Dal 7 maggio al cinema con Vision Distribution, “Antartica — Quasi una fiaba” è l’opera prima cinematografica della regista teatrale e drammaturga Lucia Calamaro. Il film racconta di una piccola comunità di scienziati nella base più isolata dell’Antartide, irraggiungibile per otto mesi l’anno, che guarda al futuro della specie umana cercando cose che ancora non capisce, non conosce, non sa. L’arrivo di Maria (Barbara Ronchi) metterà in crisi i progetti del capomissione Fulvio Cadorna (Silvio Orlando), suo mentore. Il film, presentato in anteprima al Bif&st di Bari 2026, vede nel cast anche Valentina Bellè e Lorenzo Balducci.
Romanticizzare il mondo
“Antartica” parte da una domanda precisa, che il film stesso si pone: non è forse tornato il momento di “romanticizzare il mondo”, per citare il film? Lucia Calamaro chiarisce subito cosa intende: non il romanticismo sentimentale, ma qualcosa di più alto. “Romanticizzare nel senso alto del romanzo: narrazione, invenzione di una storia diversa possibile. Bisogna essere visionari. L’utopia deve tornare nel battito del nostro presente, perché l’abbiamo presa, dismessa e buttata via. Tutto sarà sempre così, non dipende da me. No, dipende da te. “
È un invito alla responsabilità, rivolto prima di tutto agli artisti: “Noi artisti ci dobbiamo prendere la responsabilità dei discorsi che facciamo perché c’è un pubblico che viene a vederci”.
Una risposta al capitalismo
Si unisce al discorso Barbara Ronchi che confessa che quello che la ha convinta del film è anche la sua capacità di lanciare una sfida al sistema. “Mi piaceva questa grande idea di rilanciare al capitalismo e dire: ci avete detto che quello era il sistema, che vince chi è più ricco, che questo è il fondamento di questo passaggio su questa terra. E invece non è così. Noi siamo qui per un tempo brevissimo. Prima di noi e dopo di noi c’è stato di tutto e continuerà a esserci. Siamo una staffetta, io porto la luce per un po’ e tu continuerai dopo di me”.
Dal ghiaccio permanente al ghiaccio resistente
Il film nasce nel 2020-2021, nell’uscita dal Covid, e arriva nelle sale nel 2026, in un momento in cui, come dice Lucia Calamaro “nell’aria c’è tanta polvere, si tira su di tutto dai tappeti”. La speranza è l centro del film, il suo motore: “C’è del monacale dentro questo film e nel personaggio di Barbara, il ritiro spirituale per andare altrove, il togliersi dalla confusione e dallo smercio del mondo per cercare qualcos’altro. Artisti, scienziati, persone che lavorano nella cultura: dobbiamo prenderci la responsabilità di ricreare spazi immaginari di speranza e positività per chi non ha tempo di farlo”. Barbara Ronchi aggiunge la sua sulla speranza nel e del film: “Mi piace l’idea che non c’è l’eroe che ce la fa, è l’umanità intera che ce la fa. Magari c’è il sacrificio di uno che non conosco e di cui non sai, ma si è sacrificato. L’idea è che l’umanità riesca ad andare avanti pensando a qualcosa di più ideale, di più romanticizzato”.
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