FATHER AND SONS

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FATHER AND SONS episodes

  • Father & Sons 403 – CHRISTIAN FENNESZ
    Christian Fennesz è uno dei padri fondatori e delle figure di riferimento assoluto della musica elettronica d’avanguardia e del digital impressionism contemporaneo. Nato a Vienna nel 1962 e spintosi fin dalla metà degli anni Novanta oltre i confini formali del rock sperimentale attraverso le storiche uscite per l’etichetta Mego, il compositore e chitarrista austriaco ha rivoluzionato il linguaggio dello strumento a corde, trasformandolo in una pura sorgente timbrica processata in tempo reale tramite laptop e software digitali. La sua poetica si fonda su un cortocircuito espressivo di rara poesia: la collisione tra la calore organica delle corde acustiche o elettriche e la freddezza chirurgica dell’errore digitale, fatto di micro-glitch, interferenze e riverberi infiniti. Attraverso opere fondamentali e pietre miliari della storiografia musicale recente come Endless Summer e Venice, Fennesz ha codificato un suono denso, nostalgico e altamente emotivo, capace di fondere la forma-canzone pop con l’astrazione sonica. La sua straordinaria versatilità lo ha portato a stringere sodalizi artistici di rilievo internazionale, culminati nei celebri progetti collaborativi con il maestro giapponese Ryuichi Sakamoto e con David Sylvian, oltre a rielaborazioni sinfoniche di imponente respiro orchestrale come Mahler Remix. Fennesz rimane un maestro indiscusso del nostro tempo, capace di insegnare alla tecnologia a dar voce a sentimenti profondamente umani e a paesaggi sonori di immensa bellezza. TRACKLISTING: Rivers of sand – Instrument 1 – Endless summer – Transit (with David Silvyan) – Glow (with Ryūichi Sakamoto) – Flumina (with Ryūichi Sakamoto) – Liminality – In my room – Mahler remixed – Haru

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    0 min
  • Father & Sons 402 – THE POP GROUP
    The Pop Group e il loro visionario condottiero Mark Stewart rappresentano una delle manifestazioni più eversive, radicali e imprescindibili dell’intera storia della musica d’avanguardia britannica. Nata a Bristol nel 1977, la band ha disintegrato i confini del post-punk fondendo in un’unica lacerante materia sonora la furia ideologica dell’agit-prop, le dissonanze del free jazz, il groove fisico del funk e le manipolazioni spaziali del dub giamaicano orchestrate da maestri del mixer come Dennis Bovell. Attraverso capolavori fondamentali come Y e For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?, The Pop Group ha trasformato la composizione in un’arma di critica sociale e risveglio politico, ponendo le basi storiche per la nascita del cosiddetto Bristol Sound. Con lo scioglimento della band, la figura imponente di Mark Stewart ha proseguito un’instancabile ricerca insieme ad Adrian Sherwood e al collettivo Maffia, inventando di fatto l’industrial-dub e la sampledelia politica che avrebbero influenzato in modo decisivo artisti del calibro di Massive Attack, Portishead e Nine Inch Nails. Un percorso artistico intransigente e profetico che continua a rimanere un punto di riferimento ineludibile per chiunque intenda la musica come atto di resistenza culturale. TRACKLISTING: (as The Pop Group) Snowgirl – She is beyond good & evil – Thief of fire – We are all prostitutes – How much longer – We are time – Rob a bank – Citizen zombie (as Mark Stewart) Learning to cope with cowardice – Hypnotised – As the Veener of democracy starts to fade – Jerusalem

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    1 hr 25 min
  • Father & Sons 401 – CANNED HEAT
    I Canned Heat sono stati una delle formazioni più travolgenti, viscerali e autentiche della storia del rock americano. Nati a Los Angeles nel 1965, non hanno semplicemente suonato il blues: lo hanno studiato, protetto e trasformato in un energia elettrica contagiosa che ha fatto ballare un’intera generazione. Alla base del loro suono c’era l’unione di due personalità straordinarie e complementari: Bob “The Bear” Hite, cantante dalla stazza imponente e proprietario di una sterminata collezione di dischi a 78 giri, e Alan “Blind Owl” Wilson, genio introverso, musicologo e polistrumentista dotato di un timbro di voce unico e di un’armonica inconfondibile. Insieme a una sezione ritmica formidabile, i Canned Heat hanno preso il ritmo rurale del Mississippi e il boogie-woogie degli anni Trenta, proiettandoli nell’era della psichedelia e dei grandi raduni giovanili. Inni intramontabili come On the Road Again e Going Up the Country raccontano la voglia di evasione, la ricerca di libertà e la connessione con la natura. Ma la forza dei Canned Heat risiedeva soprattutto nella dimensione dal vivo: cavalcate sonore torrenziali, jam ipnotiche e un groove d’impatto che ha conquistato persino i grandi maestri del genere, portandoli fino alla storica e indimenticabile collaborazione con il gigante del blues John Lee Hooker. I Canned Heat rappresentano il ponte perfetto tra l’archeologia della musica rurale e la potenza del rock d’avanguardia: un viaggio senza tempo guidato da un amore puro e incondizionato per le radici della musica americana. TRACKLISTING: Evil woman / On the road again / Rollin’ & tumblin’ / Goin’up the country / Amphetamine Annie / Fried hockey boogie / Parthenogenesis / Let’s work together / Boogie Chillen N°2 / Woodstock boogie (Live at Woodstock)

