Fabio Sabatini Podcast

Fabio Sabatini Podcast

Download on the App Store

Fabio Sabatini Podcast episodes

  • L’autolesionismo di Trump e Meloni

    L’autolesionismo di Trump e Meloni

    Diversamente dalla narrazione dominante, l’UE non è stata umiliata e Trump ha solo danneggiato l'economia americana. Ma la proposta miope e autolesionista di Meloni rischia di ribaltare la situazione

    Premessa: questo post non è “solo” un podcast. Per non intasare la casella di posta degli iscritti, trovate qui sia l’audio sia la versione scritta – che non è una trascrizione, ma è più dettagliata e completa (per esempio, nel podcast manca il paragrafo sulla coesione). Così ciascuno potrà scegliere cosa preferisce — senza ricevere troppi messaggi e senza perdersi nulla.

    This Substack is reader-supported. To receive new posts and support my work, consider becoming a free or paid subscriber.

    “L’Unione Europea pagherà il 15% — e ci venderà beni per 600 miliardi di dollari. Hanno accettato, per la prima volta, di permettere alle imprese americane, agli agricoltori, agli allevatori e ai pescatori di vendere nel mercato europeo”. Howard Lutnick, Segretario al Commercio degli Stati Uniti, ha commentato così l’accordo commerciale siglato da Donald Trump e Ursula Von der Leyen a (il corsivo è mio).

    Vuol dire che finalmente anche noi europei potremo assaggiare la Coca Cola e assaggiare i panini di McDonalds? Niente più chinotto e pizza con la mortadella? Ovviamente, al netto dello strafalcione (Lutnick intendeva dire “comprerà”, non “ci venderà”), quelle del Segretario al Commercio sono bugie grossolane, rivolte agli strati più ignoranti del pubblico MAGA. Tuttavia, i media europei hanno involontariamente contribuito a diffonderle anche nel vecchio continente.

    La lettura dell’intesa tra Unione Europea e Stati Uniti prevalente nel dibattito europeo è stata guidata interamente da aspetti simbolici.

    15% a 0! 600 miliardi di investimenti a 0! 700 miliardi di acquisti a 0! Von der Leyen piccola e contrita nel suo giacchino bianco accanto a Trump tracotante e straripante come sempre.

    Il messaggio arrivato al pubblico è: “Europa umiliata.”

    Ma se si chiarisce che quel 15% è quanto pagheranno gli americani e quello 0 è quanto pagheranno gli europei, mentre quei 600+700 miliardi sono solo promesse vaghe e largamente irrealizzabili (perché le decisioni di investimento private non dipendono dalle istituzioni europee), forse si inizia a capire che lasciarsi guidare dagli aspetti simbolici può essere molto fuorviante.

    Trump non ha vinto. L’Europa non ha perso. Il presidente ha dato una grande martellata all’economia americana dove fa più male, e l’Europa lo ha gratificato con una pacca sulla spalla e ha contenuto i danni.

    In questo post (e nel corrispondente episodio del podcast) torno sulla distribuzione dell’onere dei dazi, affronto più dettagliatamente la questione degli investimenti europei negli Stati Uniti, e provo a spiegare perché la proposta di Giorgia Meloni di sussidiare le imprese esposte al commercio con gli Stati Uniti è controproducente.

    I dazi saranno pagati dagli americani

    Come già ho spiegato commentando l’intesa a caldo, l’aliquota del 15% è sostenibile, anche se probabilmente infliggerà all’economia europea dei danni inutili, cui non corrisponderanno vantaggi per gli Stati Uniti. Anzitutto, non conta solo il livello assoluto delle tariffe, ma anche quello relativo. Il 15% è lo stesso tasso applicato a Giappone e Corea del Sud, ma inferiore rispetto a Brasile, Cina, India, Vietnam e altri paesi esportatori negli Stati Uniti. Significa che I prodotti europei non perderanno competitività rispetto a quelli del resto del mondo sul mercato americano.

    Ma soprattutto, l’industria manifatturiera americana non ha la capacità (e probabilmente neppure la volontà) di sostituire le importazioni europee, almeno nei prossimi anni. Negli Stati Uniti, le imprese fronteggiano un clima economico molto più incerto di quello europeo. Il comportamento di Trump è così erratico che nessuno può prevedere quali direzioni prenderanno le politiche commerciali e industriali nemmeno nel breve periodo.

