Cronache Stories

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By Cronache di spogliatoioSportsSoccer
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Cronache Stories episodes

  • L'incredibile TRIONFO all'ULTIMO SECONDO dell'Arsenal 1989 ||| Febbre a 90'

    Questa è una storia di uomini. Non per forza grandi uomini; ma uomini d'azione, che seppero farsi trovare pronti quando passò il treno, al posto giusto nel momento giusto. Sicuramente non grandi campioni: buonissimi giocatori sì, ma nessun fuoriclasse. Del resto l'Arsenal 1988-89 non ha aperto un ciclo – anzi, l'anno dopo non partecipò nemmeno alla Coppa dei Campioni, perché eravamo nel pieno dei cinque anni di squalifica che l'UEFA aveva inflitto al calcio inglese dopo la strage dell'Heysel. E nei 22 convocati dal ct Bobby Robson ai Mondiali di Italia 90 non ci sarà alcun giocatore dell'Arsenal. Una squadra che è riuscita a diventare generazionale per incredibile effetto di una sola notte, che poi è diventata un libro, che poi è diventato un film. E pensare che l'aggettivo che veniva in mente pensando all'Arsenal galleggiante tra gli anni 80 e i 90 era uno solo, sempre lo stesso: “boring”. E bisognerà aspettare il 1994 affinché i tifosi dell'Arsenal possano affinare la propria autoironia, e cantare loro il coro definitivo sul gioco forse cattivo ma terribilmente efficace di quei Gunners, sull'aria di “Go West” dei Village People: “One-nil, to the Arsenal”, 1-0 per l'Arsenal.

    23 min
  • Alessandro Del Piero ||| Storia di una bandiera

    Stiamo dominando. Palo di Gilardino, traversa di Zambrotta: tutto nel giro di 90 secondi. Stiamo schiacciando i tedeschi in casa loro, a Dortmund, dove la Germania non ha mai perso nella sua storia, e Lippi decide che è il momento di osare: al minuto 104 fuori Perrotta e dentro Alex Del Piero, la quarta punta insieme a Gilardino, Totti e Iaquinta. Del Piero si sistema subito nella sua zona preferita, sull'esterno sinistro, e aspetta fiducioso che il pallone... arrivi. E siccome in mezzo al campo detta legge Andrea Pirlo, il pallone arriva. Sono le stesse zolle dello stesso prato su cui undici anni prima, il 13 settembre 1995, il 20enne Alex da San Vendemiano aveva segnato il primo gol “alla Del Piero” su suolo internazionale, in faccia al numero 3 del Borussia, uno dei più irriducibili mastini in circolazione in Europa: Jurgen Kohler, ex juventino. E il tavolo è apparecchiato per ripetere la stessa giocata, in faccia a un altro numero 3, Arne Friedrich, tra l'altro molto meno spigoloso di Kohler. Ma sono passati undici anni, Del Piero ha 31 anni, è entrato da meno di due minuti ma gli manca lo spunto, la freschezza nelle gambe, non riesce nemmeno a tirare. Troppi muscoli? Troppa polvere? Forse come sempre ha ragione Fabio Capello, che ormai ne ha fatto una riserva della Juventus, solo 17 partite da titolare nel campionato appena concluso, e poi panchine su panchine? Forse Alex Del Piero deve rassegnarsi all'autunno?
    Poche ore prima, nel tardo pomeriggio di quello stesso 4 luglio 2006, è andata in scena la requisitoria dell'accusa nel processo di primo grado a Calciopoli: e il procuratore federale Stefano Palazzi ha chiesto che la Juventus venga retrocessa in serie C1, con sei punti di penalizzazione. Si respira l'aria pesantissima della fine di un'era, e il dolore e la fatica di quei giorni pesano di più, se sei da anni il capitano di quella Juventus. Basta questo per giustificare quel mancato spunto? Forse no, forse stiamo facendo troppa poesia: in fondo Del Piero con la Nazionale se n'è sempre rimasto un po' in disparte, mai capitano, oscurato prima da Baggio, poi da Totti, senza più nemmeno la numero 10, e soprattutto senz'aver mai vinto niente. Però aspettiamo. Perché dovete sapere che una volta, Marcello Lippi ha detto: “Per buttare giù Del Piero, non basterebbe una mandria di tori”.