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    0 min
  • Father & Sons 400 – JOHN FOXX
    Pioniere visionario della new wave, architetto del synth-pop ed esploratore instancabile dell’estetica urbana contemporanea, John Foxx — al secolo Dennis Leigh — è una delle figure più influenti e rigorose della musica elettronica europea. La sua traiettoria artistica prende forma nella prima metà degli anni Settanta alla guida degli Ultravox!, formazione con cui scardina i canoni del rock convenzionale incrociando l’urgenza proto-punk con le intuizioni di Brian Eno e la produzione geometrica di Conny Plank. Con album seminali come Systems of Romance (1978), Foxx codifica il linguaggio timbrico e visivo che avrebbe dominato il decennio successivo, fondendo liriche d’ispirazione ballardiana, ritmiche metronomiche e architetture sintetiche. Nel 1980, con il capolavoro solista Metamatic, firma un manifesto del brutalismo sonoro: un lavoro scarnificato, privo di chitarre e interamente affidato alla freddezza analogica di sintetizzatori e drum machine. Attraverso un’estetica visiva curata nei minimi dettagli e brani simbolo dell’alienazione metropolitana, Foxx definisce la figura del dandy elettronico, influenzando direttamente pionieri quali Gary Numan e Depeche Mode, fino al moderno movimento synth-wave. La sua ricerca si declina successivamente in un eclettismo privo di compromessi commerciali: dalle aperture pastorali e neobarocche di The Garden (1981) fino all’ambizioso progetto ambient Cathedral Oceans (1997), imponente fusione di canti corali e tessiture sintetiche sacrali. Alternando la composizione con un’affermata carriera nel design grafico e nell’illustrazione, negli anni Duemila riafferma la propria centralità estetica attraverso il sodalizio analogico John Foxx and The Maths e collaborazioni con maestri dell’avanguardia quali Harold Budd e Robin Guthrie. Figura solitaria ed eticamente intransigente, John Foxx ha saputo elevare la tecnologia a strumento di indagine poetica, insegnando alle macchine a dar voce alla solitudine, al rigore e alla bellezza della civiltà industriale. TRACKLISTING: Plaza – My sex (with Ultravox)- Hiroshima mon amour (with Ultravox)- Slow motion (with Ultravox)- Underpass – Europe after the rain – Endlessly – Cathedral oceans – Crash and burn – Catwalk (with John Foxx & Maths) – Down a windy street (with Harold Budd) – When you walk through me (with Ultravox)

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    1 hr 25 min
  • Father & Sons 399 – AARON COPLAND
    Nato a Brooklyn nel 1900 da una famiglia di immigrati ebrei lituani e scomparso novantenne nel 1990, Aaron Copland è riconosciuto come la figura monumentale della musica colta statunitense del Novecento, comunemente insignito del titolo di “Decano dei Compositori Americani”. La sua traiettoria artistica prende avvio a Parigi nei primi anni Venti, dove diviene il primo allievo americano della celebre pedagoga Nadia Boulanger. In territorio europeo assorbe la lezione del rigore contrappuntistico, l’uso delle strutture neoclassiche di Stravinsky e le prime pulsioni del jazz. Tuttavia, è nel corso degli anni Trenta che Copland attua una consapevole scelta estetica, teorizzando la cosiddetta semplicità imposta (imposed simplicity): una deliberata reazione all’ermetismo delle avanguardie europee volta a definire un linguaggio sinfonico democratico, accessibile e autenticamente autoctono. Con le sue composizioni Copland plasma l’immaginario sonoro del paesaggio americano e del mito della Frontiera producendo capolavori quali Billy the Kid (1938), Rodeo (1942) e Appalachian Spring (1944) — opera insignita del Premio Pulitzer —, affiancati da pagine celebrative come Fanfare for the Common Man e dal ritratto sinfonico El Salón México. Accanto alla grande pagina orchestrale, Copland dimostra una straordinaria sensibilità introspettiva in composizioni urbane come Quiet City (1939) ed esercita un’influenza decisiva sul cinema hollywoodiano, conquistando il Premio Oscar nel 1950 per la colonna sonora de L’ereditiera. Nonostante le persecuzioni politiche subite durante la psicosi anticomunista del senatore McCarthy negli anni Cinquanta, l’autore ha proseguito un’instancabile ricerca formale che lo ha portato, nella fase matura, a riabbracciare l’astrazione seriale e la dodecafonia. TRACKLISTING: Fanfare for the Common Man – Appalachian Spring – Billy The Kid – El Salòn Mexico – Quiet City