    In queste condizioni, le imprese non possono progettare investimenti colossali per mettersi a fare concorrenza a prodotti che in Europa o altrove si realizzano in condizioni più favorevoli. Inoltre, qualsiasi investimento in questa direzione sarebbe svantaggiato proprio dal fardello dei dazi: per esempio, i produttori statunitensi di automobili devono pagare il 25% sui componenti provenienti da Messico e Canada, e sono penalizzati dai dazi del 50% su acciaio e alluminio.

    Il risultato è che i dazi previsti nell’accordo difficilmente stimoleranno la produzione domestica dei beni tassati, e graveranno in misura probabilmente modesta sugli esportatori europei. Una misura che potrebbe essere compensata, anche interamente, dalle fluttuazioni del dollaro. Inoltre, le esenzioni sono tali da proteggere molte esportazioni europee di valore strategico per le nostre economie.

    In ogni caso, i dazi saranno pagati quasi interamente dalle imprese e dai consumatori statunitensi. I meccanismi che porteranno a questo esito sono spiegati dettagliatamente nel terzo episodio del mio podcast: “Guida ai dazi estivi di Trump”. In sintesi: I dazi generalizzati sono tasse sul consumo di beni importati, che fanno aumentare i prezzi di una percentuale verosimilmente simile all’aliquota. Le imprese americane sosterranno costi di produzione più elevati, e i consumatori pagheranno prezzi più elevati. L’evidenza empirica sugli effetti di questo tipo di dazi mostra che il potenziale aumento dei profitti connesso all’aumento dei prezzi viene più che compensato dall’aumento dei costi di produzione, con conseguenze negative in termini di domanda di fattori produttivi, e quindi di occupazione e salari. Per un approfondimento, vi rimando a questo post sull’Illusione protezionista (poiché è più vecchio di due mesi, è accessibile solo agli abbonati: i non abbonati possono ascoltare gli stessi ragionamenti nel podcast, qui).

    In altre parole, con questo e altri “accordi” Trump ha inflitto un danno colossale all’economia americana, certamente superiore a quello che sarà provocato dai dazi all’economia europea. Non c’è alcun motivo razionale per considerare questo esito una vittoria.

    Perché la proposta di Meloni è sbagliata e dannosa

    La presidente del consiglio, Giorgia Meloni, propone di istituire un fondo europeo per sussidiare le imprese esposte ai dazi. Anche se il pagamento dei dazi ricade per definizione sugli americani, le imprese che esportano negli Stati Uniti saranno svantaggiate, perché il prezzo al consumo dei loro prodotti salirà approssimativamente del 15%. Quindi è possibile che la domanda diminuisca – in una misura incerta, che dipenderà soprattutto dall’elasticità, cioè dalla capacità dei consumatori americani di sostituire i prodotti europei, divenuti più costosi, con prodotti americani. L’elasticità varia di prodotto in prodotto, ma secondo le stime è mediamente contenuta, proprio per mancanza di alternative.

    Le imprese pertanto hanno chiesto a Meloni è di erogare aiuti di Stato tali da consentire di abbassare il prezzo dei propri prodotti del 15% e non perdere quote di mercato. In questo modo, il calo dei profitti determinato dalla diminuzione dei prezzi sarà compensato dai sussidi. I consumatori americani pagheranno il dazio, ma senza nemmeno accorgersene perché il prezzo rimarrà sostanzialmente invariato, mentre le nostre imprese continueranno a vendere come prima.

    Assecondare questa richiesta sarebbe un errore grave sotto diversi aspetti. Primo: chi finanzia i sussidi alle imprese? In assenza di meccanismi specifici, la fiscalità generale. Cioè la collettività. Quindi anche e soprattutto i consumatori e i lavoratori europei, che finirebbero per pagare i dazi di Trump al posto dei consumatori e delle imprese americane.

    Secondo: l’effetto dei dazi sulla domanda è incerto per tanti motivi. Può darsi che gli americani continuino ad acquistare i beni europei tassati, nonostante il prezzo più elevato. La ragione è che i beni provenienti da altri paesi sono tassati perfino più pesantemente, mentre gli Stati Uniti non sono capaci di sostituire le manifatture europee nel breve periodo. Inoltre, se i dazi provocheranno un rialzo del dollaro – come ci si potrebbe attendere nel contesto di una riduzione della domanda globale di beni europei e cinesi – l’apprezzamento della valuta statunitense potrebbe compensare interamente l’aumento del prezzo dei beni europei: quando il cambio si apprezza, la stessa quantità di dollari consente di acquistare una quantità maggiore di beni.