    34 min
  • I successi e i FALLIMENTI del Real Madrid dei GALACTICOS

    Inizia tutto da un matrimonio. Michel Salgado, il terzino destro del Real Madrid che un mese prima a Parigi ha alzato l'Ottava Coppa dei Campioni della storia del club, ha appena sposato Malula Sanz, la figlia del presidente del Real Madrid Lorenzo Sanz. Un matrimonio in famiglia: il 5 luglio 2000, alla Chiesa di San Jeronimo a Madrid, è stato invitato tutto il madridismo che conta, e anche qualche forestiero come José Ramon De La Morena, conduttore radiofonico del programma “El Larguero” su Cadena Ser, che qualche ora prima, però, ha ricevuto la soffiata di una notizia che non farà piacere al padre della sposa. Qualcuno sta progettando la scalata al Real Madrid: le elezioni si terranno a metà luglio, Sanz le ha volute anticipare, convinto di vincerle a mani basse ed essere perciò in carica nel 2002, l'anno in cui si celebrerà il Centenario della Casa Blanca, fondata nel 1902. Ma qualcuno vuole fargli le scarpe: e quel qualcuno avrebbe un asso nella manica formidabile, e ancora nascostissimo. Possibile? Possibile, se quel qualcuno è Florentino Perez, il socio numero 5.894 del Real Madrid: la tessera gliel'aveva regalata suo padre, quando lui aveva 13 anni. Un ingegnere dall'aria mite, un costruttore silenzioso, per nulla incline al populismo, che non buca il video, ma che si è dato l'obiettivo più ambizioso che ci sia per un presidente del Real Madrid: riportare il club ai livelli dell'era di Santiago Bernabeu. Ricostruire il mito. E allora ha IL NOME. Un nome che è uscito da un sondaggio commissionato di nascosto da Perez a migliaia di soci del Real Madrid: se doveste indicare un solo nome che sognate di vedere giocare nel Madrid, chi scegliereste? E la maggioranza ha risposto Luis Figo, reduce da uno straordinario Europeo con il Portogallo, e soprattutto il vice-capitano del Barcellona.
    Il primo a scrivere di un pre-accordo tra Florentino e Figo, subordinato al risultato delle elezioni del 16 luglio, è stato il giornalista della , ma ad amplificarla in tutte le strade del Paese è De La Morena, che la annuncia in diretta nel giornale radio delle 20:30. Quando arriva al ricevimento, De La Morena viene travolto di insulti da un Sanz inviperito, che davanti a tutti lo accusa di essere un bugiardo. La festa è rovinata. Non s'è mai capito se fosse una notizia vera, un po' gonfiata o del tutto inventata: sta di fatto che Florentino si appoggerà volentieri a questa voce, senza confermarla ma senza nemmeno smentirla, per costruire la sua clamorosa vittoria elettorale. Viene scritto che Florentino ha fatto una promessa a tutti gli 83.697 soci del Real Madrid: se verrò eletto ma Figo non arriverà, pagherò a tutti voi la quota annua di iscrizione al club. Nemmeno Figo pensava davvero che Florentino alla fine avrebbe vinto, e forse quell'autografo sul pre-contratto era stato scritto con mano sin troppo leggera; ma così è, e poi in caso di passo indietro ci sarebbe da pagare una penale enorme, e poi in fondo Figo a Madrid andrà a guadagnare circa il quadruplo di quanto prendeva a Barcellona, e per pagare i 10,27 miliardi di pesetas che spettano al Barça, il neo-presidente attinge anche dal suo patrimonio personale.
    E così inizia la prima grande avventura di Florentino Perez a capo del Real Madrid, un'avventura tortuosa, complessa, non priva di frasi oscure su sfondo blanco, che si riassume in una parola di dieci lettere, sei consonanti e quattro vocali, che identificherà per sempre quella squadra in ogni angolo del mondo: GALACTICOS.

