Eutanasia dell’anima (Marcella Boccia)
Hanno staccato la spina al cielo,le stelle si sono spente come lampadine rotte,e io sono rimasta qui,seduta sul ciglio della notte,con la bocca piena di silenzio.Ho visto il sole sgozzarsi sui tetti di Milano,la sua luce colare nelle stradecome sangue da una giugulare aperta.E nessuno si è fermato a guardare.L’Italia è una madre che allatta veleno,che canta ninne nanne ai bambini sepoltisotto il fango di Giampilieri,tra le macerie dell’Aquila,sotto i ponti crollati di Genova.Ho chiesto a Dio il permesso di morire,mi ha risposto il ventoche soffia tra i portici di Bolognae sa di vino andato a male.Il poeta è un condannato a morte,senza sbarre, senza processo.Scrive per allentare il cappio,ma ogni parola stringe più forte.E allora datemi una dolce eutanasia,non del corpo—quello lo porta via il tempo—ma dell’anima che si contorce e sbava,che batte i pugni contro il pettocome un uccello impazzito in una gabbia senza uscita.Datemi la pace che si concede ai cavalli rotti,alle querce sradicate dal vento,ai cani randagi che nessuno vuole amare.Che sia veloce come un colpo alla nuca,o lenta come la ruggine sulle statuenei cimiteri di Firenze.Perché io non voglio più esistere a metà ,non voglio essere un relittotrascinato a riva dal tempo.Voglio spegnermi intera,come un lampo nel buio,come un dio stancoche si concede il lussodi non essere più nulla.
(Libro: “Il cappio” di Marcella Boccia)