    Terzo: le imprese dovrebbero cercare di competere sui mercati internazionali attraverso l’innovazione e la qualità, non esclusivamente abbassando i prezzi. Solo in questo modo è possibile alimentare un modello di sviluppo foriero di un aumento duraturo della ricchezza nel lungo periodo. Un sistema economico che, invece, continui a competere “al ribasso”, soltanto attraverso l’offerta di prezzi convenienti, subirà sempre la concorrenza di paesi in cui i fattori di produzione costano meno. Non tanto la Cina, che ormai è a un livello di sviluppo superiore, ma altri paesi emergenti come il Vietnam.

    In questi giorni, Meloni ha difeso l’accordo siglato da Von der Leyen, mostrando di aver capito, forse, che i dazi li pagheranno soprattutto gli Stati Uniti. Ma allora, perché vuole peggiorare gli effetti dell’intesa sussidiando le imprese europee, e quindi spostando il costo dei dazi dai contribuenti americani a quelli europei?

    La sensazione è che Meloni apprezzi l’accordo per le ragioni sbagliate: per fedeltà ai MAGA, e non perché persegue gli interessi dei consumatori italiani o europei, proprio come i MAGA non perseguono gli interessi dei consumatori americani.

    Se la proposta di istituire un fondo per sussidiare le imprese fosse accolta, Trump otterrebbe esattamente ciò che sperava: far pagare agli europei un pezzetto dei suoi tagli alle tasse dei ricchi.

    Le promesse di acquistare e investire in America

    L’intesa commerciale contiene anche due promesse da parte dell’Unione Europea: investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e acquistare 700 miliardi in prodotti energetici (in particolare di gas naturale) e armamenti nei prossimi tre anni.

    Paul Krugman ha commentato così queste promesse: “Se si guarda alla sostanza, sembra proprio che l’Europa abbia fatto fesso Trump”.

    La prima promessa è vuota. Gli investimenti li fanno le imprese, non le istituzioni. Come ha osservato Krugman, l’Europa non è la Cina, dove il partito ordina alle imprese come usare i propri soldi. E la Commissione Europea, che ha negoziato l’accordo, non è neanche un governo, quindi non ha alcuna autorità in materia: la promessa è una presa in giro solare, di cui Trump e Lutnick non si sono accorti. Alcuni funzionari della Commissione di fatto hanno confermato che la promessa è priva di qualsiasi valore.

    Naturalmente, se le imprese riterranno utile comprare il famoso parmigiano del Nevada per venderlo in Emilia, saranno libere di farlo. Sarà poi il mercato a stabilire se sia stata una buona idea.

    La promessa di aumentare le importazioni di energia dagli Stati Uniti è più specifica e accompagnata anche da un riferimento temporale (tre anni). Ma non si realizzerà, per diversi motivi. Primo: se la Commissione europea non può imporre al settore privato dove investire, figuriamoci se può imporre da chi acquistare petrolio e gas, e se acquistarlo. Secondo: il livello di importazioni di cui si parla è probabilmente impossibile dal punto di vista fisico. Come ha notato Krugman, “Il trasporto di gas naturale richiede infrastrutture specializzate su entrambe le sponde. Dal lato statunitense, i terminali operano già a piena capacità, mentre in Europa le strutture sono al limite. È impossibile che l’Europa costruisca le infrastrutture necessarie in tre anni, anche con un programma di investimenti accelerato. Terzo, e ancora più importante: perché mai qualcuno dovrebbe avviare un simile programma di investimenti in un continente che si sta rapidamente orientando verso le energie rinnovabili - che l’amministrazione Trump ha autolesionisticamente ripudiato?

    Ragionando per assurdo, immaginiamo che le imprese europee vogliano mettersi ad acquistare beni alimentari dagli Stati Uniti: prodotti agricoli, di allevamento e ittici, come ha sottolineato Lutnick. Davvero gli Stati Uniti vogliono riconvertire l’economia dei servizi più avanzata del mondo in una basata su agricoltura, allevamento e manifatture? Ci tengono così tanto a perdere la loro leadership nella ricerca scientifica (settore oggetto di un durissimo attacco da parte dell’amministrazione) e nel progresso tecnologico per diventare venditori globali di tonno e bistecche?

    Buona fortuna allora, e speriamo che i sostenitori nostrani di Trump – ogni riferimento a Meloni e Salvini non è puramente casuale – possano almeno godersi le famose mozzarelle dell’Oregon.

