Più che un compositore è stato un compulsivo creatore di nuovi paesaggi sonori. Voce più prolifica del Gruppo dei Sei (ha scritto più di 450 opere), Darius Milhaud ha attraversato il Novecento con una voracità onnivora: ha fuso il rigore di Bach con la saudade brasiliana e l’energia del jazz, trasformando la politonalità da tecnica a stato d’animo rimanendo denso, solare ed inarrestabile nonostante i suoi problemi fisici. Dalla nativa Provenza alla California dell’esilio forzato per le sue origini ebraiche, Milhaud non è stato solo un musicista visionario, ma anche un mentore straordinario. Il suo insegnamento al Mills College ha generato l’imprevedibile, guidando gli studenti senza mai imporre il proprio stile ed unendo gli opposti della musica. Basti guardare ai suoi allievi per capire la sua grandezza: dalla complessità dell’avanguardia di Xenakis e Stockhausen fino alla raffinatezza pop da classifica di Burt Bacharach e al jazz colto di Dave Brubeck. Mondi sonori distanti anni luce, eppure tutti figli della stessa, rigorosa libertà. TRACKLISTING: Saudades do Brasil, op. 67_ XII. Paysandù / Le Bœuf sur le toit, op. 58 / Quatuor no. 1, op. 5 – I. Rythmique / Saudades do Brasil / La Création Du Monde, Op. 81A / Suite Provençale / Scaramouche – Brazileira/ Symphonia 1 / Concerto for Marimba & Vibraphone Op.278 – I. Anime/ The Duke (Dave Brubeck)
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