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Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Ci sono momenti in cui andiamo avanti quasi in automatico. Facciamo quello che c’è da fare, rispondiamo agli impegni, pensiamo alle cose da sistemare… e intanto passano giorni, settimane, a volte mesi, senza che ci fermiamo davvero a capire come stiamo.
E allora può essere utile fermarsi un attimo e farsi tre domande.
Come sto, adesso?
Cosa mi manca davvero?
E cosa mi farebbe bene?
Sembrano domande immediate. In realtà, se provi a rispondere senza fretta, può venir fuori molto più di quello che pensi.
Partiamo da “Come sto, adesso?”.
Spesso rispondiamo in automatico. Bene. Tutto a posto. Sono solo stanco. Ma magari dormiamo male da giorni, siamo più irritabili del solito, facciamo fatica a concentrarci, rimandiamo cose che normalmente affronteremmo senza problemi.
E magari non ce ne siamo nemmeno accorti.
Chiedersi come stiamo vuol dire fare un piccolo controllo. Non per analizzare tutto, ma per capire dove siamo.
Forse siamo stanchi. Forse delusi. Forse arrabbiati. Forse semplicemente pieni. Oppure, al contrario, stiamo bene e non ci siamo neanche dati il tempo di accorgercene
Poi arriva la seconda domanda.
Cosa mi manca davvero?
Questa è più difficile, perché spesso la prima risposta non è quella giusta.
“Mi manca tempo.”
Va bene. Ma tempo per cosa?
“Mi manca motivazione.”
Sì, ma per fare cosa?
“Mi manca qualcuno accanto.”
Può essere. Oppure magari ti manca sentirti ascoltato. Ti manca avere uno spazio tuo. Ti manca poter dire una cosa senza doverla spiegare dieci volte.
A volte diciamo di avere bisogno di una vacanza, quando in realtà avremmo bisogno di smettere di essere disponibili per tutti.
Diciamo di voler cambiare lavoro, ma magari quello che non sopportiamo più è come veniamo trattati.
Diciamo di volere più sicurezza, ma forse stiamo aspettando una certezza che non arriverà mai.
Capire cosa ci manca davvero cambia anche il tipo di risposta che possiamo darci.
E poi c’è la terza domanda.
Cosa mi farebbe bene?
Questa ci porta un po’ più vicino a qualcosa di concreto.
Perché possiamo capire benissimo come stiamo e cosa ci manca, ma poi continuare esattamente come prima.
Cosa mi farebbe bene?
Magari parlare con qualcuno.
Magari dire no.
Magari dormire.
Magari uscire.
Magari restare a casa senza sentirsi in colpa.
Magari smettere per un giorno di cercare una soluzione.
Oppure affrontare una conversazione che continuiamo a rimandare.
E qui vc’è un punto importante.
Quello che ci farebbe bene non è sempre quello che ci farebbe stare meglio nell’immediato.
Sono due cose diverse.
A volte evitare una situazione ci dà sollievo. Rimandare una decisione ci fa respirare per qualche ora. Distrarci ci aiuta a non pensarci.
Ma non sempre quello che ci dà sollievo ci fa bene davvero.
A volte ci farebbe bene mettere un confine. Dire una cosa scomoda. Chiedere aiuto. Accettare che una situazione non cambierà. Oppure lasciare andare qualcosa su cui abbiamo investito molto.
Per questo queste tre domande possono diventare una piccola abitudine.
Non serve aspettare di essere in difficoltà.
Puoi fartele alla fine della giornata. Durante una passeggiata. In macchina. La domenica mattina. O semplicemente quando senti che qualcosa non torna e non riesci ancora a capire cosa.
Come sto, adesso?
Cosa mi manca davvero?
Cosa mi farebbe bene?
E poi prova a non rispondere troppo in fretta.
Lascia venire fuori quello che c’è.
Perché a volte la risposta ce l’abbiamo già. Semplicemente siamo troppo occupati per ascoltarla.
