È piena notte e nel campus regna il silenzio. Una luce solitaria illumina una finestra dell’Harvard College Observatory. È quella dell’ufficio dove lavorava Henrietta Leavitt, morta quattro anni fa. Gira voce che il suo spirito infesti ancora i corridoi dell’Osservatorio e che trascorra la notte a studiare le stelle che amava tanto quando era in vita.
È il 1925 e alla scrivania di Henrietta Leavitt non siede un fantasma. Piegata a studiare gli spettri delle stelle impressi sulle lastre fotografiche dell’immensa collezione di Harvard c’è una giovane donna inglese in procinto di fare una scoperta sensazionale. Ancora oggi pochi conoscono il suo nome, eppure è lei che ha rivoluzionato il nostro modo di guardare le stelle.
Nello scorso episodio abbiamo conosciuto Cecilia Payne, giovane astronoma inglese che, dopo aver completato gli studi a Cambridge, nel 1923 si imbarcò per gli Stati Uniti, approdando a Harvard dove si unì con una borsa di studio al gruppo di Harlow Shapley. In questa puntata, continuiamo la storia da dove l’avevamo lasciata e parliamo dell’incredibile scoperta che Cecilia Payne fece all’Harvard College Observatory, anche grazie all’incredibile collezione di spettri stellari raccolti e catalogati da un gruppo di donne che l’aveva preceduta e che sono passate alla storia come le Harvard Computers. Prima di parlare di Cecilia Payne, però, facciamo un salto indietro nel tempo e ci concediamo una breve incursione nella preistoria dell’astrofisica per scoprire perché gli spettri stellari sono uno degli strumenti più potenti a disposizione degli astrofisici e quale uso rivoluzionario ne fece Cecilia Payne.
Le traduzioni dei brevi estratti che ho letto sono mie.
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Bibliografia:
- The Dyer's Hand, Cecilia Payne-Gaposhkin
- What Stars Are Made Of, Donovan Moore
- EXTRAORDINARY CLAIMS REQUIRE EXTRAORDINARY EVIDENCE: C.H. PAYNE, H.N. RUSSELL AND STANDARDS OF EVIDENCE IN EARLY QUANTITATIVE STELLAR SPECTROSCOPY, David H. DeVorkin, Journal of Astronomical History and Heritage, 2010