    Una sfida per la coesione europea

    E allora perché la Francia è così arrabbiata? Emmanuel Macron ha stigmatizzato la morbidezza dell’UE nel negoziato, mentre il primo ministro François Bayrou ha descritto l’esito del negoziato come una “sottomissione”. Da un lato, quello del presidente e del primo ministro francese sembra un gioco di posizionamento politico, legato alla semplice ricerca di consenso. Appena poche settimane prima, la Francia si è sottomessa di buon grado nell’ambito del G7, quando ha approvato l’accordo per esentare dalla tassazione locale le multinazionali americane, molto svantaggioso per l’Europa. Poiché la narrazione prevalente dell’intesa siglata da Von der Leyen e Trump è basata sugli aspetti simbolici che hanno monopolizzato i media, e poiché questi aspetti vogliono l’Europa umiliata, Macron e Bayrou prendono le distanze per non perdere consenso. Proprio come Trump cavalca la stessa narrazione per acquistare consenso.

    Tuttavia, il nervosismo di Macron è legato anche alla distribuzione asimmetrica degli eventuali effetti negativi dei dazi. Non a caso, il presidente francese ha invocato l’inserimento del vino – di cui la Francia è esportatrice netta negli Stati Uniti – tra le esenzioni dai dazi, in vista dei prossimi round del negoziato. Anche la proposta di Meloni è riconducibile implicitamente a questa preoccupazione: nella sua visione, la costituzione di un fondo europeo consentirebbe di condividere il peso dei danni asimmetrici che i dazi potrebbero provocare.

    Ma, di nuovo, i sussidi non sono la soluzione, sia per i problemi di efficienza ed equità che comportano, sia perché concederebbero a Trump la più facile delle vittorie. L’Europa, invece, deve perseguire nel modo più rapido ed efficace possibile due obiettivi strategici fondamentali. Il primo è raggiungere un grado di autonomia strategica dagli Stati Uniti – specie nel settore della difesa – sufficiente a trattare alla pari con l’amministrazione americana. Il secondo è eliminare le barriere interne alla libera circolazione delle merci, delle persone e dei capitali, per favorire la vendita dei beni colpiti dai dazi (anche) in un mercato europeo ancora troppo frammentato. Entrambi questi obiettivi implicano il rafforzamento della coesione politica.

    This Substack is reader-supported. To receive new posts and support my work, consider becoming a free or paid subscriber.

    Epilogo

    L’epilogo stavolta è più breve del solito. L’Europa non ha perso e Trump non ha vinto. Ma Meloni sta provando a garantire a Trump almeno una piccola vittoria, a danno dei contribuenti italiani ed europei. L’Europa deve resistere alla tentazione di usare scorciatoie come i sussidi alle imprese e investire sulla propria stessa coesione. Solo così, in futuro, sarà possibile trattare con Trump – e altri come lui – alla pari.



    Get full access to Fabio Sabatini at fabiosabatini.substack.com/subscribe
    12 min
  • Guida ai dazi estivi di Trump

    Il primo agosto entreranno in vigore i nuovi dazi di Trump. In questo episodio del podcast spiego gli obiettivi e le conseguenze di questa nuova fase della guerra commerciale

    Dal primo agosto entreranno in vigore i nuovi dazi del 30% sui prodotti europei — e di tanti altri paesi. Si aggiungeranno a quelli già in vigore: 25% sulle auto, 50% su acciaio, alluminio, rame, e così via.

    Con Trump, l’andamento dei dazi è talmente erratico che anche solo calcolarne il valore medio è diventato un esercizio eroico. Secondo le ultime stime, dopo il primo agosto consumatori e imprese americane pagheranno in media un’aliquota del 20,6% sui beni importati.

    È la più alta dal 1910, e saranno gli americani a pagarla. Perché quando un paese impone dei dazi, a pagarli sono le sue imprese e i suoi consumatori.

    Se volete arrivare preparati al primo agosto, e capire cosa accadrà a consumatori, imprese e lavoratori americani ed europei, ascoltate il terzo episodio del mio podcast.

    Se vi piace, potete iscrivervi alla newsletter per ascoltare i prossimi episodi.

    A presto, e grazie per l’ascolto e la lettura.

