Diciannovesimo episodio del PodCast di Ephèmera Firenze, L'Invisibile Addosso: Note di Cenere.
C’era un tempo in cui il profumo del pulito non aveva nulla di floreale o detergente. Sapeva di cenere. Le lenzuola bollivano nel paiolo, immerse nella lisciva, e l’odore che si sollevava non era quello del sapone, ma del fuoco già consumato. Una pulizia ruvida, ancestrale, che parlava di riti antichi, di braccia forti, di mani immerse nell’acqua bollente. Un sapere domestico tramandato senza parole. In questo episodio de L’invisibile addosso riaffiora il ricordo di mia nonna, il grembiule umido, il vapore che saliva lento, e quell’aroma lieve e polveroso che restava sulle lenzuola. Non era un profumo nel senso moderno del termine, ma una traccia. Una testimonianza. Oggi la chiameremmo “nota clean”, ma allora era semplicemente la certezza del pulito.
La cenere è stata il detersivo delle nostre antenate. Mescolata all’acqua bollente sprigionava potassio e sodio sotto forma di lisciva: caustica, purificante, efficace. Ma soprattutto lasciava una firma olfattiva silenziosa. Non copriva, non decorava: rimaneva. Una presenza discreta, quasi spirituale. Un’eco del fuoco domestico che continuava a vivere tra le fibre dei tessuti. La cenere, in sé, sembra non esistere. Eppure esiste potentemente nella memoria. In profumeria viene ricercata e suggerita attraverso accordi fumé, tabaccosi, affumicati. È una nota che non brilla, ma persiste. Evoca l’inverno, il silenzio delle case con il camino acceso, il gesto lento di ravvivare la brace, il tempo che si ferma mentre la legna si consuma. Vive anche nel rito dell’incenso, quando la resina scricchiola sul carboncino e il fumo sale verticale, profumando lo spazio come una preghiera. La nota di cenere è ciò che resta quando il profumo ha finito di parlare. Quando la fiamma si spegne e la legna ha concluso il suo rito di combustione.
È cenere tiepida, a volte ancora pulsante sotto la superficie. L’odore che emana non è più quello acre del fumo né quello vivo del legno: è secco, minerale, basso. Aderisce alle superfici. Si sente sui mattoni del camino, sulla pelle del braciere, nei tessuti che hanno assorbito giorni di calore. È intimo e persistente, come una voce che ha smesso di parlare ma continua a risuonare. Sul piano simbolico, l’odore della cenere segna la fine di un ciclo. Nei riti funebri viene dispersa per indicare un passaggio. È memoria della fiamma, ciò che resta dopo una passione intensa, ma anche spazio per la rinascita. Nei campi vulcanici la cenere fertilizza la terra. È la scrittura invisibile del fuoco. Catturare questo odore è difficile. I profumieri non cercano di riprodurlo fedelmente, ma di suggerirlo, come una nota musicale lontana. Accordi di legna carbonizzata, sfumature di carbone, betulla secca, effetti di pietra calda, muschi minerali che evocano polvere compatta e grigia. La cenere non si impone: accompagna.
C’è un momento brevissimo in cui la carta si arriccia sotto la fiamma, si solleva come pelle che fugge il fuoco, poi si dissolve. Resta una cenere fragile, volatile. Basta un soffio per disperderla. Ma l’odore rimane. Non è quello acre del fuoco, né quello balsamico della legna. È qualcosa di più asciutto, dolce e amaro insieme. Sa di grafite, di polvere di biblioteca, di inchiostro scomposto. È il profumo della parola cancellata, della pagina dimenticata, della storia che non verrà più letta. L’odore della carta che brucia dipende da molti fattori, ma ha tratti riconoscibili. La cellulosa produce un sentore secco, quasi dolce, simile al fieno arso o al cotone bruciato. Gli inchiostri rilasciano note metalliche o chimiche, le colle possono evocare resina fusa, gomma bruciata, zucchero caramellato. Quando tutto è consumato, resta una cenere grigia, impalpabile, dall’odore minerale, vicino alla grafite o alla polvere di gesso bruciato. Bruciare una pagina è un gesto potente: cancellazione e trasformazione insieme.
La cenere di carta parla di memoria perduta, di lutto della parola, ma anche di rinascita della pagina bianca. I libri bruciati lasciano nell’aria un odore diverso, più triste, come se anche il silenzio avesse un profumo. In alcune fragranze e in alcune candele, la nota di cenere diventa poesia. Una poesia che non usa inchiostro, ma aria. Materia fragile, destinata a scomparire, eppure capace di imprimersi profondamente nella memoria. La cenere è il ricordo del fuoco, nelle parole come nei profumi. Resta ciò che ha scaldato, bruciato, vissuto.
Nel laboratorio olfattivo di Ephèmera Firenze è possibile ascoltare anche questa nota dimenticata. Avvicinarsi all’odore delle cose finite e scoprire che anche la fine può avere un profumo. Vi aspettiamo dove il profumo diventa racconto e la cenere non è più polvere, ma poesia.
Il core business di Ephèmera Firenze è lo Scent Identity Design: l’arte di creare fragranze che diventano la firma invisibile di un brand. Un profumo non è un semplice ornamento, ma un’architettura immateriale: racconta valori, riflette una personalità e lascia un’impronta che la memoria custodisce più a lungo di parole e immagini. La nostra visione, però, va oltre i brand. Con le Perfume Experience e i Team Building Olfattivi accompagniamo persone e team aziendali a scoprire il profumo come linguaggio di identità ed emozione. Nei nostri workshop prendono vita fragranze per la pelle, per gli spazi o persino veri e propri loghi olfattivi: esercizi di creatività, coesione e narrazione condivisa. Dalla suite su Ponte Vecchio, con lo sguardo rivolto all’Arno e agli Uffizi, il profumo si intreccia con arte, musica e artigianato, trasformando l’istante in memoria. E non solo a Firenze: le nostre esperienze viaggiano in tutta Italia, nel mondo e direttamente presso i nostri clienti. Che sia personale, aziendale o familiare, ogni creazione è più di un profumo: è una storia che vive nel più potente dei sensi.
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