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18 aprile 2011, Colle San Marco, provincia di Ascoli Piceno. Melania Rea, 28 anni, è in gita con il marito Salvatore Parolisi, caporal maggiore dell’Esercito, e la loro bambina di un anno e mezzo. Nel primo pomeriggio si allontana per andare in bagno. Non farà più ritorno. Scatta l’allarme, partono le ricerche. Ma le ore passano. Poi il ritrovamento del corpo, a chilometri di distanza: Melania Rea è stata uccisa.
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La violenza di Ludwig continua, fino a quando un attentato fallito porta alla cattura di due uomini e dà un volto alla sigla che per anni ha seminato il terrore. Dietro quella firma ci sono Wolfgang Abel e Marco Furlan: due giovani di buona famiglia, apparentemente lontani dall’orrore dei delitti di cui sono accusati. Nella seconda e ultima parte ripercorriamo le indagini e i processi, tra le prove raccolte e gli interrogativi rimasti aperti, uno su tutti: perché due giovani ragazzi hanno trasformato il loro fanatismo in una missione di morte?
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Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, una serie di omicidi e attentati sconvolge l’Italia del Nord. Le vittime sembrano non avere nulla in comune, ma alcuni delitti vengono rivendicati con comunicati firmati da una sigla misteriosa: Ludwig. Dietro quella firma si nasconde un’ideologia fanatica e una violenza che, con il passare degli anni, diventa sempre più feroce. Chi sono gli uomini di Ludwig e come hanno potuto uccidere così a lungo senza essere scoperti?
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La cattura di Luigi Chiatti mette fine alla caccia al Mostro di Foligno, ma apre una domanda ancora più inquietante: chi è davvero l’uomo che ha ucciso Simone Allegretti e Lorenzo Paolucci? Gli investigatori ricostruiscono il suo passato, le confessioni e i dettagli dei due omicidi, mentre il processo deve stabilire non soltanto le sue responsabilità, ma anche quanto fosse capace di intendere e di volere. Tra perizie psichiatriche, sentenze e il dolore delle famiglie, l’ultimo capitolo racconta ciò che accade dopo la cattura e il difficile tentativo di dare una spiegazione a due delitti che hanno segnato per sempre Foligno.
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Foligno, primi anni Novanta. La scomparsa e il brutale omicidio del piccolo Simone Allegretti sconvolgono l’Umbria e danno inizio a una delle indagini più inquietanti della cronaca nera italiana. Per mesi gli investigatori cercano un assassino senza volto, mentre lettere e messaggi alimentano il mistero e la paura. Poi, a distanza di quasi un anno, un altro bambino scompare: Lorenzo Paolucci. È la svolta che conduce gli inquirenti fino a Luigi Chiatti e all’inizio della storia dell’uomo che verrà ricordato come il Mostro di Foligno.
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Il 7 agosto 1990, a Roma, all'interno di un palazzo di via Carlo Poma, viene ritrovato il corpo senza vita di Simonetta Cesaroni, vent'anni. Quel pomeriggio era uscita di casa per raggiungere gli uffici dell'AIG, l'Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù, dove svolgeva una sostituzione estiva. Da quel momento, però, di lei si erano perse le tracce. Il suo corpo viene scoperto in tarda serata proprio negli uffici in cui stava lavorando. Le indagini si concentrano inizialmente sul portiere dello stabile, per poi spostarsi sul nipote di uno degli inquilini e, negli anni, su altri sospettati. Quello di Simonetta Cesaroni è destinato a diventare uno dei più celebri cold case della storia giudiziaria italiana: un'indagine che, tra piste, errori investigativi e colpi di scena, si protrarrà per oltre trent'anni.
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Gli investigatori concentrano le indagini sugli operai che avevano eseguito i lavori di ristrutturazione nella casa degli Onofri. Tra loro emerge subito il nome di Mario Alessi, un pregiudicato. La madre di Tommaso riconosce nella sua andatura quella di uno dei due uomini entrati in casa la sera del 2 marzo 2006. La svolta arriva grazie a un'impronta digitale trovata su un nastro adesivo, che conduce gli investigatori a Salvatore Raimondi. Messo alle strette, Raimondi confessa: sono stati lui e Alessi a rapire il piccolo Tommaso.
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Il 2 marzo 2006, a Casalbaroncolo, in provincia di Parma, due uomini con il volto coperto fanno irruzione nella casa dei coniugi Onofri. All'ora di cena, nell'abitazione si trovano Paolo Onofri, la moglie e i loro due figli. Dopo aver immobilizzato i genitori, i rapitori prendono il piccolo Tommaso, che non ha ancora due anni, e fuggono. Dalla casa non viene portato via nient'altro: il vero obiettivo sembra essere proprio il bambino. Gli Onofri non sono una famiglia particolarmente benestante e, soprattutto, non arriva alcuna richiesta di riscatto. Perché Tommaso è stato rapito? E da chi? Mentre gli investigatori ricostruiscono la vita e le relazioni della famiglia, un'intercettazione indirizza l'attenzione su un gruppo di muratori che aveva eseguito i lavori di ristrutturazione della loro abitazione.
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In tribunale il nodo è uno solo: quando finisce la legittima difesa? Per i giudici, nel momento in cui i rapinatori escono dalla gioielleria e tentano la fuga, il pericolo non è più attuale. Viene quindi meno uno dei requisiti essenziali della legittima difesa. La difesa di Mario Roggero sostiene che il gioielliere temesse per la moglie, ma questa ricostruzione viene smentita, secondo le sentenze, dalle immagini di videosorveglianza. I giudici ritengono invece che Roggero abbia volontariamente aperto il fuoco contro i rapinatori in fuga. La condanna definitiva è a 14 anni e nove mesi di reclusione. Ma il caso non si chiude qui: il dibattito si sposta sulla richiesta di grazia avanzata da parte della politica e sulla questione dei risarcimenti dovuti ai familiari dei due rapinatori uccisi e al terzo rimasto gravemente ferito.
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