Misericordiati, a nostra volta misericordiamo! Vangelo e omelia nella II Domenica dopo Pasqua (o della “Divina Misericordia”), Urio, 24 aprile 2022
0:00 Vangelo della 2ª Domenica di Pasqua (o “della Divina Misericordia”)
3:11 Omelia
9:42 Titoli di coda
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In questa prima conclusione del suo Vangelo — poi c’è la seconda conclusione al capitolo XXI — Giovanni parla dei «segni che sono stati scritti in questo libro». Sono i famosi “sette segni” del IV Vangelo. E dice anche che non ha voluto scrivere tutto. Io — cercando ispirazione per questa domenica — sono andato a riascoltare le mie omelie del 2020 e del 2021: quella del 2020 era di dodici minuti, quella del 2021 — mi pare — sei o sette. E mi sono detto: quest’anno la voglio fare di tre minuti. Non so se ci riuscirò, però voglio essere breve.
Le apparizioni di Gesù, ai vari personaggi che conosciamo, sono manifestazioni di misericordia. E non di una misericordia generica, ma di una misericordia specifica verso singole persone e gruppi.
Voglio dire questo. Gesù innanzitutto appare alle donne. Perché alle donne? Perché gli erano state fedeli sul Calvario, e così come l’avevano visto di persona morire, era giusto che lo vedessero per prime vivo e risorto.
E alla Maddalena appare; lei lo confonde con l’ortolano — il custode del giardino dove era stato sepolto — e si fa riconoscere dalla Maddalena chiamandola per nome: «Maria».
E a questi uomini che faticavano a credere? (Non possiamo biasimarli: come si fa a credere alla risurrezione di un morto, e di un morto di morte violenta! Perché — sai — ci può essere anche una morte apparente; ma la morte violenta è morte). Gesù mostra loro «le mani e il fianco» — l’abbiamo appena ascoltato — come a dire: “Io sono il Crocifisso. Sono il Crocifisso che è risorto e vi dò la prova che sono proprio io, e non sono un sosia, non sono un altro Cristo; sono lo stesso Gesù Cristo che è stato crocifisso e sepolto”.
E a Tommaso che tra i Dodici è quello che è più indagatore, è più logico, che non crede finché non mette le sue dita al posto dei chiodi, perché è un tipo preciso e sa che il suo dito ha le dimensioni del chiodo che usavano i romani per la crocifissione e che la sua mano può entrare nel fianco, che è stato aperto dalla lancia, di cui è stato informato? A Tommaso Gesù dice: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».
Gesù manifesta la sua misericordia, la misericordia del Volto della Misericordia del Padre, con un amore specifico per persone specifiche.
Ancora. A Simon Pietro chiederà tre volte: «Simone, mi ami?», perché lui si portava dietro il senso di colpa del triplice rinnegamento. E Gesù gli domanda tre volte: «Mi ami?»; «Mi ami più degli altri?»; «Mi vuoi bene?»; per aiutarlo a superare quel senso di colpa; per purificarlo dal suo peccato.
Dio ama ciascuno di noi per quello che è: con le sue caratteristiche, con i suoi limiti, con le sue fissazioni.
E allora noi, noi che conosciamo la misericordia di Dio verso ciascuno, e verso di noi peccatori, increduli, che tante volte ci lasciamo facilmente rubare la speranza, che troppe volte lasciamo raffreddare il nostro amore, Dio ci chiede di usare misericordia verso gli altri. Di conoscere gli altri con i loro limiti. Non è che si tratta di “innamorarsi” degli uni o degli altri, o dell’umanità, perché tutti hanno i loro limiti, hanno le loro miserie, hanno i loro peccati. Ma tutti siamo chiamati ad amare gli altri come sono.
E allora concludo con un piccolo proposito concreto. Delle volte non possiamo parlare globalmente bene di una persona. Magari — appunto — di una persona assente; magari siamo provocati perché qualcuno ci dice questo o quello di una persona assente. Noi non è che dobbiamo sempre dire bene, anche falsificando i dati, perché questo è ingiusto, perché questo ci rende poco credibili, perché questo ci chiude anche alle confidenze altrui. Però esercitiamoci, tutte le volte che qualcuno dice male di qualcun altro, a tirare fuori qualcosa di buono di quell’altro, di quell’altra.
Esercitiamoci nella misericordia concreta verso gli altri, che non vuol dire chiudere gli occhi di fronte ai loro difetti, ma vuol dire saper anche riconoscere ciò che di buono c’è negli altri, ciò che Dio ama in loro; e testimoniarlo anche. Oggetto della misericordia di Dio, facciamoci agenti di misericordia! “Misericordiati” — per usare un neologismo, un verbo che usa Papa Francesco — noi stessi “misericordiati”, noi stessi “misericordiamo” gli altri.
Così sia! Amen!