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I Durutti Column non sono mai stati una semplice band, ma la proiezione dell’universo interiore di Vini Reilly, architetto di un suono inconfondibile che ha ridefinito i confini del post-punk e dell’avanguardia chitarristica fin dagli esordi sotto l’ala protettrice della Factory Records, un progetto che ha saputo elevare il minimalismo, l’improvvisazione e l’elettronica da camera ad una forma d’arte pura, capace di trasformare il silenzio in uno strumento narrativo fondamentale. Attraverso un intreccio di arpeggi cristallini, loop ossessivi e una sensibilità melodica sempre sospesa tra malinconia e astrazione, Vini Reilly ha influenzato generazioni di artisti senza mai piegarsi alle logiche commerciali, mantenendo intatta una coerenza estetica quasi ascetica. Dalle atmosfere glaciali di The Return of the Durutti Column fino alla capacità di rendere il dolore un’esperienza tattile in brani come The Missing Boy (dedicata all’amico Ian Curtis), l’alchimia sonora di Reilly (un vero e proprio artigiano dell’effimero) oggi torna prepotentemente protagonista. Dopo sedici anni di silenzio discografico, la creatura di Vini Reilly è pronta a tornare con l’inedito album Renascent, confermando come la musica dei Durutti Column possa essere ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile. TRACKLISTING: Future perfect – No communication – Sketch for summer – The missing boy – Prayer – Without mercy – Tomorrow – Arpeggiator – Requiem again – For Colette – Pigeon – Quatro – Liars
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The post Father & Sons 391 – The Durutti Column first appeared on RadiostART.
Maniacali, cinici, inafferrabili: l’universo degli Steely Dan rappresenta il più sofisticato paradosso del pop-rock americano. Walter Becker e Donald Fagen hanno applicato il rigore armonico del be-bop, la letteratura noir della Beat Generation e il nichilismo metropolitano alla forma canzone, creando un ibrido sonoro inimitabile. Liquidata presto l’attività live, si sono rinchiusi negli studi di Los Angeles trasformando il gruppo in un marchio concettuale. Guidati da un’ossessione maniacale per la perfezione acustica, Becker e Fagen agivano come registi spietati, capaci di convocare e scartare decine di turnisti di lusso per un singolo assolo, esigendo l’esecuzione definitiva.La loro cifra stilistica vive nel contrasto tra la lucentezza degli arrangiamenti e l’oscurità dei testi. Sotto una superficie levigata di pop-jazz e yacht rock si nasconde un microcosmo di spacciatori, truffatori e intellettuali falliti, raccontati con ironia sarcastica.Hanno dimostrato come la massima complessità strutturale possa mimetizzarsi nel pop accessibile.Capolavori come The Royal Scam, Aja e Gaucho sono autentici trattati di ingegneria sonora. Attraverso l’uso di soluzioni armoniche audaci e incastri ritmici millimetrici affidati a giganti come Steve Gadd o Larry Carlton, la band ha anticipato la precisione dei sequencer digitali.Gli Steely Dan hanno ridefinito gli standard della produzione discografica, lasciando un’eredità imprescindibile per chiunque consideri lo studio di registrazione come il più alto strumento di composizione. TRACKLISTING: Dirty work – Reelin’ the years – Do it again – Bodhisattva – Rikki don’t lose that number – Night by night – Doctor Wu – Kid Charlemagne – Aja – Deacon blues – Hey nineteen – New Frontier (Donald Fagen solo album)- Babylon sisters
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The post Father & Sons 390 – Steely Dan first appeared on RadiostART.
Abissali, eleganti, urticanti: calarsi nell’universo dei Lounge Lizards significa accettare il naufragio del jazz tradizionale per assistere al trionfo del cubismo applicato alla materia rock. Fondati alla fine degli anni Settanta nel Lower East Side da John Lurie e suo fratello Evan, hanno preso il bop e l’hanno scaraventato nelle cantine della No Wave newyorkese, inventando lo sfrontato concetto di “Fake Jazz”. Non era vero jazz perché rifiutava la filologia accademica, ma era jazz d’assalto perché ne deformava i canoni con una spigolosità punk. Indossando abiti vintage stazzonati, i Lizards hanno imposto un’avanguardia in cui le melodie del sax di Lurie venivano squartate dalle lame di rumore bianco della chitarra di Arto Lindsay e dal drumming geometrico di Anton Fier. Nel corso degli anni l’ensemble si è trasformato in un’orchestra mutante di fuoriclasse, arruolando geni eretici come Marc Ribot e John Medeski. La loro evoluzione è una sequenza cinematografica: dalle nevrosi metropolitane degli esordi alle marce da circo di No Pain for Cakes, fino al primitivismo ipnotico e poliritmico di Voice of Chunk. I Lounge Lizards hanno dimostrato che il jazz deve rimanere una materia bastarda, pericolosa e contaminata. Senza le loro partiture oblique e la loro attitudine da dandy post-punk, l’evoluzione della scena Downtown di New York e del rock alternativo avrebbe traiettorie completamente diverse. TRACKLISTING:Big heart / I can’t hardly walk / Incident on south street / Stompin’ at the Corona / Bella by barlight / No pain no cakes / The magic of Palermo / Bob the Bob / Voice of chunk / The Punch & Judy tango / Queen of all ears / The invention of animals (as The John Lurie National Orchestra)
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The post Father & Sons 389- The Lounge Lizards first appeared on RadiostART.