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    1 hr 46 min
  • Father & Sons 398 – VAN DER GRAAF GENERATOR
    Van der Graaf Generator, una formazione pionieristica del progressive rock britannico che si è distinta per l’esplorazione viscerale dell’ansia esistenziale e della psiche umana. Lontani dai clichè barocchi e pastorali del genere, i Van der Graaf hanno plasmato un’architettura sonora inconfondibile caratterizzata dall’assenza della chitarra solista convenzionale e incentrata sull’organo Hammond saturato di Hugh Banton, sui sassofoni doppi e filtrati di David Jackson, sulle complesse metriche di Guy Evans e sulla vocale teatralità di Peter Hammill. Il podcast offre un’analisi filologica dei loro capolavori — da The Least We Can Do Is Wave to Each Other a Pawn Hearts e Godbluff — approfondendo il clamoroso fenomeno di culto nato in Italia, le evoluzioni soliste, le mutazioni proto-punk dell’era Van der Graaf e l’eredità artistica lasciata su artisti fondamentali come John Lydon, i Magazine e i Radiohead. TRACKLISTING:Killer – Darkness – Afterwards – Refugees – Pioneers over C – A plague of lighthouse keepers – Whilelmina – The undercover man – Cat’s eye – Every bloody emperor – Man Erg

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    1 hr 52 min
  • Father & Sons 397 – JACQUES BREL
    Jacques Brel ha rappresentato una delle figure più dirompenti e drammatiche della musica d’autore del Novecento. Emerso nella scena parigina degli anni Cinquanta, ha scardinato i canoni tradizionali della chanson française, trasformando l’interpretazione musicale in un’opera teatrale totale, fisica ed espressionista. La sua cifra stilistica ha unito una scrittura poetica viscerale — incentrata sui temi dell’ipocrisia borghese, dell’amore disperato e della caducità del tempo — ad architetture armoniche complesse, spesso modellate su crescendo orchestrali e ritmi valzeristici in accelerazione. Il sodalizio con l’arrangiatore François Rauber e il pianista Gérard Jouannet ha dato vita a capolavori immortali quali Ne me quitte pas, Amsterdam, Ces gens-là e La Chanson des vieux amants. Rifiutando la routine dello spettacolo al culmine della fama, Brel ha abbandonato le scene dal vivo per dedicarsi al cinema e alla navigazione, ritirandosi infine nelle Isole Marchesi. La sua opera ha travalicato i confini linguistici, influenzando in modo determinante giganti della musica internazionale come David Bowie, Scott Walker, Nina Simone e Marc Almond. TRACKLISTING: Mathilde (Live Olympia 1966) – La Valse à mille temps – Grand Jacques (C’est trop facile) – Quand on n’a que l’amour – Ne me quitte pas – Les Bourgeois – Amsterdam – Ces gens‐là – La Chanson des vieux amants – Vesoul – Mon enfance – Les vieux – Les bonbons 67 (Live Olympia 1966) – Jojo – Les Maquises – If you go away (ne me quitte pas cover by Marc and the Mambas)