E allora oggi ti lascio proprio con queste tre domande.
Non devi risolvere niente subito.
Prova solo a rispondere.
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Ci sentiamo nel prossimo episodio.
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Perché scrivere i propri desideri aiuta a realizzarli.
C’è una differenza enorme tra avere qualcosa in testa e metterlo nero su bianco. Finché un desiderio resta soltanto un pensiero, può cambiare forma continuamente. Oggi sembra importante, domani viene coperto da un’urgenza, tra una settimana quasi ce ne dimentichiamo. Quando invece lo scriviamo, succede qualcosa di molto concreto: siamo costretti a dargli delle parole.
“Vorrei cambiare qualcosa nella mia vita” è un pensiero. “Vorrei trovare un lavoro che mi lasci più autonomia e più tempo per me” è già una direzione. “Vorrei stare meglio” è molto generico. “Vorrei ritrovare energia, dormire meglio e avere più spazio per le persone a cui tengo” comincia a raccontare qualcosa di preciso.
Scrivere ci obbliga a scegliere. A togliere un po’ di nebbia.
E questo è il primo motivo per cui può aiutarci: rende più chiaro ciò che vogliamo.
Naturalmente scrivere un desiderio non significa farlo accadere per magia. Non basta prendere un quaderno, scrivere una frase e aspettare che la realtà si adegui. Ma quando una cosa diventa più chiara, diventa anche più facile riconoscere le decisioni che possono portarci in quella direzione.
Pensiamo a una situazione molto semplice. Se una persona dice: “Vorrei viaggiare di più”, probabilmente quel desiderio continuerà a convivere con cento altre cose. Ma se scrive: “Entro il prossimo anno voglio organizzare due viaggi, anche brevi, perché sento il bisogno di conoscere posti nuovi e interrompere la routine”, cambia qualcosa. Non ha ancora prenotato nulla. Però adesso può iniziare a chiedersi quanto mettere da parte, quando potrebbe partire, cosa dovrebbe organizzare.
Il desiderio comincia a incontrare la realtà.
E c’è un secondo aspetto che trovo interessante. Quando scriviamo, possiamo vedere meglio le contraddizioni.
Magari diciamo di desiderare più tranquillità, ma riempiamo ogni spazio libero. Diciamo di volere più tempo per noi e continuiamo a dire sì a qualsiasi richiesta. Diciamo di voler cambiare lavoro, ma non dedichiamo mai nemmeno mezz’ora a capire quali alternative potrebbero interessarci.
Mettere le cose per iscritto crea una specie di confronto tra ciò che diciamo di volere e ciò che stiamo facendo davvero.
Non per giudicarci. Per osservare.
E qualche volta scopriamo che il problema non è non avere desideri. È averne troppi, tutti insieme.
Vogliamo cambiare lavoro, iniziare un corso, allenarci di più, leggere, viaggiare, migliorare una relazione, imparare una lingua, avere più tempo libero. Tutto legittimo. Ma quando ogni cosa ha la stessa priorità, alla fine spesso non ne ha nessuna.
Scrivere permette anche di scegliere.
Quale di questi desideri, oggi, conta davvero per me? Quale avrebbe un impatto concreto sulla mia vita? Quale sto inseguendo perché lo voglio io e quale perché mi sembra qualcosa che dovrei volere?
Questa distinzione può cambiare molto.
Poi c’è un altro passaggio: trasformare il desiderio in qualcosa che possiamo iniziare.
Supponiamo che io scriva: “Vorrei sentirmi più preparato nel mio lavoro”. Posso lasciarlo così oppure posso chiedermi: cosa significherebbe concretamente? Studiare un tema nuovo? Frequentare una formazione? Chiedere di partecipare a un progetto diverso? Confrontarmi con qualcuno più esperto?
A quel punto il desiderio non è ancora un obiettivo completo, ma ha già prodotto possibilità.