    Fabio



    Get full access to Fabio Sabatini at fabiosabatini.substack.com/subscribe
    13 min
  • Zohranomics

    Le proposte di Zohran Mamdani non sono radicali né rivoluzionarie, ma neanche facili da realizzare o particolarmente incisive. La sua comunicazione, invece, può fare la differenza

    Premessa: questo post non è “solo” un podcast. Per non intasare la casella di posta degli iscritti, ho deciso — ora e ogni volta che il tempo e il tema lo permetteranno — di proporre sia la versione scritta sia l’audio. Insomma, non vi toglierò nulla, anzi cercherò di darvi qualcosa in più (al costo di un po’ di lavoro in più, ma conto sui famosi costi marginali decrescenti). Così ciascuno potrà scegliere liberamente cosa preferisce — senza troppi messaggi e senza perdersi nulla. Solo, tenete conto che il podcast esporrà una versione più snella e semplificata dei miei articoli, mentre la versione scritta, che trovate qui sotto, resterà più dettagliata e completa.

    Questo Substack vive grazie al sostegno di chi lo legge. Se apprezzi il mio lavoro, puoi iscriverti gratuitamente o scegliere di sostenermi con un abbonamento.

    La vittoria di Zohran Mamdani alle primarie del Partito Democratico per la candidatura a sindaco di New York ha acceso un dibattito non sempre fertile e troppo spesso caricaturale. Ho letto liberali di sinistra liquidare in modo sprezzante e poco argomentato le proposte di Mamdani, criticando più che altro il suo retaggio culturale e familiare.

    Tuttavia, non si può ignorare che il successo di questo giovane candidato, così lontano dagli stereotipi della politica americana (e occidentale in generale), sia uno dei rari segni di vitalità provenienti dal frammentato fronte anti-autoritario, ancora immerso in un clima di disfattismo e fuga dalla realtà. Va riconosciuto anche che Mamdani ha messo in campo una strategia di comunicazione promettente, potenzialmente capace di reggere il confronto con un regime che controlla saldamente media e dibattito pubblico, e che ha raccolto un consenso più trasversale di quanto si possa immaginare.

    Insomma, piaccia o meno, Mamdani va preso sul serio. Penso quindi che valga la pena iniziare a guardare alle sue proposte di politica economica con attenzione, invece di esaltarle o bocciarle a priori, facendosi trascinare dalle dinamiche di polarizzazione che dominano la nostra esperienza sui social e, sempre più spesso, la nostra partecipazione politica tout court.

    Prima di continuare, è necessario un disclaimer. Prendere sul serio non significa prendere posizione. Le reazioni al mio primo post su Mamdani — peraltro piuttosto neutrale — sono state molto polarizzate. Diversi commentatori mi hanno accusato, più o meno esplicitamente, di essere antisemita o comunista solo per averne parlato, oppure hanno scritto commenti caricaturali (su Mamdani o sull’autore, cioè il sottoscritto) senza neppure leggere il testo. Sono grato a chiunque si prenda la briga di considerare i miei post, ma spero che questa volta gli eventuali commenti si concentreranno sul contenuto. In ogni caso, so già che questo post mi farà perdere qualche simpatia. Pazienza. Preoccuparsi di piacere a tutti – o a qualcuno – è il modo migliore per perdere l’indipendenza.

    I commenti critici più credibili sull’ascesa di Mamdani si concentrano sulla sua piattaforma programmatica, che promette agli elettori di rendere New York City meno cara attraverso interventi piccoli ma significativi. Analizzare ogni punto del programma in un solo articolo è impossibile; per questo, nelle righe che seguono comincerò da tre tra i più discussi: il tetto agli affitti, i supermercati comunali e il trasporto pubblico gratuito.

    Un tetto agli affitti

    Mamdani propone di congelare il canone di circa un milione di immobili in locazione. La regolamentazione degli affitti rientra in larga misura nelle competenze del sindaco, che agisce attraverso una commissione di nove membri nominati direttamente dal primo cittadino.

    Non si tratta di un’idea nuova. Solo nell’ultimo decennio — durante il mandato di Bill de Blasio— la commissione ha congelato gli affitti in tre occasioni, nel 2015, nel 2016 e nel 2020. Come nel caso di De Blasio, la proposta di Mamdani non implica un congelamento permanente. L’idea è bloccare temporaneamente i canoni per permettere agli inquilini di recuperare terreno rispetto all’aumento del costo della vita – mentre l’amministrazione comunale si adopera per espandere l’offerta abitativa.

    Lawrence Summers, già segretario al Tesoro nell’amministrazione Clinton ed ex rettore di Harvard, ha definito così la proposta: “il miglior modo per distruggere una città, dopo i bombardamenti.” Su cosa si basa un giudizio così perentorio?