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    1 hr 39 min
  • Father & Sons 396 – TOM VERLAINE
    Tom Verlaine, leader e mente compositiva dei Television, ha rappresentato una delle figure più influenti del rock contemporaneo. Emerso nella scena newyorkese degli anni Settanta, ha superato i canoni del punk e del virtuosismo blues, introducendo un’architettura sonora cerebrale, poetica e rigorosa. La sua cifra stilistica ha unito il lirismo simbolista, le strutture modali del free jazz e una geometria a due chitarre del tutto inedita. Attraverso la Fender Jazzmaster, un uso chirurgico del tremolo e l’intreccio armonico con la chitarra di Richard Lloyd, Verlaine ha trasformato lo strumento elettrico in una voce espressiva assimilabile a un fiato. Dalla pubblicazione dello storico album Marquee Moon (1977) alle collaborazioni con Patti Smith, fino ai dischi solisti tra rock d’autore e sperimentalismo strumentale (Warm and Cool), la sua produzione ha segnato la storia dell’art-punk e del post-punk, influenzando direttamente artisti come David Bowie, R.E.M., Sonic Youth e Pixies. Scomparso nel gennaio 2023, lascia un’eredità fondata sull’equilibrio tra avanguardia e rigore formale. TRACKLISTING: Breakin’ my heart – Little Johnny jewel – Hey Joe (Hendrix’s cover with Patti Smith) – Marquee moon – Days – Kingdome come – Always – Postcard from Waterloo – The scientist write a letter – Lore – Call Mr. Lee – From her finger – Tom Curtain

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    0 min
  • Father & Sons 395 – TOM CORA
    Ripercorrere la traiettoria artistica di Tom Cora significa fare i conti con uno dei profili più autentici, innovativi e rigorosi della musica contemporanea degli ultimi cinquant’anni. La sua cifra stilistica non è mai risieduta nella pura esibizione di virtuosismo, ma nella capacità di umanizzare la sperimentazione rendendola uno strumento di comunicazione viscerale, ritmica e democratica. Cora ha dimostrato che il violoncello non doveva rimanere incatenato alla tradizione classica o al jazz convenzionale, trattandolo come un organismo vivo, acustico ed elettrico, capace di fondere la memoria del folk e del blues rurale con l’impatto del punk, la libertà del free jazz e il rigore del Rock in Opposition. Il suo impatto storiografico è monumentale: pochi musicisti hanno saputo costruire ponti così solidi tra contesti apparentemente inconciliabili, dai club underground del Lower East Side newyorkese ai centri sociali anarcho-punk olandesi, fino ai grandi festival d’avanguardia europei. La sua eredità vive nell’opera di violoncellisti contemporanei come Erik Friedlander, Hank Roberts, Okkyung Lee e Lucy Railton, che nel suo lavoro hanno trovato la prova che ogni confine strumentale è solo un limite mentale. A testimonianza dell’amore di una comunità globale resta il disco tributo Hallelujah, Anyway, pubblicato nel 1999 con artisti come Fred Frith, John Zorn e The Ex, omaggio indelebile a un maestro indimenticabile del suono. TRACKLISTING: Hidegen Fújnak a Szelek (tHE eX) – Straylight – NY Trio (with Eugene Chadbourne & John Zorn)- Panther burn (Curlew) – The goat explains the can – You may find a bed (Skeleton crew) – La semaine des quatre jeudis (Nimal) – Saint dog (Curlew) – State of shock (The Ex) – Globe trudgers – Janna lied (Roof) – One more time (with Fred Frith & Chris Cutler)

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    1 hr 51 min
  • Father & Sons 394 – CURRENT 93
    Analizzare l’imponente corpus d’opere firmato da David Tibet significa confrontarsi con una delle figure più irriducibili ed esegetiche della ricerca sonica contemporanea, capace di travalicare i confini del rumorismo industriale per codificare le coordinate ermetiche dell’Apocalyptic Folk, fino a lambire la stasi contemplativa del drone-noise e le frammentazioni Sludge Metal. La chiave di volta di quattro decenni di produzione risiede in una prassi esecutiva rituale e teogonica, dove la vocalità profetica di Tibet oscilla tra declamazione gutturale e monologo interiore, ricombinando in un’unica matrice concettuale lo gnosticismo copto, l’esoterismo di Crowley, la letteratura nichilista e la psichedelia cosmica britannica. Fondatore dei Current 93 e snodo nevralgico con la sua etichetta Durtro, Tibet ha ridefinito la storiografia dell’underground fungendo da catalizzatore tra la prima avanguardia industrial di Throbbing Gristle, Nurse With Wound e Coil e il cantautorato neofolk e alternativo, restituendo alla forma-canzone la sua natura tragica e trascendente. TRACKLISTING: A sadness song – LAShTAL – Ach Golgotha – Beausoleil – A silence song – A soft voice whispers nothing – Soft black stars – The magical bird in the magical woods – Black ships ate the sky – Not because the fox barks – Untitled 7 – All the pretty little horses (featuring Nick Cave)

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    2 hr 3 min