Ed è qui che la scrittura diventa interessante. Perché libera spazio mentale e allo stesso tempo ci rimette davanti alle nostre parole. Possiamo tornarci dopo una settimana e chiederci: lo voglio ancora? È cambiato qualcosa? Questa cosa mi interessa davvero oppure era soltanto l’entusiasmo di un momento?
Anche cambiare idea è utile.
A volte scrivere un desiderio ci aiuta proprio a capire che non lo vogliamo abbastanza. Magari ci piace l’idea del risultato, ma non tutto ciò che comporta. Ci piace immaginare una certa vita, ma quando iniziamo a descriverla in modo concreto ci accorgiamo che non ci rappresenta davvero.
E allora il foglio non serve soltanto a realizzare desideri. Serve anche a selezionarli.
Potresti provare un esercizio molto semplice. Prendi un foglio e scrivi cinque cose che vorresti per i prossimi dodici mesi. Senza pensare subito a cosa sia realistico o corretto. Poi rileggile e, per ciascuna, prova ad aggiungere due domande: “Perché la voglio?” e “Come mi accorgerei che sta iniziando a diventare reale?”
Non devi avere subito tutte le risposte.
Magari una frase resterà vaga. Un’altra, invece, inizierà immediatamente a suggerirti qualcosa.
Ed è proprio lì che può nascere il primo passo.
Perché molto spesso i desideri non falliscono per mancanza di volontà. Rimangono semplicemente troppo indistinti. Li pensiamo, li ripetiamo, ogni tanto ci torniamo sopra, ma non li mettiamo mai davvero davanti a noi.
Scrivere può cambiare questo.
Può trasformare “prima o poi” in qualcosa che possiamo osservare. Può far emergere ciò che conta. Può mostrarci la distanza tra quello che desideriamo e quello che stiamo facendo. E soprattutto può aiutarci a scegliere da dove cominciare.
La domanda con cui voglio lasciarti oggi è questa:
Se dovessi scrivere adesso, senza pensarci troppo, le tre cose che desideri davvero per il prossimo anno, quali sarebbero?
E tra quelle tre, quale meriterebbe già oggi un primo piccolo passo?
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Ci sentiamo nel prossimo episodio.
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Non puoi arrivare dove vuoi se non sai dove stai andando.
Sembra una frase semplice, quasi ovvia. Eppure capita spesso di vivere settimane, mesi, a volte anni, pieni di cose da fare senza fermarsi davvero a capire verso cosa stiamo andando.
Lavoriamo, organizziamo, rispondiamo, risolviamo problemi, inseguiamo scadenze. Siamo occupati. Ma essere occupati non significa avere una direzione.
Puoi fare moltissima strada e accorgerti, a un certo punto, di essere arrivato in un posto che non avevi scelto.
Succede anche con gli obiettivi. Diciamo di voler stare meglio, cambiare lavoro, avere più tempo, migliorare una relazione, sentirci più soddisfatti. Ma sono intenzioni ancora molto larghe. “Voglio stare meglio” può voler dire cento cose diverse. “Voglio cambiare vita” ancora di più.
Se non definiamo cosa stiamo cercando, diventa difficile anche capire quali scelte ci stanno avvicinando e quali, invece, ci stanno portando altrove.
Questo non significa dover avere un piano perfetto per i prossimi dieci anni. La vita cambia, noi cambiamo, cambiano le condizioni intorno a noi. Una direzione può essere rivista. Un obiettivo può essere modificato. Possiamo anche accorgerci che quello che volevamo un tempo oggi non ci interessa più.
Ma qualcosa dobbiamo pur scegliere.
Altrimenti rischiamo di lasciare che siano le urgenze, le aspettative degli altri o semplicemente l’abitudine a decidere per noi.
Una domanda che può aiutare è questa: “Se continuassi a vivere esattamente come sto vivendo adesso, dove mi porterebbe questa direzione tra uno, tre o cinque anni?”
Non serve fare previsioni precise. Basta osservare.