    33 min
  • La MALEDIZIONE del RACING ||| I sette GATTI neri

    La sera del 24 settembre 2002, in Argentina, su “Infinito”, va in onda la seconda puntata di “Pasiòn y misterio”. “Infinito” è un canale a pagamento specializzato in storie del mistero, esoterismo, fenomeni soprannaturali. “Pasiòn y misterio” è una serie dedicata ai grandi misteri del calcio argentino. La seconda puntata si chiama “Gato Encerrado”. Che in spagnolo è un modo di dire, significa “c'è sotto qualcosa”, “qui gatta ci cova”. Ma in questo caso il titolo “Gato Encerrado” ha valore anche letterale: perché “gato encerrado” vuol dire letteralmente “gatto chiuso”, “imprigionato”. Sembra il titolo di un racconto dell'orrore di Edgar Allan Poe, un incubo psicologico all'insegna dell'ossessione e della paranoia, ma invece è la realtà – la realtà romanzesca, l'unica possibile, se sei in Argentina e c'è di mezzo il futbol.
    Avellaneda è una città qualche chilometro a sud di Buenos Aires che sorge sul fiume Riachuelo, che nell'Ottocento era di fatto il porto della capitale argentina. I due grandi stadi della città si trovano a 300 metri di distanza l'uno dall'altro, cinque minuti a piedi. Uno è il Cilindro di Avellaneda, la casa del Racing, costruito nel 1950, il primo stadio argentino con le tribune interamente coperte: per quei tempi, un gioiello di architettura. L'altro è la Doble Visera, la casa dell'Independiente, la prima squadra argentina a vincere la Libertadores ma senza poi riuscire a trionfare nell'Intercontinentale, perdendo due finali consecutive nel 1964 e 1965, entrambe contro l'Inter. Il Racing è la Academia, maglia biancoceleste. L'Independiente è “el Rojo”, maglia ovviamente rossa. I colori del paradiso contro i colori dell'inferno: potete già iniziare a intuire la rivalità. Il Racing è la squadra per cui faceva il tifo una leggenda vivente della cultura argentina: Carlos Gardel, la cui voce è stata dichiarata dall'UNESCO patrimonio culturale dell'Umanità, tessera numero 11.860 del club e amico personale di tanti calciatori del Racing anni Venti come Pedro Ochoa, citato espressamente in un suo tango, “Ochoìta, el crack de la aficiòn”. Per tanti decenni il “racinguismo” è stato sinonimo di allegria, bellezza, divertimento, ma quando arriva l'Intercontinentale le acque si increspano e ogni partita diventa una battaglia, un gioco da canaglie, uno spettacolo vietato ai minori come tutte le sfide tra Europa e Sudamerica negli anni Sessanta, che alla fine obbligheranno la FIFA a cambiare il format e spostarlo in campo neutro in Giappone. E il triplo confronto tra Racing Avellaneda e Celtic Glasgow dell'autunno 1967 non fa eccezione.
    Triplo? Triplo. Perché l'andata a Glasgow finisce 1-0 per gli scozzesi, punteggio che il Racing riesce a contenere anche grazie a un atteggiamento sfacciatamente ostruzionistico, con tutto il catalogo di sputi, strattonate e tirate di maglie sconosciuto in Europa, prendendo di mira soprattutto l'unico campione del Celtic, il numero 7 Jimmy Johnstone, tanto che a un certo punto Jock Stein quasi fa invasione di campo per tentare di placarli personalmente, con un po' di sano buon senso scozzese. Ma al ritorno in Argentina, davanti a 120 mila spettatori il che rappresenta ancora oggi il record di capienza del Cilindro, le cose si complicano ancora prima del fischio d'inizio: una grossa pietra colpisce in testa il portiere Ronnie Simpson, mettendolo fuori combattimento. Alcuni giocatori scozzesi vorrebbero dare forfait, ma a chi va comunicata la cosa? In tutto lo stadio non c'è un solo delegato FIFA né UEFA. Il primo tempo termina 1-1: a un rigore coraggiosamente concesso dall'arbitro uruguayano Marino, e trasformato da Gemmell, risponde il pareggio di Raffo segnato di testa in probabile fuorigioco. L'intervallo dura 26 minuti a causa della protesta del Celtic, che al rientro negli spogliatoi ha avuto la bella sorpresa di non trovare più acqua nei rubinetti e nelle docce.

