Più che un semplice musicista, Taj Mahal è una figura monumentale che si colloca a metà strada tra l’archivista e l’innovatore radicale. Mentre i suoi contemporanei negli anni Sessanta cercavano di elettrificare il blues rendendolo rock, lui ha compiuto il viaggio inverso: è tornato alle radici, non per chiuderle in una teca da museo, ma per dimostrare quanto fossero ancora vitali e capaci di viaggiare. L’approccio di Taj Mahal alla musica è quello di un esploratore curioso. La sua genialità sta nell’aver intuito prima di tutti gli altri che il blues del Mississippi non era un’isola, ma parte di un gigantesco arcipelago culturale che unisce l’Africa occidentale, i Caraibi e il Sud degli Stati Uniti. Ascoltare un suo brano significa sentire il Delta Blues che dialoga con il calypso, il reggae che abbraccia il jazz, e il banjo che ritrova la sua dignità ancestrale. Quando sale sul palco, spesso accompagnato dalla sua inconfondibile chitarra resofonica National Steel, non offre solo un concerto, ma una lezione di storia vivente. La sua voce, roca e profonda come la terra, e il suo tocco ritmico, immediatamente riconoscibile, sono la firma di un artista che ha rifiutato le etichette per tutta la vita. Taj Mahal ha insegnato a generazioni di ascoltatori che il blues non è solo la musica della tristezza, ma è un linguaggio universale di resistenza, di gioia e di quotidianità. È un gigante gentile che ha ridisegnato la mappa della musica americana. TRACKLISTING: Statesboro Blues – The celebrated walkin’ blues – Ain’t gwine whistle dixie – Est indian revelation – End Credits (from “the hot spot” OST) – Love theme in the key of D – Senor blues – Queen bee – The new hula blues – Sahara / Catfish Blues (from “Kulanjan”) – Don’t call us
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