La prima cosa che colpisce nella versione dei Factory Mark IV di Cortez The Killer è l’intenzione: non c’è la tentazione di “rifarla uguale”, né di inseguire l’aura intoccabile di Neil Young. Qui il brano viene preso come trama narrativa e trasformato in un viaggio più fisico, più elettrico, più lisergico, con quella ruvida verità da sala prove che, invece di sporcare, dà forza.
L’avvio ha un passo solenne: Claudio Sanna imposta una batteria presente, rotonda, con un groove che spinge senza schiacciare; Chris Pain si incolla sotto con un basso caldo e ipnotico, quasi “motorik” ma con sangue blues nelle vene. Sopra, la chitarra acustica e la voce di Antonio Miscali tengono il filo emotivo: canta con un taglio diretto, più “di pancia” che contemplativo, come se il testo fosse un frammento di memoria da urlare piano.
Poi arrivano i Factory: Davide Spanu apre la prospettiva con una elettrica che non cerca il timbro di riferimento, ma un taglio psichedelico fatto di sustain, richiami e fendenti. E soprattutto c’è il lavoro di Silvio Vinci, che scolpisce l’arrangiamento con Hammond, piano e synth: l’organo non è tappeto, è vento, una corrente che entra nelle pause, alza la marea, crea quei piccoli vortici armonici che rendono la cover “vigorosa” davvero. Quando il brano prende quota, senti la band che smette di accompagnare e comincia a trance-ggiare: ripetizione, dinamica, crescendo, e quella sensazione che l’orizzonte si allontani di qualche metro a ogni battuta.
Il bello è proprio qui: Cortez resta riconoscibile nella sua epicità, ma i Factory la portano nel loro terreno, più muscolare e visionario, come se la ballata diventasse una jam controllata, con il rock che si fa rito. Il risultato è una cover che non vive di nostalgia: vive di presenza, di suono reale, di una Mark IV che sembra già avere una firma precisa. Una Cortez che non guarda indietro: cammina verso il buio, ma con le luci accese.