    16 min
  • Lo scontro RONALDO-IULIANO ||| L’episodio del secolo tra INTER e JUVE

    “E comunque quello di Iuliano su Ronaldo era rigore”
    “Ma quale rigore, al massimo era ostruzione: punizione a due in area”
    “Ma ancora con questa ostruzione? Iuliano lo travolge in pieno!”
    “E' Ronaldo che si fa travolgere!”
    “Ma tu veramente dopo vent'anni continui a dire che non era rigore? Avevate avuto episodi a favore per tutto il campionato!”
    “Ma che stai dicendo? E il fallo di Taribo West su Inzaghi all'andata a San Siro?”
    “E vabbè, e il gol di Turone allora?”
    “Ah fai lo spiritoso? E allora Calciopoli?”
    “Calciopoli cosa?”
    “Abbiamo pagato solo noi! E le intercettazioni tra Facchetti e Bergamo? Quelle non te le ricordi?”
    Uff...
    Il fallo di Iuliano su Ronaldo non sanzionato dall'arbitro Ceccarini è uno degli spartiacque della storia del calcio italiano. È il più famoso errore arbitrale degli anni Novanta, un'epoca post-monopolio televisivo RAI, quando le polemiche risultavano per forza di cose un po' annacquate, diluite dal fatto che se ne parlava solo pochi minuti la domenica sera, al limite il lunedì mattina al bar o in ufficio, senza tornarci su a ogni ora del giorno e della notte. Ma gli anni Novanta erano anche un'epoca pre-Internet: oggi ogni sciocchezza viene ingigantita, amplificata e diventa moltiplicatore di veleno. Nel 1998 ovviamente c'erano già le tv, tante tv, pubbliche, private, locali, romane e milanesi. C'erano i giornali, tanti giornali, sportivi e generalisti, di Torino e di Milano. Non c'era ancora il Web – e menomale. Ma poi anche il Web si è impegnato a rendere eterna questa guerra civile di cui non s'immagina ancora la fine, che gira intorno a quei maledetti cinque secondi attorno alle 16:25 di domenica 26 aprile 1998.

    26 min
  • Gabriel Omar BATISTUTA ||| La storia del RE LEONE

    Quando raccontiamo le storie dei grandi campioni, quando cerchiamo di riannodare il filo

    delle loro imprese, ci focalizziamo spesso sui gesti tecnici. Sul colpo a effetto, sul numero,

    sulla giocata che cattura l’attenzione quando meno ce l’aspettiamo. Facciamo

    inconsapevolmente passare in secondo piano un aspetto che invece è fondamentale per

    tutto questo: il corpo. Per ogni gesto tecnico che vediamo, dietro c’è un corpo che deve

    non solo assecondarlo, ma proprio plasmarlo. Non è solo questione di mente, di intuito,

    della capacità di leggere in anticipo ciò che sta per accadere. C’è anche un corpo da far

    funzionare: la giusta coordinazione, lo scatto, il modo di arrivare con i piedi e le gambe sul

    pallone prima di calciarlo in rete. E sono corpi, quelli dei calciatori, che vengono martoriati

    dallo sforzo. Una fatica che si protrae per anni, una fatica diversa da quella che siamo

    abituati a riconoscere in maniera naturale: non è lo sforzo di una persona qualunque che

    si alza presto per andare a lavorare i campi, un tipo di pressione che riscontriamo in modo

    immediato, che facciamo nostra per empatia, che ci è familiare. Un pensiero comune è

    che quelli sono milionari, che è giusto che fatichino ed è ancor più giusto che non si

    lamentino. La verità è che i calciatori, come tanti altri sportivi, portano il loro corpo a un

    grado di esasperazione talvolta irreversibile. Ogni scatto, ogni conclusione, ogni colpo di

    testa, fa alzare l’asticella dell’usura. E poi ci sono i casi estremi, quelli dei calciatori che,

    per un motivo o per un altro, finiscono per avere ripercussioni sulla loro vita dopo il calcio.

    È il caso di due meravigliosi centravanti che hanno attraversato gli anni Novanta: nel

    momento in cui uno dei due iniziava a vivere il momento più difficile, quello che lo avrebbe

    poi portato a lasciare prematuramente il calcio, l’altro sbocciava, meraviglioso, bellissimo.

