Abbecedario Etico

G come Genocidio


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G come Genocidio

All’inferno si arriva a piccoli passi.
E George Orwell, nel suo romanzo 1984, pubblicato nel giugno 1949, lo ha raccontato molto bene.
Aveva previsto tutto. Compreso l’obiettivo finale: la sottomissione fisica e psicologica delle masse.

Dopo la E di Etica, la F di Fascismo, la G di Genocidio ha una sua logica narrativa.
Perché il fascismo è la forma politica in cui l’etica viene svuotata, ma il genocidio è precisamente il punto in cui l’etica fallisce.

È Raphael Lemkin a coniare questa parola nel 1944, mentre la Seconda guerra mondiale è ancora in corso. Lui si trova negli Stati Uniti, dove è arrivato nel 1941, in fuga dall’Europa nazista.Vive e lavora tra Washington e New York. Conosce lo sterminio degli armeni nell’Impero Ottomano, su cui svolge ricerche febbrili. Ha attraversato la violenza del nazismo. Ne ha subito gli effetti sulla propria vita.
Ed è testimone della distruzione delle comunità ebraiche europee. Ma non può avere l’immagine completa dello sterminio industriale nei campi di concentramento, come la conosciamo oggi. Ne percepisce l’eco, ma non può coglierne la totalità.

Nei suoi appunti si vede la nascita di un’intuizione. Il diritto internazionale possedeva parole per punire l’omicidio di un individuo. Ma non per nominare la distruzione deliberata di un popolo. Così, al culmine di una ricerca quasi ossessiva della parola giusta, ne inventa una nuova.
Unisce il greco génos, stirpe, popolo, al latino caedere, uccidere.
Nasce così il termine: genocidio.

Lemkin lo definisce come la distruzione deliberata di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale. Non solo attraverso l’eliminazione fisica degli individui.
Ma anche attraverso la cancellazione delle condizioni stesse della loro esistenza.

Due anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quella intuizione entra nel diritto internazionale.
Nel 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. L’articolo due adotta la sua  definizione.

La storia del Novecento è disseminata di genocidi.
Dagli armeni agli ebrei d’Europa.
Dal Ruanda alla Bosnia.
E oggi quello in corso a Gaza, oggetto di accuse e di procedimenti internazionali.

A tre anni dall’inizio della distruzione di Gaza, la polemica sulla parola continua.
Per molti, la parola genocidio resta impronunciabile.
Come se il problema fosse il vocabolario e non una tragedia che supera ogni giorno i limiti del dicibile.
Come se il problema non fossero le decine di migliaia di morti, tra cui almeno ventimila bambini.

La tragedia di Gaza sfugge continuamente a ogni definizione.
Non perché manchino le parole. Ma perché l’orrore è diventato troppo grande per contenerle.

Per molti, la parola genocidio resta impronunciabile.

In questa puntata dell'Abbecedario etico attraversiamo il Novecento e arriviamo fino a Gaza, dove la battaglia non si combatte soltanto sul terreno, ma anche nel linguaggio.
Perché prima di ogni tragedia c'è sempre una domanda.
E dopo ogni tragedia ce n'è un'altra:
che cosa deve ancora accadere prima che siamo disposti a chiamare una cosa con il suo nome?

G come Genocidio.

La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio.
Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere le distorsioni, smontarle e trovare le parole giuste per nominarle.
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Abbecedario EticoBy M. Alessandra Filippi in collaborazione con Ettore Macchieraldo