    Quando aumenta la domanda di abitazioni, i canoni salgono e il mercato degli affitti si stabilizza su un prezzo più alto, perché l’offerta di alloggi è relativamente rigida, almeno nel breve periodo: costruire (o liberare) nuove case richiede tempo e, spesso, nelle aree centrali delle grandi città, è semplicemente impossibile.

    Immaginiamo che, per rendere i canoni più accessibili, le autorità comunali impongano un tetto agli affitti inferiore al prezzo di mercato. In una città ad altissima densità di popolazione – e con una grande forza di attrazione – un affitto inferiore al prezzo di mercato attrae un numero elevato di potenziali inquilini, determinando un eccesso di domanda. A parità di condizioni, la quantità offerta resterà a lungo inferiore a quella domandata, perché dal punto di vista dei proprietari il costo di mettere a disposizione l’alloggio potrebbe risultare troppo elevato rispetto al prezzo calmierato.

    Le persone che non riescono a trovare un appartamento da affittare sarebbero, in molti casi, disposte a pagare un canone più alto rispetto a quello fissato dall’amministrazione comunale, ma formalmente non possono offrire ai proprietari un prezzo più elevato (né questi ultimi possono chiederlo). D’altro canto, non è detto che la quantità limitata (rispetto alla domanda) di persone che si aggiudica un alloggio a canone calmierato sia composta dai più bisognosi. Può benissimo accadere che a ottenere l’appartamento siano individui con redditi alti, che potrebbero permettersi di pagare di più.

    Si apre inevitabilmente lo spazio per un “mercato secondario”, quello del subaffitto, ancora più difficile da controllare per le autorità. Un inquilino potrebbe subaffittare l’alloggio a un prezzo più elevato, ricavandone una rendita. Il subaffitto è talvolta illegale (a New York è consentito, ancorché nel rispetto di determinate condizioni), ma molto difficile da monitorare e regolamentare – per esempio stabilendo un tetto anche ai subaffitti. Basti pensare a quanto avviene nelle zone “universitarie” di qualsiasi città italiana.

    La stabilizzazione dei canoni di affitto al di sotto dei prezzi di mercato può comportare quindi la cronicizzazione dell’eccesso di domanda e lo sviluppo di un mercato secondario incontrollabile, in cui i potenziali inquilini si trovano, paradossalmente, in condizioni peggiori. In altre parole, questo tipo di intervento non tutela davvero i più deboli.

    Il modo più efficace per calmierare gli affitti, invece, è espandere l’offerta. Questa azione si può concretizzare nella costruzione di nuove abitazioni oppure, dove ciò non sia possibile, creando incentivi affinché i proprietari mettano a disposizione gli alloggi vuoti. Un intervento che a prima vista sembra favorevole ai proprietari può, in modo controintuitivo, rivelarsi il mezzo più efficace per aiutare gli inquilini.

    Tuttavia, per farsi un’idea completa della proposta di Mamdani, bisogna tenere presente che non si tratta di una boutade estemporanea, ma di una misura inserita in un progetto più ampio volto a stimolare gli investimenti nel settore abitativo. Anzitutto, non si propone una diminuzione del canone al di sotto del prezzo di mercato ma il suo congelamento (presumibilmente all’attuale prezzo di mercato). A questa proposta si affianca l’obiettivo di costruire 200.000 nuove unità abitative nei prossimi dieci anni - che è proprio il modo migliore per abbassare i canoni di affitto – una modifica delle leggi urbanistiche e il ridimensionamento della burocrazia per accelerare le procedure.

    In conclusione, ha ragione Summers nel sostenere che la proposta di Mamdani avrebbe lo stesso effetto di un bombardamento? No, è un’esagerazione retorica e New York non rischia certo la distruzione. Per la città sono ben più preoccupanti i danni che potrebbero infliggere all’economia i raid dell’ICE. Tuttavia, la proposta del candidato sindaco presenta controindicazioni e rischi significativi nel breve periodo (cioè nell’attesa che le nuove abitazioni vengano effettivamente costruite), è complessivamente difficile da realizzare e ha esiti incerti nel lungo termine. Tutto dipenderebbe dalla capacità concreta di portare davvero a termine la costruzione di queste 200.000 nuove case in un tempo relativamente limitato.

    I supermercati comunali

    Dall’inizio della pandemia, i consumatori americani, e in particolare quelli newyorkesi, hanno visto aumentare in modo significativo i prezzi dei generi alimentari acquistati al supermercato. È molto comune che i leader politici cerchino di attribuire a qualcuno la colpa degli aumenti dei prezzi.

