Era la sera del 27 luglio del 1835 quando il piccolo Giosuè nacque a Valdicastello, in Versilia, a poca distanza da Castagneto, dove rimase solo per pochi anni. Il padre Michele, medico condotto, il 25 ottobre del 1838 si deve stabilire a Bolgheri, in Maremma, poiché perseguitato per le sue idee liberali e carbonare. È qui che Giosuè visse l’infanzia e la prima adolescenza solitaria, in un intimo contatto con una natura deserta e scabra e tuttavia vigorosa. Sentiva nel paesaggio muto, riaffiorare la memoria delle antiche civiltà, che riviveva fondendole con l’indefinito sognare dell’adolescenza. Sono gli anni in cui matura il suo sentimento della vita: un istintivo amore e desiderio di comunione con la natura, che nel contempo reca in sé il senso della morte. E già fin d’allora Giosuè cercava di superare questo contrasto con l’ideale di un’esistenza magnanima, animata dall’amore della patria, della libertà e della giustizia: un ideale che si era formato ascoltando la voce dei suoi poeti, Alfieri soprattutto, e Foscolo. Anche se giovanissimo, il ragazzo prometteva bene. Nel 1860, Terenzio Mamiani, ministro della Pubblica Istruzione, lo nominò professore di letteratura italiana all’Università di Bologna, e in questa città, amata come una seconda patria, Carducci visse fino alla morte, qui pubblicò le sue poesie migliori e i suoi più importanti scritti critici e compì le sue fondamentali esperienze politiche e culturali.
©Editoriale Programma – Alessandra Artale