo di armata, composto da truppe provenienti dallo Shanxi, per il 60 per cento analfabete e soprannominate: "Primitivi". Il comandante era Yang Zhenhua, figlio di Yang Baiding, fratello di Yang Shangkun. Per dieci giorni non hanno ricevuto notizie fino a quando non hanno saputo che dovevano prendere parte a una esercitazione. (...) Sono stati informati della legge marziale il 20 maggio. Durante i primi quattro giorni dal loro arrivo a Pechino sono stati condotti per le vie della città per familiarizzare con l'area. Il 27esimo era nel pieno delle sue forze con carri armati, mezzi corazzati e ogni tipo di munizioni, gas lacrimogeni e lanciafiamme. (...)
    Fatto. La notte del 3/4 giugno al 27esimo è stato ordinato di attaccare da ovest insieme ad altre unità provenienti da Shenyang. La prima ondata doveva attaccare senza armi, la seconda con le armi ma senza munizioni, la terza con le armi cariche per spaventare la folla, la quarta era il 27esimo a pieno regime. Le prime tre ondate sono state bloccate dai dimostranti, mentre le truppe cercavano di respingerle per far passare il 27esimo. Non ci sono riuscite e il 27esimo ha aperto il fuoco sulla folla (sia civili che soldati) prima di schiacciarli con i mezzi blindati.
    CARRI ARMATI SUI CIVILI A 65 KM ORARI
    Fatto. Le masse, inferocite, hanno continuato a ignorare il fuoco e a Liubukou (vicino a Tienanmen, ndr) i mezzi blindati hanno schiacciato truppe e civili allo stesso modo a una velocità di 65 chilometri orari. Un mezzo si è ribaltato e il capitano è stato tratto fuori dal veicolo e portato in ospedale dalla folla. Non era impazzito e ha chiesto di morire per le atrocità compiute.
    Fatto. Arrivate a Tienanmen, le truppe hanno separato gli studenti dai residenti. Gli studenti hanno compreso di avere un'ora per abbandonare la piazza ma dopo appena cinque minuti i mezzi blindati li hanno attaccati. Gli studenti si sono compattati unendo le braccia ma sono stati falciati insieme a molti soldati. I blindati sono passati e ripassati sui corpi più volte, i resti sono stati raccolti con le ruspe, cremati e dispersi nei canali di scolo.
    MILLE SOPRAVVISSUTI FALCIATI CON I MITRA
    Il 27esimo ha ordinato di non risparmiare nessuno, sparando anche ai feriti. Quattro studentesse ferite hanno implorato i soldati di risparmiare loro la vita, ma sono state trafitte con le baionette. Una bambina di tre anni è rimasta ferita, la madre ha cercato di soccorrerla ma le hanno sparato. Altre sei persone hanno cercato di soccorrerla ma hanno fatto la stessa fine. A mille sopravvissuti è stato detto che potevano scappare prendendo via Zhengyi, ma sono stati abbattuti con le mitragliatrici già appostate. Le ambulanze dell'esercito che hanno tentato di soccorrere le persone sono state colpite con armi da fuoco, al pari di un'ambulanza ospedaliera sino-giapponese. Un conducente dell'ambulanza ha cercato di contrattaccare ma è stato fatto a pezzi con un'arma anti blindati. Durante l'attacco un ufficiale del 27esimo è stato ucciso dai suoi stessi uomini, apparentemente perché stava tentennando. I soldati hanno spiegato che se non l'avessero ucciso, sarebbero stati uccisi loro.
    LA RIBELLIONE DI PARTE DELL'ESERCITO
    Ipotesi. È stato usato il 27esimo (per il massacro, ndr) perché era l'armata più affidabile e ubbidiente. Secondo alcuni, le altre armate avrebbero attaccato il 27esimo se avessero avuto le munizioni. (...).
    Voce. Alcuni soldati delle prime tre ondate sono tornati alle basi militari per prendere le munizioni. Le armate provenienti dallo Shandong, Jiangsu e Xinjiang hanno lasciato le caserme senza aver ricevuto l'ordine per distruggere il 27esimo. I comandanti provenienti da Guangzhou, Pechino e Shenyang si sono rifiutati di partecipare a un incontro con il comandante Yang Shangkun.
    Fatto. Il comandante di Pechino si è rifiutato di rifornire le truppe in città con cibo, acqua e riparo. Il 27esimo utilizzava proiettili a espansione (che aumentano la gravità delle ferite, ndr). Cecchini del 27esimo hanno ucciso molti civili appostati sui balconi. Hanno sparato su netturbini ecc. per fare pratica. Gli ospedali di Pechino hanno ricevuto l'ordine di accettare solo i feriti delle forze di sicurezza. Al momento, 6 studenti stranieri e 23 giornalisti stranieri sono stati uccisi nei combattimenti (nota: di quest'ultimo fatto non abbiamo le prove).
