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Who Is The Sky è l’ottavo album di David Byrne, o l’undicesimo se si considerano le collaborazioni con Brian Eno (due) e con St. Vincent. Esce a sette anni dal penultimo, American Utopia, accolto inizialmente da recensioni blande, ma poi posto al centro dello spettacolo dallo stesso titolo, che un’importante rivista musicale ha definito “il più grande show di tutti i tempi” (ne abbiamo parlato a Rete Due recensendone il film, diretto da Spike Lee). Alcuni critici, a proposito di Who Is The Sky, si sono domandati se lo stesso destino toccherà all’album, la cui versione dal vivo potremo vedere e ascoltare in Europa all’inizio del 2026. Nell’interrogativo è sottinteso un giudizio non entusiasta sull’album, una sorta di “bello, ma…”, che forse è più motivato dalle aspettative di una critica pigra e schematica che da un approfondimento serio della qualità delle canzoni. Perché di una raccolta di canzoni si tratta – come del resto Byrne ci ha offerto fin dai tempi dei Talking Heads – che mettono insieme una musica briosa, suggestiva, spesso ironica, con testi ben congegnati, spiazzanti, lontani dalla pretestuosità della produzione pop-rock corrente, quella che anche secondo critici altrimenti di grande spessore (come Simon Frith) dà più importanza al suono delle parole che al loro significato. Anzi. Un commentatore sul web, credendo di dire una cosa intelligente, ha affermato che in questo album “sembra che Byrne abbia scritto prima le parole e poi la musica”. Oh, che sorpresa! Che stranezza! Come se nella storia della musica (inclusa la canzone e il rock) nessuno avesse mai composto musica su un testo dato, anziché viceversa. Chissà, poi, non si può mai sapere. È vero che spesso l’idea di partenza delle canzoni di Who Is The Sky sembra venire dal testo, magari da un equivoco, o da una delusione deliberata delle aspettative dell’ascoltatore. Come in My Apartment Is My Friend (il titolo però è rivelatore), che si sviluppa come una canzone d’amore, di quelle che nascono dalla fine di un rapporto, e invece nasce da un trasloco, perché l’amicizia, l’affetto che il soggetto lirico celebra non è per un’amata, ma per il proprio appartamento, che è stato il teatro di tanti momenti della vita. Una Days (quella di Ray Davies) immobiliare. Lo stesso titolo dell’album nasce da un equivoco: una app di intelligenza artificiale (non ben rodata) non ha capito la domanda “Who is this guy” (chi è questo tizio?) e l’ha interpretata come “Who is the sky?” (chi è il cielo?). Un bel suggerimento, per David Byrne, anche se poi non ne ha fatto una canzone. Un consiglio: ascoltare questo album gioiosamente, come se fosse musica cantabile e ballabile d’altri tempi (da Cole Porter ai Beatles); se non si capiscono i testi a orecchio, si trovano tutti sul web.
By RSI - Radiotelevisione svizzeraWho Is The Sky è l’ottavo album di David Byrne, o l’undicesimo se si considerano le collaborazioni con Brian Eno (due) e con St. Vincent. Esce a sette anni dal penultimo, American Utopia, accolto inizialmente da recensioni blande, ma poi posto al centro dello spettacolo dallo stesso titolo, che un’importante rivista musicale ha definito “il più grande show di tutti i tempi” (ne abbiamo parlato a Rete Due recensendone il film, diretto da Spike Lee). Alcuni critici, a proposito di Who Is The Sky, si sono domandati se lo stesso destino toccherà all’album, la cui versione dal vivo potremo vedere e ascoltare in Europa all’inizio del 2026. Nell’interrogativo è sottinteso un giudizio non entusiasta sull’album, una sorta di “bello, ma…”, che forse è più motivato dalle aspettative di una critica pigra e schematica che da un approfondimento serio della qualità delle canzoni. Perché di una raccolta di canzoni si tratta – come del resto Byrne ci ha offerto fin dai tempi dei Talking Heads – che mettono insieme una musica briosa, suggestiva, spesso ironica, con testi ben congegnati, spiazzanti, lontani dalla pretestuosità della produzione pop-rock corrente, quella che anche secondo critici altrimenti di grande spessore (come Simon Frith) dà più importanza al suono delle parole che al loro significato. Anzi. Un commentatore sul web, credendo di dire una cosa intelligente, ha affermato che in questo album “sembra che Byrne abbia scritto prima le parole e poi la musica”. Oh, che sorpresa! Che stranezza! Come se nella storia della musica (inclusa la canzone e il rock) nessuno avesse mai composto musica su un testo dato, anziché viceversa. Chissà, poi, non si può mai sapere. È vero che spesso l’idea di partenza delle canzoni di Who Is The Sky sembra venire dal testo, magari da un equivoco, o da una delusione deliberata delle aspettative dell’ascoltatore. Come in My Apartment Is My Friend (il titolo però è rivelatore), che si sviluppa come una canzone d’amore, di quelle che nascono dalla fine di un rapporto, e invece nasce da un trasloco, perché l’amicizia, l’affetto che il soggetto lirico celebra non è per un’amata, ma per il proprio appartamento, che è stato il teatro di tanti momenti della vita. Una Days (quella di Ray Davies) immobiliare. Lo stesso titolo dell’album nasce da un equivoco: una app di intelligenza artificiale (non ben rodata) non ha capito la domanda “Who is this guy” (chi è questo tizio?) e l’ha interpretata come “Who is the sky?” (chi è il cielo?). Un bel suggerimento, per David Byrne, anche se poi non ne ha fatto una canzone. Un consiglio: ascoltare questo album gioiosamente, come se fosse musica cantabile e ballabile d’altri tempi (da Cole Porter ai Beatles); se non si capiscono i testi a orecchio, si trovano tutti sul web.