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Ep. 157:
Arrivata a Los Angeles a ventisette anni con la paura di non sembrare neanche maggiorenne al banco dell'autonoleggio, si ritrova gettata nella mischia a esporre lo stato del cinema italiano davanti a decine tra i più potenti agenti di Hollywood.
In questa conversazione con Malcom Pagani, Moira Mazzantini, tra i più influenti agenti cinematografici italiani, ripercorre le tappe di una vita mossa dal «moto perpetuo» e dalla curiosità. Cresciuta nella campagna di Tivoli, ha imparato giovanissima il valore dell'indipendenza raccogliendo olive e battendo a macchina le bozze del celebre romanzo del padre Carlo, "Cercare la bella morte". Dagli anni universitari dedicati allo studio del jazz modale, culminati nell'organizzazione di concerti romani per cui arrivò a prenotare biglietti aerei per i contrabbassi, è approdata quasi per caso alla gestione degli attori seguendo un'intuizione della sorella Margaret. Ricorda i no cruciali della sua carriera, come la cifra astronomica chiesta a Tinto Brass per tutelare Stefania Sandrelli dopo il successo de "La chiave", e confessa di subire ancora il fascino del talento puro, perdonando agli attori il peccato veniale della vanità pur di accompagnarli verso le giuste occasioni.
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Ep. 156:
Arrivato nella Capitale per cercare casa, affittò un motorino davanti al Colosseo e si spinse fino a Porta Maggiore, ma alla vista degli alberi di via Casilina e della sopraelevata di San Lorenzo si spaventò a tal punto da fare subito retromarcia, per «non imbattermi nella periferia della periferia».
In questa intervista con Malcom Pagani, Michele Riondino esplora le sue origini e il suo viscerale legame con Taranto, una «città ostaggio» e prigioniera del ricatto occupazionale imposto dal complesso industriale dell'ex Ilva. Figlio di operai, l'attore e regista pugliese non risparmia critiche a un sistema che costringe i cittadini a scegliere tra salute e lavoro. Tra ricordi degli anni in Accademia a Roma, vissuti tra lo stupore di chi scopriva i teatri per la prima volta e il timore di diventare un attore «troppo impostato», Riondino racconta poi gli incontri che gli hanno cambiato la carriera e la vita: lo scontro-incontro liberatorio con Emma Dante, l'esordio al cinema grazie a Eleonora Giorgi e le chiacchierate con Andrea Camilleri. Oltre però a ripercorrere le delusioni e gli screzi di un mestiere complesso, Riondino racconta infine il suo ultimo film, ispirato al tragico errore giudiziario di Beniamino Zuncheddu.
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Ep. 155
Da anni organizza un cineforum casalingo settimanale con gli amici ventenni del figlio, per ascoltare la «musica delle loro conversazioni», affascinato dai ragazzi, che, con mezzi, vocabolari e dinamiche nuove, hanno le stesse spinte, gli stessi guizzi, le stesse paure, le stesse incertezze di sempre.
In questa intervista con Malcom Pagani, Edoardo Gabbriellini ripercorre le «sliding doors» che hanno segnato la sua carriera e la sua vita, a partire dall'infanzia nei cortili di Livorno fino a quel memorabile «colpo di fortuna» sugli scogli in cui, per puro caso, Paolo Virzì lo scelse per il film "Ovosodo". Gabbriellini ricorda l'inconsapevolezza di quegli anni d'esordio e l'avventuroso e «psicopatico» sbarco al Festival di Venezia nel 1997. Tra le riflessioni sull'animo malinconico della sua città natale e i retroscena del documentario su Lindsay Kemp, il regista affronta i temi caldi del suo ultimo lavoro, "La città dei vivi". Arrivato alla soglia dei cinquant'anni con la ferma convinzione di avere «il corpo che mi camuffa, ma mi sento ancora un ragazzino», confessa il profondo sollievo di non dover più rincorrere l'obbligo di essere un enfant prodige, liberandosi finalmente dalla spietata competitività e dal ritmo estenuante che la giovinezza impone a tutti i costi.
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Ep. 154:
Interrogata all'ultimo anno di liceo da una severissima professoressa di geografia astronomica, si inventò di sana pianta una teoria inesistente sui pianeti pur di far ridere i compagni di classe, scoprendo fin da giovanissima che «se devi fare il numero, devi essere convinto».
