Pagina Tre

Femminismo 2018


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(voce di SopraPensiero)
 
A qualcuno, a torto o ragione, fa ancora paura il concetto di femminismo, perché lo associa inevitabilmente all’odio verso gli uomini. In realtà non è così, almeno non dovrebbe essere un collegamento naturale, anzi. La vera femminista ama gli uomini, ama anche le altre donne, ma soprattutto la vera femminista combatte ogni tipo di separatismo, usando la propria emancipazione per sostenere tutti i soggetti meno tutelati dalla società. Quindi non si può affibiare l’appellativo femminista così, con leggerezza, perché personalmente lo allaccerei proprio alla resistenza verso ogni tipo di discriminazione. La femminista deve essere colei che con le proprie forze rigetta il sopruso, sopruso che per anni ha patito e conosciuto sulla propria pelle e al quale, in forme differenti, viene assoggettata ancora oggi. Ogni donna è figlia, nipote, discendente di altre donne che hanno subito umiliazioni e abusi, a qualunque latitudine. Cambiano alcune dinamiche, si modificano le epoche, ma le situazioni che ci accomunano sono sempre le stesse o perlomeno molto simili.
Il femminismo nasce dalla consapevolezza di una disparità rispetto all’uomo, che, se protratta nel tempo sfocia in conflitto. Le donne si uniscono trasformando quel noi in soggetto politico e, consapevoli di una comune forma di oppressione, decidono di combattere insieme il sistema.
Fermiamoci un attimo qui.
Quando si parla di dibattito di emancipazione sarebbe fuorviante prescindere dal contesto socio-culturale nel quale questi cambiamenti prendono forma. Non esiste un modello giusto o da imitare, le donne non si possono omologare. La battaglia per l’indipendenza di una donna bengalese o indiana difficilmente può svilupparsi sulla falsariga di quella di una donna occidentale che lotta per raggiungere la parità salariale, così come la battaglia di una donna africana non potrà prescindere dalle ferite inferte dal colonialismo prima e dal razzismo poi. Non possiamo e non dobbiamo amalgamarci forzatamente, individuando un modello di liberazione a senso unico che pretenda di essere valido per tutte. Quello che possiamo fare è appoggiare e difendere la lotta di altre donne, nel rispetto delle specificità dei diversi contesti temporali, storici, religiosi e culturali, diversamente rischiamo di affrontare il tema del femminismo in versione euro-centrica.
Se da un lato possiamo essere accomunate da temi universali quali il patriarcato, la violenza domestica e l’accesso al lavoro nelle sue diverse sfaccettature, su altre questioni ogni donna deve poter esprimere la propria battaglia nel contesto nel quale vive. Possiamo noi occidentali criticare finchè vogliamo i matrimoni precoci, la bigamia, l’infibulazione, il velo, ma è da dentro, dall’interno della società che deve svilupparsi la spinta decisiva delle donne che vivono sulla propria pelle queste pratiche, decidendo come e se siano da combattere. Non sarà attraverso la critica astratta, il giudizio moraleggiante o la rappresentazione di un modello che debba obbligatoriamente uniformarsi alle esigenze occidentali che verrà segnata una svolta decisiva.
La rappresentazione, che spesso si trasforma in una sorta di demonizzazione, di certe situazioni vissute da altre, non tiene conto del contesto e penalizza le donne del terzo mondo rappresentate perennemente come vittime sacrificali, senza voce,  impossibilitate a rappresentare loro stesse. Un racconto che sminuisce le spinte interne che stanno coinvolgendo tante femministe nei loro paesi facendole apparire, nuovamente, come bisognose di interventi esterni. Se il termine stesso di femminismo dovrebbe corrispondere ad una “libertà di scelta”, che questa sia condivisa in base alla propria cultura ed al proprio vissuto, che è differente per ognuna di noi.
Ritornando al discorso in premessa, se femminismo significa appoggiare le minoranze, affinchè vi siano maggiori riconoscimenti della libertà di ognuno, contro l[...]
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