Se continui a rimandare una decisione, probabilmente quella situazione resterà molto simile. Se dedichi quasi tutto il tuo tempo a cose che non senti importanti, difficilmente avrai più spazio per ciò che dici di volere. Se ogni giorno scegli ciò che è urgente e lasci sempre indietro ciò che conta per te, prima o poi quella distanza si farà sentire.
A volte pensiamo di avere un problema di motivazione. Ma potremmo avere semplicemente un problema di direzione.
È difficile essere costanti verso un obiettivo che non riusciamo nemmeno a descrivere. È difficile scegliere una strada se qualsiasi strada sembra andare bene.
Ecco perché può servire rendere le cose più concrete.
Invece di dire “Voglio stare meglio”, prova a chiederti: come me ne accorgerei? Cosa sarebbe diverso nelle mie giornate? Cosa farei di più? Cosa farei di meno?
Invece di “Voglio un lavoro migliore”: migliore in che senso? Più autonomia? Più tempo? Più responsabilità? Più sicurezza? Più possibilità di imparare?
Le parole contano perché, quando diventano più precise, iniziano anche a orientarci.
Poi c’è un altro passaggio: verificare se quello che diciamo di volere è davvero compatibile con il modo in cui stiamo vivendo.
A volte vogliamo due cose che tirano in direzioni opposte. Vogliamo più tempo libero, ma continuiamo ad accettare ogni impegno. Vogliamo cambiare, ma cerchiamo una certezza assoluta prima di fare qualsiasi passo. Vogliamo una relazione diversa, ma continuiamo a comportarci nello stesso modo.
Non è incoerenza. È normale avere parti di noi che vogliono cose diverse.
Però può essere utile accorgersene.
Perché avere una direzione non significa sapere già tutto. Significa avere un criterio per scegliere.
Quando una possibilità arriva, posso chiedermi: mi avvicina o mi allontana da ciò che sto cercando?
Quando devo decidere come usare il mio tempo: questa scelta è coerente con la direzione che dico di volere?
Quando continuo a rimandare qualcosa: sto aspettando il momento giusto oppure sto evitando di scegliere?
Sono domande meno spettacolari di una grande dichiarazione sul futuro, ma spesso sono molto più utili.
La direzione si costruisce anche così, attraverso scelte piccole e ripetute.
Non devi sapere oggi dove sarai tra dieci anni. Ma può essere utile sapere almeno verso cosa vuoi muoverti adesso.
E forse la domanda con cui voglio lasciarti è proprio questa:
Se guardassi alle tue scelte degli ultimi mesi, diresti che stanno portando nella direzione che desideri?
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Ci sentiamo nel prossimo episodio.
Come trovare la propria strada nella vita?
È una domanda enorme. E forse proprio per questo rischia di bloccarci. Perché quando pensiamo alla “nostra strada” immaginiamo qualcosa che dovremmo riconoscere subito, quasi fosse già lì da qualche parte ad aspettarci. Il lavoro giusto, la persona giusta, il progetto giusto, il posto giusto. E se non riusciamo a vederlo, iniziamo a pensare di essere in ritardo.
Ma spesso la strada non si trova tutta insieme. Si costruisce mentre camminiamo.
A volte guardiamo gli altri e ci sembra che abbiano capito tutto prima di noi. Hanno scelto un lavoro, costruito una famiglia, cambiato città, aperto un’attività. Sembrano avere una direzione precisa. Poi guardiamo la nostra vita e vediamo dubbi, tentativi, ripensamenti. E la conclusione arriva in fretta: “Io non so cosa voglio”.
Ma sapere esattamente cosa vogliamo per i prossimi vent’anni non è l’unico modo per avere una direzione. Possiamo anche partire da qualcosa di più vicino: cosa conta per me adesso? Cosa mi interessa? Cosa continua a tornare nei miei pensieri? In quali situazioni mi sento più presente? E quali, invece, mi stanno lentamente spegnendo?