In questa intervista con Malcom Pagani, Emanuela Fanelli racconta i retroscena di "Peccato", la nuova serie comedy che la vede protagonista. Rigettando l'idea di un umorismo calato "dall'alto" e l'ansia dei tempi moderni per la «condanna dei virgolettati», l'attrice riflette sulla genesi della sua comicità: dalle risate che accompagnavano i momenti difficili nella sua famiglia all'influenza fondamentale di Anna Marchesini, un vero genio capace di insegnarle le sfumature dell'assurdo. Tra un omaggio alla commovente battuta finale del "Dramma della gelosia" di Ettore Scola e una surreale parentesi sui suoi traumi infantili guardando Fantozzi e Dumbo, Emanuela Fanelli rivela la propria consapevolezza da artista che ha conosciuto la gavetta (dal call center alle scuole materne) e che oggi sa guardare con leggerezza alle storture di un ambiente dove l'ego è sempre pronto a divorare la gratitudine.
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Ep. 153:
Cresce a San Pietro Magisano, in una casa senza acqua corrente né elettricità, e da bambino scambia il cinema Politeama di Catanzaro per «la casa della signora Gilda».
In questa intervista con Malcom Pagani, Gianni Amelio attraversa le assenze e gli incontri che hanno costruito la sua vita: il padre emigrato in Argentina, la madre Audina, «una specie di spirito guida», l’arrivo a Roma e i set con Anouk Aimée, Anna Magnani e Jean-Louis Trintignant. Racconta l’origine autobiografica di "Nessun dolore", nato da una casa che si riempì dei parenti del figlio adottivo, e torna sui temi che attraversano il suo cinema: la famiglia, la migrazione, la paura e l’accoglienza, perché «respingere esseri umani è un delitto». Tra l’Oscar che «porta sfiga», il desiderio di tornare subito sul set e l’orgoglio di essere «un padre eccezionale» e «un nonno ancora più perfetto», conferma il solo patto che non ha mai voluto infrangere: «Non tradirei mai lo spettatore».
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Ep. 152
Nonostante i momenti di gioia, nella sua vita c'è «sempre una venatura di colpa» e che ciò che resta addosso col tempo non è il dolore della tortura che ha subito, ma l'inadeguatezza «per essere vivo, mentre gli altri non sono mai più tornati».
In questa intervista con Malcom Pagani, lo sceneggiatore e regista Marco Bechis ripercorre il trauma fondativo della sua esistenza: il sequestro del 19 aprile 1977 e i dieci giorni di prigionia vissuti nel Club Atlético, uno dei 430 centri di detenzione illegale in Argentina. Sopravvissuto alla dittatura, Bechis analizza le derive psicologiche di una impunità inconscia per cui il reduce si sente legittimato dal dolore a prevaricare sugli altri. Nel ripercorrere il suo esilio in Italia, dall'accoglienza in una casa occupata a Milano in "quota rifugiato" in un collettivo omosessuale, fino all'innalzamento di muri interiori ed esteriori, Bechis svela la matrice artistica che anima i suoi lavori, da "Garage Olimpo" all'ultimo "Ritorno a Buenos Aires". Rigettando ogni forma di psicanalisi e le derive "pornografiche" del dolore sbattuto in prima pagina, il regista spiega perché la potenza del cinema, secondo lui, risieda nel "caos organizzato" del set e nel suggerire la violenza anziché mostrarla, per lasciare nello spettatore un'eco insopportabile e persistente e ricordare che le atrocità del passato sono un modello autocratico «tragicamente attuale».
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Ep:151.
Dice che «l'ironia è il metro migliore per valutare le persone».
In questa intervista con Malcom Pagani, Pietro Castellitto ripercorre l'eredità artistica di una famiglia che ha sempre «desacralizzato ogni cosa». Dal set dove a sei anni scopre l'alba per la prima volta alle prime insofferenze giovanili piene di tic, fughe e teatrini surreali, Castellitto esplora la propria malinconia per l'infanzia, l'eterna illusione del passato come luogo dove, per lui, «le speranze svolazzano libere». L'attore e regista racconta poi il senso di asfissia nel dover sempre combattere i pregiudizi di chi «presume di conoscerti» e la pausa dal cinema a 24 anni per rifugiarsi in un esilio filosofico, e svela infine i dettagli della sua attualità e dei suoi ultimi progetti, e la recente e surreale parentesi tennistica alla Nadal Academy.