Geniale, respingente, tragico: Julius Eastman ha preso la purezza matematica del minimalismo bianco e accademico e l’ha violentata con la carne, il sangue e l’orgoglio della cultura nera e queer della New York anni Settanta. Compositore, pianista e vocalist dalla cifra stilistica irripetibile, Eastman ha teorizzato il “minimalismo organico”, un processo di accumulazione sonora in cui ogni nuova cellula melodica non sostituisce la precedente ma si stratifica in un crescendo denso e dal forte impatto fisico, che richiedeva ai musicisti uno sforzo quasi atletico. Brani dai titoli volutamente incendiari come Evil Nigger, Crazy Nigger o Gay Guerrilla non erano provocazioni sterili, ma ordigni politici scagliati contro l’intelligenzia musicale dell’epoca, rivendicazioni identitarie radicali che fondevano il rigore strutturale di Steve Reich con la fiammata dionisiaca del free jazz. Ma la sua urgenza espressiva passava anche attraverso una tecnica vocale prodigiosa: la sua interpretazione degli Eight Songs for a Mad King di Peter Maxwell Davies resta un documento impressionante di follia teatrale ed estensione acrobatica. A fronte di un talento monumentale, la sua parabola biografica si è consumata in una discesa agli inferi dolorosa e totalizzante. Divorato dalle dipendenze e dall’autodistruzione, subì uno sfratto esecutivo che portò alla dispersione e alla distruzione di gran parte delle sue partiture, gettate letteralmente sul marciapiede della East Village. È morto in totale isolamento e indigenza nel 1990, e il mondo si è accorto della sua scomparsa solo otto mesi dopo. Oggi, grazie a un meticoloso lavoro di restauro filologico delle poche registrazioni superstiti, Eastman viene finalmente riconosciuto per ciò che era: un gigante eretico che ha pagato con l’oblio il prezzo di una libertà estetica troppo assoluta per il suo tempo. TRACKLISTING: Julius Eastman’s spoken introduction to the Northwestern University concert/ Eight songs for a mad king / Stay on it / Femenine – All changing / Evil nigger / Travelling / The holy presence of Joan D’Arc / Femenine – Prime / Joy boy
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The post Father & Sons 388 – Julius Eastman first appeared on RadiostART.
Abissale, urticante, sciamanico: calarsi nell’universo di Don Van Vliet, alias Captain Beefheart, significa accettare il naufragio di ogni certezza formale per esplorare il cubismo applicato alla materia rock. Viene sezionata la parabola di un genio primitivo che ha disintegrato il blues rurale del Delta per ricombinarlo con l’urgenza del free jazz, trasformando la poliritmia in una rischiosa architettura del caos. Al centro di questo Big Bang estetico pulsa l’asse magnetico e conflittuale con Frank Zappa, compagno di scorribande adolescenziali nel deserto del Mojave a base di r&b oscuro e visioni d’avanguardia. Zappa, il geometra ossessivo della partitura, fu l’unico a comprendere e incanalare la potenza anarchica del Capitano, offrendogli i mezzi per registrare i suoi deliri sonori e assecondando una visione che sfidava le leggi stesse della fisica acustica. La cifra stilistica di Beefheart risiede proprio in questo totale disallineamento: chitarre deragliate che viaggiano su tempi dispari, linee di basso sradicate dal groove tradizionale e una voce da baritono fangoso capace di coprire quattro ottave, spesso registrata a cappella ignorando la traccia strumentale. Non si trattava di improvvisazione, ma di un rigore brutale e primitivo, ottenuto costringendo la sua Magic Band a prove estenuanti per tradurre in note frammenti di pianoforte astratti e intuizioni visive. Senza questo espressionismo sonoro e la sua poesia ecologista e allucinata, l’evoluzione del post-punk, del noise e del rock alternativo avrebbe traiettorie completamente diverse. Un viaggio denso e ravvicinato per comprendere l’uomo che ha dimostrato al mondo come la struttura più complessa possa nascere dalla più pura e viscerale anarchia. TRACKLISTING: Her eyes are blue a million miles – Diddy wah diddy (Bo Diddley cover) – Electricity – Trust us – Hair pie _ Pachuco cadaver – When Big Joan sets up – Flash Gordon’s ape – Big eyed beans from Venus – Further than we’ve gone – Muffin man (live with Frank Zappa) – Bat chain puller – Ice cream for crow – Sure ‘nuff ‘n yes i do
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The post Father & Sons 387 – Captain Beefheart first appeared on RadiostART.