Perché trovare la propria strada non significa necessariamente scoprire una vocazione nascosta. Può significare iniziare a riconoscere ciò che ci somiglia e ciò che non ci somiglia più.
E questo richiede anche di accettare una cosa poco comoda: alcune scelte che abbiamo fatto anni fa potrebbero non rappresentarci più.
Possiamo aver scelto un lavoro che sembrava perfetto a venticinque anni e sentirlo stretto a quaranta. Possiamo aver inseguito un obiettivo per molto tempo e accorgerci, una volta vicini, che non ci interessa più così tanto. Possiamo cambiare idea. Non significa necessariamente aver sbagliato. Significa che nel frattempo siamo cambiati anche noi.
Il problema nasce quando continuiamo a seguire una direzione soltanto perché abbiamo già investito tanto tempo per arrivarci. “Ormai ho iniziato.” “Ormai ho studiato per questo.” “Ormai tutti mi conoscono così.” E così il passato finisce per decidere anche il futuro.
In questi momenti può essere utile smettere per un attimo di chiedersi “Qual è la strada giusta?” e fare una domanda più concreta: “Qual è il prossimo passo che oggi mi sembra coerente con me?”
Non serve avere una mappa completa.
Magari il prossimo passo è informarsi su qualcosa che ci incuriosisce. Parlare con una persona che fa un lavoro diverso dal nostro. Riprendere un interesse abbandonato. Frequentare un corso. Dire un no. Provare qualcosa senza sapere ancora se diventerà parte della nostra vita.
Ci sono direzioni che diventano chiare solo dopo averle sperimentate.
Pensare può aiutarci molto, ma a un certo punto dobbiamo anche raccogliere esperienza. Perché alcune risposte non arrivano stando fermi a ragionare. Arrivano quando facciamo qualcosa e osserviamo cosa succede dentro di noi.
Mi interessa davvero?Mi dà energia oppure mi prosciuga?Lo farei anche se nessuno lo vedesse?Sto andando in questa direzione perché la voglio oppure perché mi sembra quella più accettabile?
E poi c’è il confronto con gli altri. È quasi inevitabile. Vediamo qualcuno che alla nostra età sembra essere molto più avanti e iniziamo a misurare la nostra vita con la sua. Ma stiamo confrontando due storie diverse, con desideri, possibilità, tempi e priorità diverse.
Essere avanti rispetto a chi?
Forse una persona ha una carriera che ammiriamo e desidera la libertà che abbiamo noi. Un’altra ha raggiunto un obiettivo che inseguiamo da anni e nel frattempo si sta chiedendo se fosse davvero quello che voleva.
Da fuori vediamo risultati. Molto raramente vediamo dubbi, rinunce, errori, compromessi e cambi di direzione.
Per questo credo sia utile riportare la domanda su di noi.
Se togliessi per un momento quello che gli altri si aspettano da me, cosa rimarrebbe?
Non è detto che arrivi una risposta immediata. E non è un problema. A volte iniziamo semplicemente a vedere meglio quello che non vogliamo più. Anche quello è un indizio.
Trovare la propria strada può essere molto meno spettacolare di quanto immaginiamo. Può iniziare da una piccola scelta fatta diversamente. Da una conversazione. Da un interesse seguito con più attenzione. Da qualcosa che proviamo e poi decidiamo di lasciare perdere.
Ci saranno deviazioni. Ci saranno momenti in cui torneremo indietro. E ci saranno scelte che, col senno di poi, avremmo fatto diversamente.
Fa parte del processo.
Forse il punto non è arrivare un giorno a dire: “Finalmente ho trovato la mia strada e da qui non cambierà più nulla”.
Forse è imparare a riconoscere, di volta in volta, quando la direzione che stiamo seguendo continua ad appartenerci.
E allora la domanda con cui voglio lasciarti oggi è questa:
Se non dovessi decidere tutta la tua vita adesso, quale sarebbe il prossimo passo che senti davvero tuo?