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Ep. 150:
Dice che ha iniziato a recitare per «l'esigenza di fuggire da casa mia» e che il poter essere qualcun altro per mesi rappresenta una dolcissima dannazione che gli offre «una tregua da me stesso».
In questa intervista con Malcom Pagani, Dario Aita ripercorre le tappe della sua vita e della sua carriera: dalle radici nel quartiere palermitano di Cruillas alla fuga in pullman verso Roma a diciannove anni, guardando dal finestrino la sua vecchia vita. L'attore confessa di non aver coltivato la vocazione della recitazione fin da bambino, ma di aver trovato nel palcoscenico un luogo privo di regole e l'unica vera terapia a un'ansia cronica che descrive come «una sorta di fame». Aita svela poi con estrema lucidità numerosi retroscena sui set e sui registi incrociati nel suo percorso: dai primi passi spaesati ne "La prima linea" di Renato De Maria, dove per restare nell'inquadratura fu costretto a recitare spalla a spalla con Riccardo Scamarcio, la profonda immersione per interpretare Franco Battiato e il surreale primo incontro con Paolo Sorrentino per "Parthenope". Difendendo l'onestà intellettuale di chi sa riconoscere i progetti mediocri senza ipocrisie, Aita dice di trovare la gioia più assoluta negli occhi della figlia, il suo personale «stargate» verso un altrove.
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Ep. 149:
Dice che «dolore» nella vita l'ha sempre incontrato e che, anzi, non trovarlo e non capire così dove sta e come si sta muovendo, lo «terrorizza».
Ragazzo riflessivo nella Roma degli anni '80, cresciuto con il mito dell'Argentario e con le tensioni tra la semplicità materna e l'animo aristocratico, seppur libero da etichette, del padre, in questa intervista con Malcom Pagani, Guido Brera ripercorre le tappe di una vita vissuta tra la voglia di riscatto e il desiderio di appartenenza. Brera racconta di aver trovato presto la propria strada allontanandosi da una capitale in cui, confessa, era «tagliato completamente fuori»: da un back office in Fineco fino a fondare una società a soli 29 anni, l'imprenditore racconta poi l'ascesa fulminea e totalizzante nel mondo spietato degli hedge fund. Tra l'ammissione dei propri errori sui divieti imposti ai figli e le riflessioni sulla finanza moderna, trasformatasi in strumento biopolitico entrando prepotentemente «nella carne delle persone», Brera si sofferma sui bivi fondamentali della sua esistenza: dall'esperienza dura ma formativa come volontario alla Stazione Centrale di Milano accanto a Frate Ettore, fino al ritiro esistenziale, in un momento di estrema fragilità, in un maso di montagna a 2000 metri.
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Ep. 148:
Dice che le vecchie zie all'Olgiata non avrebbero mai «l'ascella pezzata» e che Roma ha una capacità «abbandonica» di farti «stare tra le rovine».
In questa intervista con Malcom Pagani, Michele Masneri ripercorre le sue radici, diviso fin dall'infanzia tra i nonni paterni "fattivi" e una nonna materna araldica dedita a genealogie e film di Visconti. Fuggito dalla "Pretoria" di Brescia e dalle mitomanie di Gorizia per approdare alla Capitale, il giornalista riflette sulla fauna letteraria e sociale del nostro tempo, partendo dai fari intramontabili del Novecento: dall'Ennio Flaiano capace di non farsi mai inglobare nel "canone" dei giusti, all'Alberto Arbasino "lord inglese" ed esemplare per il suo 100% di presenze in Parlamento. Tra aneddoti leggendari, come i sadici colloqui telefonici di un'estate fantasma con l'ingegnere Carlo De Benedetti, Masneri osserva le nevrosi dell'epoca contemporanea: dall'abitudine di schierarsi in "batteria" per paura di una shitstorm sui social all'esasperazione della purezza morale a tutti i costi.
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