    Pur di rinunciare al dolore alla caviglia, pur di riuscire ad avere una vita normale, Marco

    Van Basten un giorno decise – sbagliando tragicamente - di farsela bloccare, di rinunciare

    alla piena mobilità. Era, secondo lui, il prezzo da pagare per tutti quei tacchetti che

    gliel’avevano martoriata. Ma oggi non è di lui che vi voglio parlare, ne del fatto che le cose

    per Van Basten sarebbero forse potute andare diversamente, o forse no...Vi parlo di un

    uomo che ha legato la propria carriera a un certo tipo di irruenza fisica, un impatto

    primordiale con gli avversari e con il pallone, inteso come oggetto da calciare con tutta la

    forza che aveva in corpo. E che si è ritrovato, una volta lontano dai riflettori, a dover fare i

    conti con delle cartilagini ormai svanite, con il rumore delle ossa che si toccano, con i

    dolori allucinanti che tutto questo comporta. Quello tra Gabriel Omar Batistuta e il calcio

    non è mai stato un rapporto di amore. È stato un centravanti di mestiere, perché così ha

    interpretato lo sport: una professione da onorare, dando in cambio tutto quello che aveva,

    cartilagini comprese. E per quella magia che avvolge il mondo del calcio, in cambio ha

    ricevuto puro amore.

    55 min
  • Romário ||| Dalle FAVELAS ai 1000 GOL in carriera
    «Sono nato a Jacarezinho e sono infinitamente grato alla favela. Qui ho imparato a vivere
    con dignità, ho capito che le persone, per essere rispettate, devono parlare in maniera
    schietta. Ecco perché dico sempre la verità: non mi importa che possa fare male a
    qualcuno»
    Rio de Janeiro è una città sterminata. Sotto gli occhi e le braccia spalancate del Cristo
    Redentore del Corcovado si cela un mondo: quello smaccatamente turistico di
    Copacabana e Ipanema, quello sfacciato e divertito del Carnevale più conosciuto del
    mondo, quello capace di racchiudere una foresta, la foresta di Tijuca, all’interno di una
    città. Ha ospitato Mondiali e Olimpiadi, è stata capitale del Brasile per quasi due secoli.
    Per buona parte può essere paragonata alle principali metropoli mondiali, ma è una terra
    di enormi contrasti, emblema del Brasile stesso. Le favelas più conosciute ed estese del
    Paese si trovano proprio a Rio: baraccopoli realizzate con materiali di fortuna e strade
    nelle quali proliferano degrado e criminalità. Hanno rappresentato l’approdo naturale per
    migliaia, forse addirittura milioni, di ex schiavi: nel maggio del 1888 venne promulgata la
    Lei Áurea, la Legge d’Oro, che aboliva la schiavitù nel Paese, ultimo atto di un processo di
    abolizione che era iniziato quasi quaranta anni prima, nel 1850. A firmare la Lei Áurea fu
    Dona Isabel, principessa imperiale del Brasile, insieme al ministro dell’Agricoltura
    dell’epoca, Rodrigo Augusto da Silva. Era, appunto, 1888. 135 anni fa. Solo 135 anni fa. Il
    Brasile, infatti, è stato l’ultimo Paese del continente americano ad abolire la schiavitù.
    Una delle principali favelas di Rio de Janeiro è Jacarezinho, nella zona nord della città.
    Secondo gli studiosi, non si tratta di una semplice baraccopoli, ma di un vero e proprio
    quilombo replicato in area urbana: per quilombo si intende una comunità fondata da
    schiavi africani fuggiti dalle piantagioni in cui erano rimasti a lungo prigionieri,
    generalmente collocata nelle zone interne del Paese. Questa la spiegazione del termine
    nel portoghese brasiliano. Se invece scendente giù in Argentina, armar un quilombo
    significa semplicemente fare un gran casino...ogni collegamento non credo sia puramente
    casuale...Tornando a Jacarezinho, ha rappresentato il rifugio per molti di quegli schiavi
    deportati, diventando in assoluto la favela con la più alta concentrazione di afro-americani.
    Un territorio fortemente collegato alla figura di Getulio Vargas, visto che si trattava di
    un’area di proprietà della sua famiglia. Vargas fu il leader della rivoluzione brasiliana del
    1930, che pose fine alla Prima Repubblica: all’epoca presidente dello stato del Rio Grande
    do Sul, fu sconfitto alle presidenziali da Julio Prestes e guidò l’insurrezione in seguito
    all’assassinio di Joao Pessoa, il suo candidato vicepresidente.
    46 min

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