    Tuttavia, l’evidenza empirica suggerisce che la grande distribuzione abbia responsabilità molto limitate. Dal 2020, i margini di profitto dei supermercati sono per lo più diminuiti. Inoltre, questi negozi subiscono l’inflazione tanto quanto i consumatori. Una ricerca della Fed di New York ha mostrato che l’aumento dei prezzi nei supermercati è stato causato dal rincaro delle materie prime e dall’aumento dei salari, non da miglioramenti nei margini di profitto.

    I supermercati affrontano alcuni problemi simili a quelli degli inquilini: pagano affitti elevati e devono sostenere costi elevati per i servizi – che si riflettono sui prezzi degli articoli in vendita. Se l’amministrazione comunale garantisse costi limitati a determinati esercizi— per esempio mettendo a disposizione locali pubblici per la vendita — i prezzi al dettaglio stabiliti da questi negozi potrebbero effettivamente ridursi.

    Mamdani propone di lanciare un programma pilota per aprire un supermercato comunale in ogni distretto della città, con l’obiettivo di migliorare l’accesso a generi alimentari a basso costo — soprattutto nei cosiddetti food deserts, aree prive di supermercati o strutture simili. Secondo il candidato sindaco, questi esercizi dovrebbero operare su base non profit, acquistando e vendendo a prezzi all’ingrosso; essere collocati su terreni di proprietà comunale, per evitare costi d’affitto ricorrenti; e sostenere costi di trasporto limitati grazie a una logistica centralizzata e all’approvvigionamento da quartieri locali.

    Il primo dubbio che sorge è se abbia davvero senso vendere a prezzi ridotti senza espandere significativamente l’offerta. Anche in questo caso, come per gli affitti, si genererebbe un eccesso di domanda che potrebbe finire per escludere dalla fruizione dei beni a prezzi ridotti proprio le persone più bisognose, senza contare il rischio concreto della nascita di un mercato secondario anche per i generi alimentari.

    Inoltre, si creerebbe competizione con gli esercizi privati, che rischierebbero di essere spiazzati nel caso (molto improbabile) in cui l’offerta pubblica raggiungesse dimensioni significative. In uno scenario del genere, il problema sarebbe serio, perché i margini della distribuzione alimentare sono già estremamente bassi e i privati potrebbero essere espulsi dal mercato.

    Per capire meglio le potenziali conseguenze della proposta di Mamdani, bisogna considerare che, per il momento, è assai meno radicale di quanto possa sembrare. Mamdani intende concentrare i pochi supermercati previsti (inizialmente cinque) nei food deserts delle zone più povere della città. In questo modo, a beneficiarne sarebbero più probabilmente le persone bisognose, mentre la concorrenza alle iniziative private risulterebbe molto contenuta. Se da un lato questo aspetto attenua le controindicazioni della proposta, dall’altro ne ridimensiona significativamente le potenzialità. di certo non si tratterebbe di nulla di rivoluzionario, né tanto meno decisivo in termini di contenimento dell’inflazione.

    Il trasporto pubblico gratuito

    La letteratura economica ha messo in evidenza numerosi aspetti positivi dell’offerta gratuita di trasporto pubblico, spesso sulla base di esperimenti randomizzati. Tra i potenziali benefici ci sono gli effetti redistributivi – che, nella misura in cui il trasporto pubblico viene usato dalle classi meno abbienti, migliorano l’equità – la riduzione dell’inquinamento da polveri sottili e delle emissioni di gas serra, e la diminuzione della congestione stradale. Questi benefici devono essere confrontati con i costi di produzione, interamente a carico del settore pubblico.

    La possibilità di introdurre trasporti pubblici gratuiti non è nuova nel dibattito di policy. Per esempio, la Spagna ha iniziato a offrire viaggi ferroviari gratuiti su una selezione di tratte, con l’obiettivo di sussidiare i pendolari. In Germania e Austria sono stati introdotti abbonamenti mensile – o biglietti quotidiani – a prezzo agevolato, mentre in Irlanda le tariffe sono state ridotte per la prima volta in settantacinque anni. Lussemburgo ed Estonia hanno abolito i titoli di viaggio già da diversi anni per disincentivare l’uso dei mezzi privati e ridurre le emissioni.

    Mamdani propone di “Eliminare in modo permanente il costo del biglietto su tutti gli autobus cittadini — e renderli più veloci realizzando rapidamente corsie preferenziali, ampliando i semafori con priorità per gli autobus e creando aree di carico e scarico dedicate per evitare intralci da parte delle auto in doppia fila”.

