E’ riduttivo definirli pionieri del Big Beat, The Prodigy rappresentano, tecnicamente e storicamente, il più riuscito esperimento di sincretismo sonoro degli anni Novanta. Liam Howlett non si è limitato a produrre musica elettronica; ha compiuto un atto di violenza ingegneristica, fondendo la cultura rave illegale dell’Essex con l’atteggiamento nichilista del punk britannico. La loro vera rivoluzione sta nel trattamento del campione; Howlett ha preso la breakbeat hardcore e l’ha rallentata, appesantendola con una distorsione quasi metal, trasformando loop hip-hop in armi contundenti. Nel passaggio da Experience a Music for the Jilted Generation, i primi due album, la band smette di cercare l’edonismo del club e abbraccia la paranoia sociale, trasformando il campionatore in uno strumento di protesta contro il Criminal Justice Bill. Prima di loro, l’elettronica era faceless, anonima ed il “game changer” è avvenuto quando Keith Flint e Maxim hanno introdotto il teatro della crudeltà sul palco dando un volto umano e spaventoso alle macchine. Non era più un DJ set, era un assalto frontale degno dei migliori punk rockers, ma con le basse frequenze al posto delle chitarre sdoganando l’aggressività nella dance, dimostrando che un sintetizzatore poteva suonare più “sporco” di un amplificatore valvolare distruggendo il confine tra il mosh pit e il dancefloor. The Prodigy non hanno solo suonato il futuro, lo hanno preso a calci finché non ha iniziato a ballare. TRACKLISTING: Out of space, Voodoo people, Charly, Everybody in the place, Jericho, Poison, Firestarter, Smack my bitch up, The way iti is, Invaders must die, Wild frontier, Fight fire with fire, Breathe, No good
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