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Ci sentiamo nel prossimo episodio.
Dino
Ci sarà sempre qualcuno che proverà a sminuirti: non lasciare che definisca il tuo valore.
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Ci sarà sempre qualcuno che proverà a sminuirti: non lasciare che definisca il tuo valore.
A volte succede in modo evidente. Una critica, una frase tagliente, un commento che cerca apertamente di metterti in difficoltà. Altre volte è molto più sottile. Una battuta ripetuta, un risultato minimizzato, una tua idea liquidata in pochi secondi, quella sensazione di dover sempre dimostrare qualcosa per essere preso sul serio.
E il punto è che, dopo un po’, rischiamo di fare una cosa pericolosa: iniziamo a guardare noi stessi con gli occhi di chi ci sminuisce.
Cominciamo a chiederci se forse siamo davvero meno capaci, meno interessanti, meno competenti, meno forti di quanto pensavamo. E magari quella voce esterna diventa così presente da trasformarsi in una voce interna.
“Non sono abbastanza.”
“Forse non valgo davvero così tanto.”
“Forse gli altri hanno ragione.”
È qui che il problema diventa più grande.
Perché essere criticati fa parte della vita. Non possiamo controllare completamente ciò che gli altri pensano di noi, il modo in cui ci giudicano o il bisogno che qualcuno può avere di sentirsi superiore. Quello che possiamo osservare, invece, è quanto spazio concediamo a quelle parole.
Non tutte le critiche sono uguali. Alcune possono aiutarci a crescere. Possono mostrarci qualcosa che non avevamo visto, farci riflettere, migliorare un comportamento o correggere un errore. Ma una critica utile e un tentativo di sminuire non sono la stessa cosa.
Una critica costruttiva riguarda qualcosa che hai fatto. Lo sminuire, invece, spesso colpisce ciò che sei.
C’è una grande differenza tra sentirsi dire: “Su questo progetto avresti potuto organizzarti meglio” e sentirsi dire: “Tu non sei capace di organizzare niente”.
Nel primo caso c’è un comportamento che può essere osservato e migliorato. Nel secondo c’è un giudizio globale sulla persona.
E quando questi giudizi arrivano da persone importanti per noi, colleghi, amici, partner, familiari, possono pesare molto di più.
A volte, però, continuiamo a cercare proprio da quelle persone il riconoscimento che non ci stanno dando. Facciamo di più, dimostriamo di più, ci impegniamo ancora di più, sperando che prima o poi arrivi quel famoso: “Bravo, avevi ragione tu”.
Ma non sempre arriva.
E forse una delle cose più difficili da accettare è proprio questa: potremmo non riuscire mai a convincere alcune persone del nostro valore.
Non perché quel valore non esista, ma perché non dipende dal loro riconoscimento.
Quindi cosa possiamo fare in questo caso?
Possiamo iniziare da una domanda molto semplice: “Quello che questa persona sta dicendo di me è un’informazione utile oppure è un giudizio che sto trasformando in una verità?”
Perché spesso confondiamo le due cose.
Qualcuno può non apprezzare il tuo lavoro e il tuo lavoro può comunque avere valore. Qualcuno può non capire una tua scelta e quella scelta può comunque essere giusta per te. Qualcuno può considerarti troppo ambizioso, troppo sensibile, troppo tranquillo, troppo diretto, troppo diverso. Ma il fatto che una persona abbia un’opinione su di te non significa che quella opinione sia una definizione.
Può essere semplicemente il suo punto di vista.
Un altro aspetto importante è osservare il tuo dialogo interno. Quando vieni sminuito, cosa ti dici subito dopo?
Ti difendi mentalmente? Ti attacchi? Cerchi conferme? Oppure inizi automaticamente a credere che l’altro abbia ragione?
Questa parte è importante perché il modo in cui parliamo a noi stessi può amplificare enormemente ciò che succede fuori.