    Il problema principale è che queste misure, di per sé, non bastano. Un trasporto pubblico universalmente gratuito è destinato a far aumentare significativamente la domanda. Per evitare congestione e un calo drastico della qualità del servizio, sono necessari investimenti ingenti, per esempio per comprare nuovi bus e treni della metro, costruire nuovi depositi, assumere autisti.

    Per un’amministrazione comunale, che non ha la possibilità di emettere debito pubblico, un aumento significativo della spesa richiede trasferimenti dal governo federale o un incremento delle entrate fiscali. Tuttavia, il sindaco di New York ha margini di manovra solo su alcuni tipi di imposte, come quelle sulla proprietà, che sarebbe preferibile non toccare per non aggravare ulteriormente il costo degli affitti. In sintesi, la proposta di Mamdani richiederebbe un’opera di efficientamento estremamente raffinata e non sarebbe semplice da realizzare senza una collaborazione strutturale con lo Stato di New York e il governo federale.

    Epilogo

    Queste poche righe non sono certo esaustive, ma sono già troppe per un post su Substack. Quindi, per ora, mi fermo qui. Se vi interessa (fatemi sapere), potrebbero seguire altri approfondimenti, per esempio sulle proposte di tassare i milionari e offrire scuole materne gratuite.

    La sensazione generale che si trae da queste considerazioni, per ora limitate a tre punti chiave del programma, è che la piattaforma di Mamdani non sia né irrealizzabile né rivoluzionaria, ma certamente difficile da realizzare e, probabilmente, meno incisiva di quanto si speri o si tema. È plausibile che la novità più significativa della sua candidatura risieda non tanto nelle proposte di policy, quanto nell’atipicità del candidato, nel suo stile comunicativo e nella capacità di proporre un’alternativa politica all’autoritarismo che non si limiti a criticare l’autoritarismo stesso o i suoi interpreti, ma punti a offrire una visione di comunità e di futuro criticabile quanto si vuole, ma centrata su problemi concreti e, a quanto pare, capace di attrarre gli elettori.

    Non è una novità trascurabile, di questi tempi e considerata la narcolessia che sembra aver colpito una parte rilevante del fronte anti-autoritario, negli Stati Uniti e altrove.



    Get full access to Fabio Sabatini at fabiosabatini.substack.com/subscribe
    15 min
  • La società del rancore

    Questo è il primo episodio del mio nuovo podcast, un esperimento artigianale e notturno—nel senso letterale: registrato nel silenzio delle ore piccole, per evitare i rumori del condominio e le interruzioni della vita vera, con un microfono arrivato per posta e un app gratuita.

    È un progetto nato per raccontare l’economia e la politica in modo più diretto e personale, ma senza rinunciare al metodo e alla sostanza.I mezzi sono limitati, ma lo spirito di servizio è tanto. Quindi, se trovate imperfezioni tecniche, vi chiedo un pizzico di indulgenza.

    In questa prima puntata parlo della “Grande e bellissima legge”, il provvedimento di bandiera di questi primi mesi dell’amministrazione Trump. Più che una legge di bilancio, è un progetto di società: disegna un’America più diseguale, polarizzata, in salute precaria, e rancorosa. Un’America dove il disagio sociale può diventare consenso per l’autoritarismo.

    Potete ascoltare l’episodio cliccando sul player in alto.

    Se vi piace, potete iscrivervi alla newsletter per ascoltare I prossimi episodi.

    Nei prossimi tempi farò del mio meglio per registrare un episodio del podcast in corrispondenza di ciascun post, per inviarli insieme in un unico messaggio—senza appesantire troppo le vostre caselle di posta.

    Tra i temi che mi piacerebbe affrontare (se il tempo me lo consentirà e nel frattempo non ci sarà qualche altra catastrofe a cui dare priorità): gli aspetti economici del programma di Zohran Mamdani, l’impatto delle deportazioni sulla sicurezza sociale, e l’eclissi di Barack Obama dal dibattito pubblico.

    A presto, e grazie per l’ascolto e la lettura.

    Fabio



    Get full access to Fabio Sabatini at fabiosabatini.substack.com/subscribe
    9 min

About Fabio Sabatini Podcast

From the publisher's feed

In questo spazio provo a raccontare, con passione e metodo, le dinamiche che emergono dove si incontrano economia, politica e società. Un viaggio tra dati, decisioni pubbliche e conseguenze sociali,…