    STIMA MINIMA: 10.000 MORTI
    Fatto. La prima fase delle operazioni aveva lo scopo di mettere in sicurezza Piazza Tienanmen. La fase successiva avrà l'obiettivo di controllare le strade principali e le traverse spingendosi dal centro verso l'esterno. Questa fase comincerà entro due giorni.
    Fatto. Yang Shangkun e Deng Xiaoping (leader de facto della Cina, ndr) sono amici stretti. Alcuni membri del Consiglio di Stato [affermano] che la guerra civile è imminente. Qin Jiwei (generale e ministro della Difesa, ndr) è stato costretto contro la sua volontà ad apparire in televisione il 20 maggio per dare l'impressione [che il governo] fosse unito. Stima minima dei civili morti: 10.000.
    9 min
  • Gli eroi della resistenza antisovietica nei paesi dell'est
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5677

    GLI EROI DELLA RESISTENZA ANTISOVIETICA NEI PAESI DELL'EST di Rino Cammilleri
    Il 22 maggio 1945 il generale tedesco Reinhard Gehlen (1926-1979) si consegnò ai vincitori americani. Era stato responsabile delle Armate Straniere Est, cioè di quei volontari baltici, ucraini e russi che avevano collaborato con i tedeschi in funzione antisovietica sia in gruppi autonomi, sia entrando a far parte della Wehrmacht o addirittura delle SS combattenti. Gehlen portava in dote ben 52 casse di documenti riguardanti le formazioni ucraine, lituane, lettoni ed estoni che ancora resistevano al regime sovietico (e che in alcune zone avrebbero continuato a farlo fino al 1956).
    Il 6 marzo 1946 Winston Churchill pronunciò il famoso discorso sulla «cortina di ferro» e da allora sia Londra che gli Usa (ma gli americani ci misero un po' per capire che avevano un nuovo nemico, dal momento che la loro opinione pubblica era piuttosto indifferente a quel che succedeva dall'altra parte dell'oceano) si attivarono. Il generale Gehlen, portato subito a Washington, fu creato responsabile della sezione affari sovietici dell'Oss, il servizio segreto americano poi diventato Cia. Il 12 luglio 1946 fu rimandato in Europa, a creare una struttura di intelligence alle dirette dipendenze degli Usa, l'«Organizzazione Gehlen». Questa struttura nel 1956 passò sotto il governo della Germania Ovest, contribuendo poi alla nascita dei servizi d'informazione federali (Bnd).
    Gehlen, ri-promosso generale, ne fu al comando. Americani e inglesi paracadutarono nelle zone di influenza sovietica, a favore dei partigiani, armi e rifornimenti, anche uomini talvolta. Ma sempre servendosi di personale polacco o cecoslovacco, piloti che avevano affiancato la Raf durante la guerra contro la Germania. Oggettivamente, non si poteva fare di più per non causare una grave crisi diplomatica. Era la «guerra fredda», mai dichiarata e combattuta per interposta persona con mezzi non convenzionali. Per esempio, l'abbattimento di un aereo C47 sorvolante l'Ucraina nel 1952 provocò una furiosa protesta all'Onu da parte di Andreij Vysinskij, succeduto come ministro degli esteri al silurato Molotov, e il conseguente imbarazzo occidentale.
    Purtroppo i sovietici sapevano già tutto grazie a spie infiltrate nei servizi inglesi e americani. Un nome per tutti: Kim Philby. Ma è tutta questa storia ad essere poco conosciuta, quella della resistenza armata contro l'occupante sovietico o i regimi comunisti nei Paesi satelliti. In certe zone operavano addirittura interi reparti con tanto di uniformi e gerarchia militare. Nei Paesi baltici è nota come «guerra nei boschi», perché fu proprio tra gli alberi che si combatté in gran parte. La popolazione era con i partigiani, e subiva perciò terribili rappresaglie (con interi villaggi rasi al suolo o deportati in Siberia). Per risparmiarle alle popolazioni, nei Paesi baltici i partigiani ricorsero al trucco di scambiarsi gli obiettivi. Cioè, partigiani lettoni, per esempio, conducevano azioni in territorio lituano.
    E viceversa. Così, se presi, non avevano apparentemente nulla a che fare con i civili locali. E' un editore minore, Edizioni Settimo Sigillo, e uno storico non accademico, Alberto Rosselli, a raccontare questa straordinaria epopea ne La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale. 1944-1956 (pp. 160, €. 16). Il libro è corredato da foto d'epoca, alcune curiose (le lunghe chiome dei partigiani lituani), alcune agghiaccianti. E' uscito qualche anno fa e ne ho saputo da poco, ma vale la pena leggerlo. Solo dopo l'implosione dell'impero sovietico questo pezzo di storia è venuto alla luce. E c'è ancora tanto da scavare.
    7 min

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