Se una persona ti fa un commento spiacevole e tu continui a ripetertelo per tre giorni, quel commento non dura più trenta secondi. Continua a vivere dentro di te.
Ecco perché può essere utile creare una piccola distanza tra ciò che viene detto e ciò che scegli di credere.
Non significa diventare impermeabili alle opinioni degli altri. Sarebbe poco realistico. Significa imparare a valutarle.
“Questa persona mi conosce davvero?”
“Ha elementi sufficienti per giudicare questa situazione?”
“C’è qualcosa di utile che posso prendere da quello che ha detto?”
“Oppure sto dando troppo peso a un’opinione che non merita tutto questo spazio?”
Sono domande semplici, ma possono cambiare molto il modo in cui viviamo certe situazioni.
Poi c’è un altro punto che considero importante: il tuo valore non coincide con la tua prestazione.
Puoi sbagliare un progetto senza essere un fallimento. Puoi ricevere un rifiuto senza essere una persona da rifiutare. Puoi vivere un periodo di difficoltà senza diventare improvvisamente meno valido.
Eppure spesso facciamo proprio questo. Trasformiamo ciò che accade in un’identità.
“Ho fallito” diventa “sono un fallito”.
“Non mi hanno scelto” diventa “non sono abbastanza”.
“Mi hanno criticato” diventa “forse hanno capito chi sono davvero”.
Ma un episodio non è una definizione.
E nemmeno l’opinione di qualcuno lo è.
Forse la parte più importante è proprio questa: costruire una percezione di sé abbastanza solida da poter ascoltare anche le critiche senza lasciare che ogni giudizio ci sposti completamente.
Non significa pensare di avere sempre ragione. Significa riuscire a dire: “Posso ascoltare quello che mi stai dicendo, posso rifletterci, posso anche cambiare idea, ma non consegnerò a te il diritto di decidere quanto valgo”.
Perché quel diritto, in fondo, non appartiene a nessun altro.
Ci sarà sempre qualcuno che ti apprezzerà e qualcuno che non lo farà. Qualcuno che riconoscerà il tuo valore e qualcuno che probabilmente lo metterà in discussione.
Il tuo lavoro non è convincere tutti.
Il tuo lavoro è imparare a distinguere ciò che può aiutarti a crescere da ciò che rischia soltanto di farti diventare più piccolo.
E forse la domanda con cui voglio lasciarti oggi è questa:
“Quanto del modo in cui vedo me stesso appartiene davvero a me, e quanto invece l’ho costruito attraverso gli occhi degli altri?”
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Ci sentiamo nel prossimo episodio.
Dino Bisi – Coach & Counselor
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e ho deciso di aprire questo spazio perché sentivo il bisogno di avere un luogo diverso dai social, più lento, più diretto e anche un po’ più profondo. Un luogo in cui fermarsi qualche minuto e parlare di crescita personale, consapevolezza, relazioni, lavoro, cambiamento e di tutte quelle situazioni in cui, prima o poi, ci troviamo a chiederci: “E adesso, cosa faccio?”
Nel mio lavoro incontro spesso persone che stanno attraversando momenti di cambiamento, che vogliono raggiungere un obiettivo, prendere una decisione, capire meglio una situazione o semplicemente fare un po’ di ordine tra pensieri, emozioni e aspettative. E una cosa che ho imparato è che spesso non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica cosa fare. Abbiamo bisogno di uno spazio in cui riuscire a vedere meglio quello che sta succedendo dentro e intorno a noi.
Questo podcast nasce proprio da qui. Dal desiderio di creare uno spazio in cui fermarsi, anche solo per pochi minuti, e provare a guardare le cose da una prospettiva diversa. Non con l’idea di trovare una risposta perfetta, ma magari una domanda più utile. Perché a volte continuiamo a cercare soluzioni senza esserci ancora fatti la domanda giusta.