I Perigeo rappresentano una delle anomalie più colte, felici e tecnicamente folgoranti della musica italiana degli anni ’70. In un panorama nazionale dominato dal progressive rock sinfonico, la creatura di Giovanni Tommaso scelse una via radicalmente diversa, ponendosi come il ponte ideale tra la fusion elettrica d’oltreoceano e un lirismo tipicamente europeo e mediterraneo.Nata nel 1972, la band non si limitò a ricalcare la rivoluzione elettrica di Miles Davis o dei Weather Report. L’eleganza dei Perigeo risiedeva in un perfetto equilibrio geometrico, garantito da una formazione di solisti straordinari: oltre al basso pulsante di Tommaso, la chitarra spigolosa di Tony Sidney, le tastiere avanguardistiche di Franco D’Andrea, il sassofono geometrico di Claudio Fasoli e il drumming poliritmico di Bruno Biriaco.Il cuore della loro proposta artistica, evidente in capolavori come Azimut (1972) e Abbiamo tutti un blues da piangere (1973), si fondava su un interplay democratico e paritetico. Non c’era un leader a catalizzare l’attenzione; c’era invece un dialogo costante in cui i temi venivano continuamente decostruiti dalla sezione ritmica. Le strutture complesse, mutuate dal jazz modale, mantenevano sempre un impatto viscerale e una dinamica rock, senza mai sfociare nel virtuosismo fine a se stesso. Anche nei momenti di massima spinta esecutiva, la loro musica manteneva un’incredibile pulizia e una gestione dello spazio sonoro che confinava con la musica colta contemporanea.I Perigeo hanno dimostrato che la complessità poteva coesistere con la fluidità, creando una terza via stilistica che ha ridefinito i confini tra generi. Oggi la critica li riconosce unanimemente come il vertice assoluto del jazz-rock europeo, un laboratorio di rigorosa ricerca sonora che rimane un unicum irripetibile nella nostra storia musicale. TRACKLISTING: Azimut – Posto di non so dove – Grandangolo – Abbiamo tutti un blues da piangere – Via Beato Angelico – Acoustic image – Il lungo film – Questa donna – A mano a mano (live con Rino Gaetano) 36° parallelo
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The post Father & Sons 385 – Perigeo first appeared on RadiostART.
Definire l’eleganza di Paddy McAloon significa parlare di un artigianato che non ha eguali nel pop contemporaneo. Con i Prefab Sprout, McAloon ha trasformato la forma-canzone in un’architettura sofisticata, dove l’ispirazione colta del “Brill Building Sound” incontra una sensibilità melodica quasi ultraterrena. La sua cifra stilistica risiede nella capacità di nascondere una complessità armonica sbalorditiva dietro una superficie di apparente immediatezza. Grazie anche alla produzione visionaria di Thomas Dolby, brani come quelli di Steve McQueen o Jordan: The Comeback sono diventati paradigmi di un suono cristallino, capace di bilanciare l’emozione pura con un’ironia intellettuale mai banale. McAloon non ha mai cercato il facile consenso, preferendo muoversi come un eremita del suono, un teorico della melodia che scrive saggi sull’amore e sulla vita attraverso testi metalinguistici. Oggi, la sua eredità resta un baluardo per chi crede nel pop come “arte alta”: una musica che non si esaurisce al primo ascolto, ma continua a svelare strati di bellezza e intelligenza a ogni passaggio. TRACKLISTING: Appetite – Cue fanfare – When love breaks down – Goodbye Lucille #1 – Nightingales – The world awake – We let the stars go – Andromeda heights – Cowboy dreams – I trawl the megahertz – Let there be music – The best jewel thief in the world – Bonny
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The post Father & Sons 384 – Prefab Sprout first appeared on RadiostART.
Figura cardine dell’avanguardia, Charlemagne Palestine trascende l’etichetta di minimalista per abbracciare un “massimalismo” sonoro che trasforma il pianoforte Bösendorfer in un generatore alchemico di onde stazionarie. Attraverso la sua celebre tecnica dello strumming ( un’iterazione percussiva e ossessiva ai limiti della resistenza fisica) Palestine eccita i Golden Overtones, portando lo strumento a una saturazione tale da evocare spettri armonici e frequenze di battimento che fluttuano oltre la nota fisica, saturando lo spazio psicoacustico. Dalle giovanili esperienze delle campane alle modulazioni analogiche del Buchla, la sua Body Music si configura come un rito sciamanico popolato da totem di peluche e vapori di cognac, dove il suono smette di essere narrazione per farsi evento materico assoluto. Precursore del drone moderno dei Sunn O))) e della noise più stratificata, Palestine abita la soglia tra performance e ascesi, convertendo la vibrazione acustica in una presenza architettonica e trascendentale che annulla il tempo lineare a favore di un’iper-sonorità totale. TRACKLISTING: Chassidic etudes 5 – Bells – Three Fifths – Strumming for Bosendorfer piano – Schlongo!!!daLUVdrone – Timbral assault – Schlingen / Blangen – Untitled 3 ( with Pan Sonic) – Cataclisma 2
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The post Father & Sons 383 – Charlemagne Palestine first appeared on RadiostART.