Qual è dunque il vantaggio del Giudeo? Qual è l'utilità della circoncisione? Grande in ogni senso. Prima di tutto, perché a loro furono affidate le rivelazioni di Dio. Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio? No di certo! Anzi, sia Dio riconosciuto veritiero e ogni uomo bugiardo, com'è scritto:
«Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole
e trionfi quando sei giudicato».
Ma se la nostra ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio, che diremo? Che Dio è ingiusto quando dà corso alla sua ira? (Parlo alla maniera degli uomini.) No di certo! Perché, altrimenti, come potrà Dio giudicare il mondo?
Ma se per la mia menzogna la verità di Dio sovrabbonda a sua gloria, perché sono ancora giudicato come peccatore? Perché non «facciamo il male affinché ne venga il bene», come da taluni siamo calunniosamente accusati di dire? La condanna di costoro è giusta.
(Romani 3:1-8 - La Bibbia)
Indice della serie sulla Lettera ai Romani
Oggi viviamo in un mondo in cui dare la parola a qualcuno sembra non avere più alcun valore. Si dice una cosa e se ne fa un'altra con grande facilità.
Ma Dio è diverso da noi uomini. Quando dà la sua parola, Egli la mantiene.
Nei paragrafi precedenti Paolo aveva fatto capire che davanti a Dio non ci sarebbe stato alcun favoritismo e anche coloro che appartenevano al popolo di Israele, i Giudei, avrebbero reso conto a Dio delle proprie opere. In particolare Paolo aveva affermato che la circoncisione, pur essendo il segno del patto con Dio, non rappresentava alcuna garanzia di fronte al giudizio di Dio se non era accompagnata da una circoncisione del cuore ovvero da una trasformazione interiore, cosa di cui peraltro aveva già parlato Mosè (De 10:16). Anzi, una persona non Israelita, ma con un cuore che ama il Signore, sarebbe risultata più gradita a Dio di un Giudeo la cui religione fosse solo stata esteriore.
Quest'ultima affermazione poteva fare pensare a qualcuno, soprattutto alla componente greca dei primi lettori di questa lettera, che allora fosse ormai inutile essere Israeliti, come alcuni di essi avevano erroneamente cominciato a pensare.
Più avanti nella lettera ai Romani, in particolare nei capitoli 9-11, Paolo confuterà in maniera definitiva la tesi secondo cui Israele era ormai stato messo da parte da Dio, ma nel contesto immediato con questo brano volle subito evitare che questo pensiero serpeggiasse tra i suoi lettori.
Essere Giudeo rimaneva comunque un vantaggio e su questo non dovevano esserci dubbi. Era infatti un privilegio fare parte del popolo che aveva ricevuto le rivelazioni di Dio, il popolo che Dio aveva scelto per illuminare le altre nazioni essendo testimoni dell'unico vero Dio (Is 43:10-12, 44:8). D'altra parte quello rimaneva il popolo da cui, come Paolo aveva scritto all'inizio della lettera, discendeva il Messia secondo la carne, Colui che aveva portato a compimento il compito di essere Servo del Signore già affidato a Israele come popolo.
Se è vero che il popolo di Israele non aveva sempre onorato al meglio l'incarico di "Servo del Signore" ricevuto da Dio (Is 42:19), il Signore aveva comunque continuato a preservare il popolo finché fosse venuto il Messia che sarebbe stato davvero il Servo del Signore,