Non troverai formule magiche, ricette universali o frasi motivazionali buone per tutti. E non troverai nemmeno qualcuno che pretende di dirti come dovresti vivere, cosa dovresti scegliere o quale sia la strada migliore per te. Vorrei invece portare riflessioni, domande, esempi concreti e punti di vista che possano aiutare a osservare meglio ciò che accade nella vita quotidiana.
Parleremo di scelte, paura, confini, relazioni, abitudini, cambiamento, autostima, obiettivi e motivazione. Ma parleremo anche di lavoro, comunicazione, leadership, gruppi, collaborazione e di quelle dinamiche che viviamo ogni giorno nelle organizzazioni e nei rapporti professionali. Perché la persona che siamo non rimane fuori dalla porta quando entriamo in ufficio. Il modo in cui comunichiamo, reagiamo alle difficoltà, affrontiamo un conflitto o prendiamo una decisione racconta molto di noi.
Ci saranno episodi in cui partiremo da una situazione molto semplice. Una conversazione che abbiamo rimandato. Una scelta che continuiamo a non fare. Un sì detto quando avremmo voluto dire no. Un obiettivo iniziato dieci volte e abbandonato altrettante. Quella sensazione di essere fermi quando, forse, stiamo semplicemente aspettando una certezza che nessuno potrà darci.
Altre volte partiremo da una domanda. Per esempio: quanto di quello che voglio nasce davvero da me? Perché faccio così fatica a mettere un confine? Sto cercando una soluzione oppure sto cercando di evitare una decisione? Quanto spazio lascio alle aspettative degli altri? Domande semplici, almeno in apparenza, ma che possono aprire riflessioni molto più profonde.
Vorrei che queste puntate restassero brevi. Cinque o sei minuti, più o meno. Un tempo che possiamo trovare anche nelle giornate piene. Durante una passeggiata, in macchina, in una pausa oppure semplicemente quando abbiamo voglia di staccare per qualche minuto dal rumore che ci circonda.
Ma breve non significa superficiale. Anzi, mi piacerebbe fare esattamente il contrario: prendere un solo tema alla volta e andare al punto. Senza riempire ogni spazio di parole, senza complicare ciò che può essere detto in modo semplice e senza avere la pretesa di chiudere ogni argomento con una risposta definitiva.
Questo per me non vuole essere un podcast in cui qualcuno parla e gli altri ascoltano passivamente. Mi piacerebbe pensarlo come una conversazione. Io porto una riflessione, tu puoi farla tua, metterla in discussione, collegarla alla tua esperienza oppure semplicemente lasciarla lì. Magari oggi non ti dice nulla e tra qualche settimana, vivendo una determinata situazione, quella stessa domanda torna fuori.
Perché non tutto quello che ascoltiamo deve produrre immediatamente un cambiamento. A volte un pensiero ha bisogno di tempo. A volte iniziamo semplicemente a osservare qualcosa che prima non vedevamo. E già questo può essere un primo movimento.
Anche il coaching e il counseling, per come li vivo io, hanno molto a che fare con questo. Non consegnare risposte già pronte, ma creare le condizioni perché una persona possa ascoltarsi meglio, riconoscere le proprie risorse, vedere possibilità che magari prima non considerava e scegliere con maggiore consapevolezza.
È questo lo spirito che vorrei portare anche qui.
Uno spazio semplice, concreto e senza troppe sovrastrutture. Alcuni minuti in cui rallentare un po’ e provare a capire meglio cosa ci sta succedendo.
Non sempre arriveremo a una risposta. E va bene così.
Magari usciremo da una puntata soltanto con una domanda in più. Ma se sarà una domanda capace di accompagnarci durante la giornata, di farci osservare qualcosa in modo diverso o di farci fermare prima di reagire automaticamente, allora questo spazio avrà già fatto il suo lavoro.
Io sono Dino Bisi, Coach e Counselor, e questo è il mio podcast.
Da qui cominciamo.
Ci sentiamo nel prossimo episodio.
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